- Dalla pagina su Erykah Badu di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Un revival della musica soul, aggiornato alle tecnologie dell'era hip-hop, fu annunciato da Baduizm (1997), della cantautrice texana Erykah Badu, vero nome Erica Abi Wright (Dallas, 1971), sebbene la sua voce tormentata ricordasse più quella della cantante blues e jazz Billie Holiday. On And On la rese una star, ma l'album meritava ancor di più, perché fondeva insieme la cultura di strada dell'hip-hop, l'ansia spirituale della musica soul e gli arrangiamenti del rock psichedelico. Le linee di basso forti e inquietanti, che agiscono come mine terrestri per sconvolgere l'ouverture Rimshot, sono un presagio per il resto dell'album. Il jazz, paludoso e gelido On & On si muove su un sottile confine tra etereo e corporeo, soul e intellettuale. Il dolce e arguto swing di Appletree sembra quasi una rivisitazione delle audaci urlatrici rhythm'n'blues degli anni '50 (Etta James) per la chill room, mentre a tratti il ritmo rallenta fino a un'atmosfera onirica, come in Next Lifetime. Riesce a suonare sia come il Frank Sinatra più sicuro di sé in Certainly, sia come la Janet Jackson più dolce e ovattata in 4 Leaf Clover. L'album si basa in modo significativo sul "botta e risposta" tra Badu e il suo fedele coro femminile, sia nel canto delicato e scorrevole di Sometimes, sia nel più sincopato e hip-hop di Certainly.
Badu divenne un membro dei Soulquarians, un collettivo formato da D'Angelo, J Dilla e dal produttore Ahmir “Questlove” Thompson, che in seguito aggiunse Roy Hargrove e alcuni membri del collettivo “Native Tongues” (Q-Tip dei A Tribe Called Quest, Common, Mos Def e Talib Kweli).
Mama's Gun (2000) è un lavoro di qualità inferiore, nonostante possa contare sulla ballata funky Bag Lady e, soprattutto, su Green Eyes, elegia di dieci minuti che cresce in modo organico come un essere vivente e che si ferma appena prima di imboccare l'enfatico crescendo. Questa volta i tentativi di rinnovamento non sono sempre convincenti, ma la Badu sferra colpi dritti alle viscere del soul-rock anni '70 (in Penitentiary Philosophy), al jazz da salotto (in Cleva) e persino al blues con orchestra e suoni naturali (in Orange Moon). Il suo canto, elegante e raffinato insieme, è il principale motivo d'interesse di ... & On e di Time's A Wastin'.
Worldwide Underground (2003) è in pratica un EP contenente il singolo Danger (energici giochi vocali su pulsazione di tastiere a imitazione dei tromboni), Bump It (eterei effetti di tastiere per un lento funk di nove minuti che evolve in una jam tribale psichedelica) e I Want (undici minuti di fantasia post-disco su ritmo afro-beat con le tastiere funk-jazz di Kames Poyser e surreale coda hard rock). Anche la vivace ed espressiva Back In The Day pare portare con sé un po' di carica nevrotica, mentre Woo appare positivamente estraniata dal mondo, con il canto di Erykah Badu che galleggia in un mare di altre voci, percussioni e scratch da dj hip-hop.
Con l'aiuto dei Sa-Ra Creative
Partners, New Amerykah Part One - 4th
World War (Motown, 2008) mette in atto un'operazione di rivisitazione,
mischiando morbido soul, intenso hip-hop, distorsioni digitali, campionamenti e
strumentazione dal vivo in un flusso convincente e mai disarmonico. Nonostante
non sia ambizioso quanto gli album precedenti, questo lavoro perviene a una
sorta di classica eleganza, come nell'esotica, e lenta fino all'ipnosi, The Healer (dalla minacciosa produzione
di Madlib), nel sermone sociopolitico di Soldier
(con la scarna produzione di Kariem Riggins) o nel viscoso, avvolgente pezzo
dance Honey (con un'introduzione alla
James Brown).
Emerge poi anche una Badu che non
tollera le costrizioni indotte dalle produzioni più sofisticate, ma che al
contrario preferisce lasciarsi andare senza badare troppo alla forma. Da qui, Amerykahn Promise, una jam disco-funk
(o, per essere più precisi, una parodia della disco music alla maniera di Frank Zappa), e The Cell, party selvaggio prodotto
da Shafiq Husayn.
C'è un lato semplice e spontaneo della
personalità dell'artista che scopriamo dietro la ballata Me (capace di riportare alla memoria la più dolce delle Diana Ross)
o negli otto minuti di dolorosa e introversa elegia di Telephone; ma si coglie pure un lato smaliziato, come in Twinkle, dove il più contorto dei ritmi è
associato a effetti sonori astratti che sfiorano il collage elettronico. O come
nei sette minuti di Master Teacher,
brano-psicodramma in cui dialogano insieme recitazione e paesaggio sonoro e che
a metà muta in una liquida ballata dalle tinte jazz.
New Amerykah Pt. 2 - Return of The Ankh (Universal Motown, 2010) presenta una Badu estroversa e sicura di sé (Window Seat, una delle sue elegie stereotipiche, e Turn Me Away, una rielaborazione di You Can't Turn Me Away di Sylvia Striplin) che all'occorrenza può anche permettersi ingenue ninnananne (Gone Baby Don't Be Long, che ricorda una canzone di Paul McCartney). In generale si fatica a trovare una relazione con la figura dell'eccentrica intellettuale piena di nevrosi emersa negli album precedenti. Le canzoni, evitando qualsiasi divagazione dal formato classico della ballata soul, sono quasi tutte di fattura tradizionale, e ciò - insieme alle produzioni più potenti e dense - toglie molta forza all'espressività del canto. I colpi di genio sono pochi: gli effetti sonori e l'atmosfera angosciosa di 20 Feet Tall, il soul psichedelico con sfumature neoclassiche di Umm Hmm, il lied da camera per theremin e arpa di Incense, e il fosco trip-hop in odore di jazz Out My Mind Just In Time. Quest'ultimo brano è un'importante acquisizione al repertorio dei suoi lunghi psicodrammi, una gemma che da sola è in grado di redimere la mediocrità delle altre canzoni e di salvare l'intero album dall'oblio.
But You Caint Use My Phone (2015) è un mixtape che include cover (fra queste si fa notare la rivisitazione di Hotline Bling di Drake) e vari tipi di interludio. Il filo conduttore è la comunicazione telefonica e in buona sostanza ciò lo rende un concept album.
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