- Dalla pagina sui Bugskull di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Bugskull, il progetto ideato dal chitarrista e cantante dell'Oregon (ed ex cantautore folk) Sean Byrne, ha coniato uno stile di arrangiamento che rappresentava l'equivalente post-rock delle produzioni orchestrali di Brian Wilson: un catalogo di errori musicali anziché un'abbondanza di contrappunto strumentale. Le "canzoni" di Phantasies And Senseitions (1994) erano jam session di suoni trovati, suoni elettronici, distorsioni, passaggi stonati, rumori astratti e, non ultime, ninne nanne senza senso. Snakland (1996) si concentrava sul nucleo (la melodia) piuttosto che sull'involucro (la cacofonia), ma il programma rimaneva quello di avvolgere le melodie in strati e sovrastrati di cacofonia. Distracted Snowflake Volume One (1997) ha segnato il trionfo formale delle sue tecniche di avanguardia lo-fi. Ogni pezzo è stato scolpito con cura utilizzando una miriade di suoni, dando vita a "canzoni" che erano al tempo stesso travolgenti ed esaltanti.
Bio:
Il progetto Bugskull venne avviato nel 1992 dal chitarrista Sean Byrne a Portland, e in origine si trattava di un progetto di folk-rock d'avanguardia.
Uscirono alcune cassette
per la Shimper e la Eldest Son.
Qualche anno dopo esisteva un trio chiamato
Bugskull che comprendeva anche il polistrumentista Brandan Bell e il
percussionista James Yu. Nel frattempo Byrne si era ritagliato un nome come
cantautore surreale e autunnale, titolare di una manciata di singoli accolti
con crescente entusiasmo. Il gentile menestrello intellettuale di
Fences/ Stiff As A Board (Road Cone, 1993) era diventato lo sperimentatore
abrasivo e dissonante di False Alarm/ Sunny Day Song (Quixotic, 1994),
maestro dell'orchestrazione bislacca (campanelli, violino, organo), e
si era proposto come un timido e impacciato Syd Barrett della provincia con
The Bloat (Ross, 1995), la sua canzone più regolare.
Il primo album, Phantasies And Senseitions (Road Cone, 1994), è
un collage di nonsense sonori (quasi tutti molto
brevi) che raramente coagulano in una canzone vera e propria.
Gli esperimenti sono puntigliosamente dadaisti, ma condotti con un piglio
quasi funereo. Sembra di ascoltare un Frank Zappa o i Residents trasformatisi
improvvisamente in compositori serii.
L'Intro, con un'orchestra che accorda gli strumenti, è un manifesto
allegorico delle ambizioni di Byrne.
Se è possibile un garage-rock sinfonico, lo strumentale Shorty ne è
l'archetipo. La musica è rock, e certamente rock da garage, ma l'atmosfera
è tetra e dimessa. Le tastiere innalzano un requiem che contrasta lugubremente
con il tema della chitarra e la cadenza della batteria.
Un altro strumentale, Old Towne, è una delicata ninnananna intrisa di
nostalgia, con un'affettuosa melodia suonata dal clarinetto: fosse eseguita
soltanto dalla chitarra, sarebbe un pezzo perfetto per il Leo Kottke più
sentimentale. La fanfara minimalista di Elfin Magic è ottenuta mandando in
loop gracidii di rane, solfeggi di flauto e un motivetto d'organo.
Long Corridor riesce a imbastire una jam di musica industriale per cocci,
sibili, metronomie, pentole.
Nel campo del rock strumentale, sono altrettanti capolavori, fuori da tutti
i generi prestabiliti. Eppure durano soltanto due minuti.
Il grosso del disco è comunque rappresentato dalle canzoni, filastrocche
recitate in un tono sconsolatamente annoiato, arrangiate in maniera follemente
disadorna, immerse in deprimenti sonorità "lo-fi", sviluppate attraverso
trame che non hanno nè capo nè coda.
Pullula di accordi Recoder, che procede a un passo quasi classicheggiante.
La scenografia è spesso più importante del canto.
Il bisbiglio cadaverico di Opening Theme si fa largo fra i cicli di
un violino stonato e un flauto sgolato.
Byrne strimpella sull'agghiacciante sottofondo di rumori di Death Valley '94.
Nel caos jazzato di Almost Blue si fa largo l'assolo di clarinetto più
scalcinato dai tempi di Captain Beefheart.
Seguara si distende in un jamming ipnotico.
Concrete Boots è dilatata in un marasma di echi allucinogeni.
Inhuman è imbevuta di musique concrete e di turbolenze elettroniche.
Il catalogo di travestimenti non finisce più.
L'apice di straniamento lo raggiunge forse Concave Life, quando il
bisbiglio distorto di Byrne si immerge in droni e percussività che sanno di
magico e di esoterico.
Ciò che hanno in comune queste canzoni è il fatto di essere catapultate in
un panorama estremamente desolato. E' un panorama interiore, psicologico,
quasi trascendentale.
Sono brani (o tentativi di brani) che sondano il subconscio, che vanno alla
deriva nell'oceano dell'irrazionalità.
In questo tripudio di fatali smarrimenti armonici e di grossolani equivoci
sonori, sembra di ascoltare un Syd Barrett accompagnato dai Faust.
Byrne regala anche un paio di canzoni normali: Sit On This e soprattutto
Olympic, che, suonata in maniera corretta, potrebbe diventare un hit.
Byrne, che si è trattenuto per tutto il disco, sfoga le sue libidini
avanguardiste con la piece astratta di Space, una specie di incrocio fra
John Cage, free-jazz e Edgar Varese.
Nel campo del "lo-fi", i Bugskull sono parenti lontani dei Pavement e dei
Guided By Voices, ma infinitamente più creativi. Non contano tanto le melodie
(e certamente non i testi) ma il paesaggio sonoro nel suo complesso, e ogni
suo dettaglio in particolare. Red Crayola, Supreme Dicks, Faust, sono
forse riferimenti più appropriati.
La colonna sonora (in sette movimenti) Crock (Pop Secret, 1995), composta
da Byrne, costituisce un summa
pantagruelico di musica psichedelica, ambientale e progressiva.
I pezzi sono interamente eseguiti alle macchine elettroniche e alla chitarra
(peraltro sempre manipolata al limite dell'udibilità).
La carica ritmica di Storm The Fort, al confine fra Neu e Morton Subotnick,
coesiste con la calma spazialità di Pretty Boy's Tent,
il chitarrismo fusion di The Lost Patrol Relax In The Sun coesiste con
il tenebroso carillon di The Lost Patrol Return Home.
I clou del disco sono
i nove minuti di borboglii astratti di The Lost Patrol's Psychedelic Exp
e i sedici minuti fuori dal nostro universo di The Cactus Corps.
Quest'ultima si fa perdonare tutte le velleità avanguardiste del disco con
una scarica continua di scosse elettriche altamente abrasive a frenetica
velocità.
Sean Byrne, che aveva cominciato componendo musica per tape-loop, e
Brendan Bell, il polistrumentista che sembra responsabile di gran parte
degli arrangiamenti, si impongono come due delle menti più fervide
del rock alternativo.
Su Snakland (Scratch, 1996)
Byrne continua i suoi esperimenti con la canzone d'autore, e in particolare
continua ad avvolgerla in strati e strati di elettronica e di cacofonia.
Il metodo ricorda un po' i vecchi Silver Apples.
La maggioranza dei brani sono indefinibili, ma quelli più accessibili si
possono descrivere come un incrocio fanta-psichedelico fra Hawkwind, Red
Crayola e Pink Floyd.
Come sempre, il primo brano, Bring The Clowns, è una metafora per
l'intero disco: un collage di campionamenti da cui emerge una fanfara stonata
per clarinetto, violino, tastiere e chitarra elettrica.
Il disco prende quota con la giostra psichedelica di Mind Phaser,
condotta dai feedback abominevoli della chitarra, e con la piece dadaista
di Egg Chamber, infarcita di piccole cacofonie. Un altro strumentale,
Bouncer, fa sanguinare folate elettroniche e riff distorti da un
tribalismo tropicale. La lunga Exit Wound (undici minuti) si apre
al passo marziale di un rituale pellerossa ma degenera progressivamente
in un marasma di cacofonie (campionamenti, distorsioni di chitarra,
sibili elettronici, percussioni).
Meno astratto, meno espressionista, meno surreale dei primi due dischi, Snarkland recupera un minimo di arrangiamento rock (la chitarra e la batteria) e scaraventa in primo piano la voglia di far musica che non suoni più come musica.
In parallelo a questo album Byrne pubblica anche il 7" Instress Volume 3 (Road Cone, 1996) a nome Capital Eye, con un brano (Subplot) che ritorna alle sue origini di sperimentatore d'avanguardia.
Byrne è rimasto praticamente solo (come alle origini, peraltro), dopo tre
album importanti e audaci.
Distracted Snowflake Volume One (Pop Secret, 1997) è un
concept album che esalta la sua forma di canzone "lo-fi"
arrangiata con musica d'avanguardia
(Flowers Smile, Grand Canyon,
fino al puro canticchiare in sottofondo di Vacancy, mentre tutt'attorno
si scatena il pandemonio).
Il clou del disco rimangono comunque le piece dadaiste. Le sue partiture
non sono soltanto imprevedibili, ma anche futuribili.
E` magistrale come in Icecream Daydream
il carillon di organetto che ripete un motivo orecchiabile
sia sostenuto da un poliritmo sornione che è "pulsato" da basso,
scacciapensieri e tastiere elettroniche.
Un altro ritmo zoppo, ottenuto di nuovo sovrapponendo diversi eventi ritmici,
conduce il motivetto del sintetizzatore in Winky's Wild Ride.
La prassi di questi brani è minimalista: il brano viene costruito poco
alla volta, ripetendo un tema che cambia lentamente e sovrapponendogli
un insieme di eventi altrettanto subdolamente in evoluzione.
In Goodbye il tema melodico è tintinnato dai campanelli, mentre le
percussioni sono in primo piano, scatenate in uno show che ha qualcosa
di trascendente.
Un riff distorto, mastodontico, scandito in maniera marziale, un vortice di
voci campionate e un sibilo elettronico da musica cosmica aprono
Sun all'insegna della suspence metafisica.
Chitarre e tastiere duettano ai limiti dell'udito e le
percussioni indianeggianti prendono il sopravvento trasformando il gran finale
in un raga psichedelico aggiornato all'era elettronica.
Per completare l'opera di disorientamento,
i brani maggiori sono intervallati da brevi esperimenti cacofonici.
Nel complesso si tratta del disco più sperimentale di Byrne, un disco che
lo porta ormai fuori dalla musica rock.
Nonostante la solita pioggia di deviazioni rumorose, The Big While Cloud (Scratch, 2002) è l'album più rilassato e accessibile dei Bugskull.
Time Is Not Our Fried (Eldest Son, 2009) è una compilation.
Sean Byrne ha riavviato il progetto con Communication (Digitalis, 2009), Hidden Mountain (Almost Halloween Time, 2012) e Collapsed View (Digitalis, 2014).
Sean Byrne ha poi dato vita a un nuovo progetto con Spectrum Ryder (2020).
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