- Dalla pagina su Beck Hansen di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Beck Hansen, vero nome Bek David Campbell (Los Angeles, 1970), trasformò l'eccentricità in celebrità e cambiò il modo in cui i cantautori suonavano e venivano percepiti dal grande pubblico. Con l'eclettismo spensierato di Mellow Gold (1994), Beck inventò la musica folk per l'era dell'hip-hop e dimostrò che la confusione stilistica può attrarre le masse. Un approccio più organico alla fusione di folk, blues, rap, garage-rock e pop esaltò il sound complessivo di Odelay (1996). Il fatto che i suoi testi fossero associazioni libere, e solo vagamente alludessero alla realtà sociale, era in qualche modo coerente con il suo approccio superficiale all'integrazione musicale (un'operazione che altri musicisti avevano portato avanti a un livello più profondo). Mutations (1998), che ricorda le sottili orchestrazioni dei Radiohead, e Midnite Vultures (1999), una sorta di tributo alla musica soul, tolsero rapidamente smalto a uno degli artisti più sopravvalutati del decennio.
Bio:
Beck Hansen è rapidamente diventato il poster-child della Generazione X, un
Bob Dylan
della generazione hip-hop che ripete il trucco del maestro:
biascicare testi contro l'establishment affabulando secondo lo slang dei giovani
e usando metafore sufficientemente
criptiche in maniera che chiunque possa leggerci ciò che crede,
Beck era nato a Los Angeles, ma fece la sua gavetta nel movimento "anti-folk"
di New York, suonando blues e folk nei locali del Greenwich Village.
Nel 1991 tornò alla natia Los Angeles armato di beatbox e tape loop
e prese a eseguirsi accompagnando le sue ballate con suoni più moderni.
L'arguta MTV Makes Me Want To Smoke Crack,
che mutuava il gergo dei quattordicenni, inventò il prototipo a cui si
sarebbero ispirate tutte le altre, ma fu Loser,
che fondeva le culture folk e industriale,
a diventare una delle novelty preferite dei college.
Steve Threw Up fece seguito sulla stessa falsariga.
Alla preistoria di Beck appartengono anche la cassetta
Golden Feelings (Sonic Enemy, 1993),
il 10" A Western Harvest Field By Moonlight (Fingerpaint, 1994)
e la cassetta Stereopathetic Soulmanure (Flipside, 1994), che raccoglie
esperimenti dei cinque anni precedenti.
Trainato da Loser,
l'album Mellow Gold (DGC, mar 1994) sfondò nelle classifiche e Beck divenne
sull'istante uno degli eroi dei giovanissimi.
Ciò che stupisce di Truckdrivin' Neighbors Downstairs e Beercan
è soprattutto la metamorfosi continua a cui si sottopone il cantante, erede
dell'acid-folk degli Holy Modal Rounders aggiornato all'era dei rap.
Non ignaro dei classici (in Fuckin With My Head
sembra di ascoltare Magic Bus degli Who suonata dagli ZZ Top) e
capace di escursioni acrobatiche (il raga-blues catatonico di Blackhole),
Beck è maestro nel "decostruire" la musica rock, lasciarla fluttuare in un
limbo fra folk (Pay No Mind e Nightmare Hippy Girl, che prendono
esempio dal primo Dylan) e musica industriale (Sweet Sunshine e
Motherfucker, due ringhi alla Nine Inch Nails), condirla di liriche
indecifrabili scritte nel gergo degli adolescenti.
Le sue non sono canzoni, sono pezzi di musica in decomposizione.
One Foot In The Grave (K Records, 1995 - Geffen, 2009), registrato prima che Beck diventasse una star, è invece un'opera suonata in chiave minore con l'aiuto di pochi amici che va interpretata come un omaggio di Beck alle sue radici e come un precoce atto di catarsi. Le canzoni sono per lo più improvvisate in studio, strimpellate alla chitarra con il piglio dell'eccentrico solitario: il tono abulico di I Get Lonesome è quello di Syd Barrett, anche se Asshole è una storiella degna di Jonathan Richman (peraltro mai così anemico) e Painted Eyelids intona la cadenza del Neil Young di Harvest e Hollow Log è fa venire in mente i Pink Floyd più pastorali. L'eclettismo, che era stato un po' la chiave di volta del successo, riemerge soltanto nelle armonie ipnotiche di Forcefiled e nel blues distorto alla Beefheart di Ziplock Bag.
Beck Hansen si presenta al terzo appuntamento, Odelay (DGC, 1996),
con uno stile più vario e maturo, anche per effetto della produzione dei
Dust Brothers.
E` questo in effetti l'album in cui il suo talento viene a galla. Gli album
precedenti erano monocromatici, e probabilmente condizionati dal fatto di
dover imporre una personalità in un mercato inflazionato di cantautori.
Questa volta Beck si può permettere di inseguire tutte le tracce, di provare
tutte le corde del suo strumento creativo. Il menestrello rap di Loser
riprende il suo sermone disincantato in Hotwax (e con tanto di armonica
blues), e, con più grinta, in Novacane. Un altro menestrello, quello folk, si
rilassa nella ballad Jack-Ass, nello shuffle alla Sheryl Crow di
Lord Only Knows e nel lungo conclusivo sogno acustico di folk Ramshackle.
La produzione è lucida e brillante. Le canzoni, sotto la melodia di Beck, sono
eleganti collage di suoni "trovati". New Pollution scimmiotta i motivetti
pop dell'era hippie, ma li trafigge con un assolo di tromba jazz, seguito a sua
volta da un assolo di organo soul. Where It's All decostruisce e ricostruisce
con minuzia certosina stereotipi del funk e dell'hip-hop.
Ma Beck ha anche voglie di restauratore, come dimostrano l'arrangiamento da
garage-rock degli anni '60 di Devil's Haircut (syncopated loud beat à
la drum'n'bass, ecstatic refrain à la hippies, loud dissonant guitar riff
à la Breeders), o le profusioni raga alla
George Harrison di Derelict, o ancora la parodia country-rock di Sissyneck.
I generi originali vengono naturalmente svuotati della loro identità e riempiti
di quel divagare armonico che è il marchio di fabbrica di Beck.
E` questo il disco con cui Beck Hansen legittima il suo carisma di cantautore
più rappresentativo degli anni '90, quando lo
stile scapestrato dei rap si sposa a quello aulico della ballata folk.
Beck, dovendo pubblicare un album per ragioni contrattuali, decide di assemblare
una raccolta di canzoni rimaste nel cassetto per anni.
Mutations (DGC, 1998) è pertanto un Beck di serie B, per quanto
magistralmente arrangiato dal produttore Nigel Godrich (in maniera quasi orchestrale, da ricordare
Van Dyke Parks).
Cold Brains presenta di nuovo il Neil Young di Harvest, ma questa
volta circondato da una giostra di effetti psichedelici.
Beck canta la filastrocca di Lazy Flies nel tono trasognato di Syd
Barrett in un tripudio di pianola, viola, violoncello, sitar, tamburelli
e così via.
Le delicate melodie folk di We Live Again e Dead Melodies
resuscitano l'era di Kinks e Donovan.
Lo stile eclettico e il piglio eterodosso sono quelli dei migliori
Julian Cope e Smog, ma a salvare il disco sono gli arrangiamenti.
Quando vengono a mancare quelli, restano soltanto episodi molto minori come il
country-rock di Canceled Check e Bottle Of Blues, o il
rhythm and blues da cocktail lounge di O Maria e Sing It Again,
due pallide imitazioni di Tom Waits.
E la trovata del singolo Tropicalia è un po' miseranda.
Senza i Dust Brother, Beck Hansen è un arrangiatore molto meno creativo.
Midnite Vultures (Geffen, 1999) è un album di musica soul vecchia maniera,
senza sample e con un tocco orchestrale.
Odelay (DGC, 1996) era la quintessenza degli anni '90, laddove
Vultures è un revival dei '70.
Il cuore dell'album è musica soul, musica soul cantata in un falsetto
sensuale e decadente in Debra
e Peaches And Cream (per quanto entrambe sembrino delle parodie, la prima
massicciamente avvolta in chitarre, tastiere, archi e cori, la seconda
suonata come avrebbe fatto la Magic Band di Captain Beefheart).
Il senso di revival si rafforza con il delirio upbeat di
Sexx Laws, con una tromba heavy, conclusa con una fuorviante coda country & western.
Ma l'album è soprattutto un punto di incontro, una affollata intersezione in cui
si possono individuare ombre ed echi dei
Kraftwerk (Get Real Paid),
degli Sly Stone and B52's (Mixed Bizness),
pigre armonie country (Beautiful Way),
Merseybeat (Pressure Zone), ecc.
Funk e rap sono solo ciliegine sulla torta,
una torta fatta di un ingrediente diverso, che non appartiene a questo
pianeta.
Il nuovo Beck è una cometa galattica che raccoglie e diffonde macerie cosmiche.
Il folle funk di Nicotine & Gravy
e la spastica ballata acid-rock Broken Train
straripano di effetti sonori.
Il risultato della metamorfosi di Beck è ancora amorfo, ma a tratti
si puo' intravedere il futuro a venire:
Milk & Honey conia un genere di futuristica ballata hard-rock,
scossa da riff brutali e da percussioni sincopate,
lacerata da rumori elettronici e zombificata da un beat da androide meccanizzato.
Beck è una illusione, l'illusione di un Todd Rundgren dei giorni nostri dedito
alla scrittura di canzoncine post-moderne, con i
They Might Be Giants a far da supporto.
La verità è che per lo più assomiglia a dei Ween
intenti a suonare materiale scritto da songwriter professionisti del vecchio Brill Building,
o a un mediocre songwriter borghese con pretese intellettualistiche
(si pensi a John Lennon), o un performer nero da discoteca
(un incrocio tra Barry White, Marvin Gaye e Prince),
oppure un "imbroglio" di black music easy-listening (si pensi agli Steely Dan), o
Exile On Main Street dei Rolling Stones suonata alla metà della velocità.
Si potrebbe sostenere questo e molto altro. Bene, questo è il punto forte di Beck: la sua arte
dell' appropriazione è un vero e proprio "remix" di stili popolari.
Così diviene possibile
che il meno originale dei suoi album sia anche il più personale.
Nonostante sia ben realizzato, si tratta comunque di un'opera di transizione, un'opera di quelle eccessivamente egocentriche.
Sea Change (DGC, 2002)
segna un nuovo inizio per Beck. Dopo aver inventato la musica folk per l'era del popolo hip-hop, Beck aveva perso il senso di una missione nella sua vita. Molte di queste canzoni, come quelle del precedente album, sono piuttosto prevedibili (End of the Day, Already Dead, Lost Cause, Guess I'm Doing Fine), ma in altri pezzi Beck usa arrangiamenti eleganti per far emergere le emozioni nascoste nei testi e per ovviare alla semplicità dei suoi brani (Lost Cause, Sunday Sun, The Golden Age, Papaer Tiger, Lonesome Tears). Una riscoperta passione per l'"atmosfera" (Little One, Round the Bend, Side of the Road) completa questo attacco a doppio taglio al suo stile tradizionale.
Alla fine sembra un ritorno a Mutations, ma privato di quell'entusiasmo tipico della gioventù.
Dopo il mediocre Sea Change, Beck effettua un ritorno alle proprie origini con Guero (Geffen, 2005). Oramai, però, la sua commistione di folk ed hip-hop (campo nel quale adesso eccellono i rapper) appare decisamente datata. Molte cose in questo album sembrano già sentite ( Earthquake Weather, Emergency Exit, ecc ecc), se non addirittura fotocopiate dai suoi vecchi lavori. Il tutto funziona a stento. Le varie digressioni funk in Que Onda Guero, Hell Yeah e Girl suonano amatoriali, poco convinte, per nulla originali. L'intensa E-Pro, così come la tribale Black Tambourine, sono cambi di registro decisamente ben accetti. E' comunque possibile trovare canzoni migliori in dozzine di dischi usciti lo stesso mese.
Guerolito (Interscope, 2006) è un disco di remix.
Mentre possiamo fare a meno della gran parte di The Information (2007), che ha richiesto tre anni di lavoro, alcuni pezzi buoni ci sono, e sono buoni sul serio. Think I'm in Love e Cell Phone's Dead sono motivi pop che si aggrovigliano e si trasformano, citando ogni sorta di genere musicale (incluso l'hip-hop/folk a marchio Beck), se pur incellophanati ad un concept sociopolitico deprimente. La suite da dieci minuti, resa nei tre movimenti di The Horrible Fanfare, Landslide ed Exoskeleton è, invece, piuttosto noiosetta. Mescolare le idee a casaccio non significa essere creativi o eclettici, anche se data la natura autoreferenziale della composizione queste tre tracce potrebbero rappresentare un manuale sul come si scrive una canzone à la Beck. L'album non sembra tanto il frutto del lavoro di un artista ispirato, quanto più di un mestierante stagionato con tanti bei commenti sagaci da fare ma che, forse, non è mai stato un vero musicista. Probabilmente, la maggior parte delle cose interessanti in questo disco si devono al produttore, Nigel Godrich.
Modern Guilt (DGC, 2008) ha impiegato il produttore Danger Mouse per virare verso un suono più pop (Orphans, Modern Guilt). Un paio di canzoni (Chemtrails e Replica) mostravano combinazioni creative di suoni, ma soprattutto sembravano un artista fallito alla ricerca di un modo per sopravvivere in un'industria discografica sempre più competitiva.
Dopo una lunga pausa dovuta a un infortunio alla colonna vertebrale, Morning Phase (Capitol, 2014) ha mostrato principalmente le capacità di Beck come produttore. Le canzoni valgono molto poco: un discreto revival folk-rock che si rifà al “West-Coast sound” (ovvero un suono rilassato e country) dei cantautori e dei gruppi californiani degli anni '70, come gli Eagles e i
Byrds degli ultimi tempi. In effetti, viene in mente David Crosby (nella leggermente psichedelica Morning) e Roger McGuinn (nella più orecchiabile e veloce Heart Is A Drum). È diventato un fan di classici stereotipati come Sound of Silence (Turn Away) di Simon & Garfunkel e Harvest (Country Down) di Neil Young. Spiccano gli eleganti arrangiamenti da camera, ma i brani sono terribilmente banali, scadenti, obsoleti, dejavu. L'unico momento che risalta (che non cade nella ridicola irrilevanza) è il modo in cui la musica riesce ad essere contemporaneamente catatonica e sinfonica in Wave.
Colors (Capitol, 2017), una collaborazione con il produttore Greg Kurstin, è stato il suo album più mainstream fino ad oggi, l'album di un imitatore che cercava di scalare le classifiche di vendita imitando i successi di altri. L'album raccoglie infatti i precedenti singoli Dreams (2015), prodotto da Greg Kurstin (produttore di pop star come Adele, Lily Allen, Sia, Kelly Clarkson e Katy Perry), Wow (2016) e Up All Night (2016), tutti casi famigerati di pop spudorato. L'album continua in quel solco (un generale dejavu del dance-pop dell'era di George Michael) con la sola Colors che è leggermente migliore, energizzata da battimani e dall'ocarina peruviana. La sua fissazione per gli anni '80 raggiunge un climax comico su No Distraction, che imita Message in a Bottle dei Police. I brani da salvare sono i due che non rientrano nello schema degli altri. Il power-pop carico di I'm So Free ricorda gli Smithereens con le grandi chitarre che rubano la scena prima di scivolare nei suoni dei gruppi femminili degli anni '60. Dear Life è una dolce canzoncina che George Harrison avrebbe potuto cantare sul White Album dei Beatles.
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