- Dalla pagina su Alana Davis di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Con Blame It On Me (Elektra, 1997) Alana
Davis (New York, 1974) ha continuato una tradizione ancor viva nel Greenwich Village di New York,
quella della cantautrice erudita che sa mescolare jazz e rock e soul e tante
altre cose in canzoni velatamente intellettuali (Phoebe Snow lo faceva
vent'anni prima).
Le radio programmano soprattutto il pop-soul vellutato di 32 Flavors
(di Ani DiFranco),
il sensuale funky-soul di Love And Pride,
il rap alla moda di Round And Around.
Ma un pezzo del suo retroterra culturale appartiene alla West Coast, al
country-rock solare di One Day e al folk erudito di Joni Mitchell, a cui
sembrano dedicate le romanze pianistiche Turtle e Weight Of The World.
Le composizioni sono tutte corpose e articolate (quasi sempre oltre i cinque
minuti), arrangiate con gusto da un piccolo ensemble da camera.
Davis inietta jazz in tutti i pori (un soffice melisma qua, un'improvvisazione
di pianoforte là) e ricorre anche alla musica sudamericana per la
delicata bossanova di Blame It On Me e per la rumba sonnolenta di Murder.
Gran parte del fascino deriva dal canto, da quella
voce indubbiamente seduttrice, "nera" ma al tempo stesso "bianca",
che accarezza le note come nessuna delle star del momento saprebbe fare.
Sembra di ascoltare una giovane Aretha Franklin nel soul cadenzato di Crazy e
una dimessa Bessie Smith nella tenera e spartana Lullaby.
Tutte le canzoni si lasciano ascoltare con piacere; manca però qualcosa alla
sua personalità, e manca soprattutto un brano che valga più di un semplice
sottofondo.
La voce di Alana Davis ha continuato a migliorare e ha raggiunto lo status di classico con Fortune Cookies (Elektra, 2001), dove spazia dal lamento lascivo di Macy Gray all'inno introverso di Joni Mitchell. Ma il materiale non è affatto rivoluzionario: molto soul-jazz latino (Save The Day, I Want You), qualche sussurro romantico (When You Became King, God Of Love), un reggae giubilante (Got This Far) e ritmi dance moderni (How Many Of Us Have Them), ma niente di speciale.
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