- Dalla pagina sui Cop Shoot Cop di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
I Cop Shoot Cop sferrarono un attacco devastante alle convenzioni della musica popolare con Consumer Revolt (1990). Le loro canzoni erano terrificanti kammerspielen dell'era post-industriale, baccanali rumorosi, percussivi e instabili. Linee di basso minacciose intrecciavano la paura contro un muro di distorsioni di chitarra e lugubri ronzii d'organo. Le melodie erano lacerate da improvvise esplosioni di swing da big band dai toni noir alla Foetus, da collage dementi di effetti sonori, da chitarre penetranti e percussioni ossessionate. A dimostrazione che la loro furia non era solamente un impulso incontrollabile, White Noise (1991) fu un'opera enciclopedica, le cui canzoni citavano le tradizioni più disparate senza appartenere a nessuna di esse. La band imparò a suonare con Ask Questions Later (1993), rivelando così la propria anima "blues", pur affogandola in un paesaggio catastrofico di ritmi spezzati, rumori grotteschi e voci desolate.
Bio:
I Cop Shoot Cop erano in realtà un supergruppo, che metteva insieme musicisti
provenienti da diversi gruppi leggendari di New York.
Jack Natz (ex Undead) e Tod Ashley (ex Shithaus con Jon Spencer ed ex Dig Dat Hole) entrambi al basso,
Phil Puleo (ex Dig Dat Hole) alle percussioni e Jim Coleman ai campionamenti
attirarono dapprima l'attenzione della critica per la formazione senza
chitarra e per gli atteggiamenti volgari alla Pussy Galore, ma si guadagnarono
presto una reputazione presso i punk per gli show più violenti e
volgari dell'epoca, con una particolare predilezione per i temi del suicidio e
dell'omicidio.
Su disco esordirono nel 1989 con due EP, il primo a nome Headkick Facsimile (Supernatural Organization), e una formazione a tre (Ashley, Puleo e David Ouimet al campionamento), il secondo, Piece Man (Vertical), dipinto con sangue di porco (con l'aggiunta di Coleman e Natz).
Il vero esordio fu l'album Consumer Revolt (Circuit, 1990), un disco
che non puo` propriamente chiamarsi di "musica" perchè il complesso raramente
mostra la minima intenzione di suonare canzoni. L'obiettivo è semmai di
mettere in scena terrificanti kammerspielen dell'era post-industriale,
avvalendosi di un repertorio virtualmente infinito di dissonanze e discordanze.
è semmai un'ode continuata al cinismo in cui il gruppo
si dimostrava già maestro nella manipolazione elettronica della materia sonora.
Ashley recita con enfasi "brechtiana" i suoi testi iper-realisti su uno sfondo
di scenografie sonore sempre spettacolari, che, nel caso più banale
(Lo.Com.Denom) sono un catalogo di cadenze da officina, peraltro tutt'altro
che metalliche, e nel caso più creativo (Fire In The Hole) possono arrivare
a gorghi di rumori astratti.
In molti casi non è il rumore fine a se stesso a trionfare ma un processo
di scomposizione cubista per cui la parte strumentale diventa un tempestoso
accumulo di "segni" musicali che talvolta (Pity The Bastard) ricalcano,
coscientemente o meno, i crescendo drammatici delle partiture cinematografiche.
Magistrale in tal senso quella specie di "tip tap industriale" che forma la
base di Burn Your Bridges; impressionante la carica di Eggs For Rib, che
rimescola alla rinfusa scheletri di charleston, jump blues e polka nel solito
bailamme di dissonanze.
L'influenza del gotico britannico è evidente in brani come She's Like A Shot,
laddove la suspence viene costruita da un trotto di basso, da riverberi
dissonanti e da un organo a canne.
Intrattabile e schifato, Ashley continua ad abbaiare rabbioso di brano in brano,
inseguito nei dedali del suo delirio da un'eco sempre più fioca dei rumori
della metropoli industriale.
Dal connubio fra questi tre elementi, i testi traboccanti d'odio, la performance
invasata di Ashley e la "colonna sonora" che l'accompagna, scaturisce una forma
di "lied" dell'era industriale. In quest'arte soltanto Foetus e pochi altri
possono tener testa ai Cop Shoot Cop.
Alcuni brani sono di pura avanguardia, come Disconnected 666, che campiona
toni telefonici e messaggi della società dei telefoni. Nei collage psicotici
di Smash Retro e System Test i suoni non hanno più bisogno dei testi e
della voce: rimane soltanto la violenza allo stato brado.
Un gruppo che esordisce con i versi
“This ain't no place for ideals/ this is no time for change”
non promette nulla di buono per il futuro.
White Noise (Big Cat, 1991) è l'album che li impone alla testa del
noise-rock, ma in realtà i Cop Shoot Cop stanno semplicemente transitando
dalla cacofonia blasfema del primo album verso uno stile piu` musicale.
Il secondo album sperimenta anzi con diversi stili:
c'è il funk-metal convulso di Heads I Win Tails You Lose,
c'è la litania-thriller di Traitor Martyr;
c'è il travolgente blues "industriale" di Feel Good,
un concentrato di suoni ispidi, un baccanale tenso e depravato.
C'e la sperimentazione selvaggia di Relief,
al limite della musica concreta,
con tanto di sirene alla Edgar Varese, messa a frutto soprattutto in
Empires Collapse, manipolazione post-psichedelica di samples
(un prete che recita il suo rosario e un coro di contralto che
gorgheggiano come in un dramma greco), uno dei loro vertici.
Ci sono sermoni enfatici alla Nick Cave,
ma accentuati con le deflagrazioni armoniche, i tic nervosi, le tempeste
ritmiche dei Big Black:
Coldest Day Of The Year, dedicata a un suicida, su uno sfondo di
distorsione snervante, accordi percussivi di chitarra,
drumming apocalittico; e Chamaleon Man (altro vertice della loro
carriera), con l'abbaiare del cantante che si fa largo fra modulazioni di
chitarra alla Sonic Youth e samples di voci dell'orrore trasformate in orde
marcianti, per poi esplodere con un riff catastrofico e raddoppiare in
intensità.
E non a caso il disco si apre con Discount Rebellion, che sfoga la
propria verve polemica con un sermone puntellato da frenetico funk atonale.
E infine c'è la canzone atmosferica alla Doors, che balena
nello psycho-drama fatalista e cadenzato di
If Tomorrow Ever Comes e in
Hung Again, di gran lunga la canzone piu` quieta dell'album,
una sorta di People Are Strange suonata con lo spirito anni '50 degli
Stray Cats.
La forte base ritmica e il sapiente dosaggio dei campionamenti
(e delle dissonanze in genere) esaltano le narrazioni maniacali di Ashley.
Il metodo impiegato (e i mezzi impiegati) è relativamente semplice, ma
il risultato fa invidia a Foetus.
Almeno tre brani (Coldest Day, Chamaleon Man e
If Tomorrow Ever Comes) sono da antologia.
Nell'estate del 1992 quel capolavoro ha un seguito nell'EP Suck City (Interscope, 1992), che presenta piu` o meno le stesse componenti (il funk-metal di Nowhere, la musica industriale alla Revolting Cocks di We Shall Be Changed, la ballata alla Cave di Days Will Pass) in un contesto piu` accessibile.
Ask Questions Later (Interscope, 1993) è l'album di un complesso che
ha imparato a suonare. Il gruppo non si limita a sceneggiare deliri tramite
suoni dell'assurdo: ha scoperto anche melodia e ritmo.
A maturare è tutto il complesso, dal cantante al (prodigioso) batterista.
Ne risulta
un lavoro che unisce al rigore dell'avanguardia una relativa facilità
d'ascolto.
Room 429 sfodera addirittura una vera e propria melodia, per quanto
sfigurata dal tono gotico, fatalista e disperato che ricorre in tutto il disco.
L'atmosfera macabra e colma di suspense è quella dei Doors, come conferma
Everybody Loves You, altra incredibile (per loro) melodia sfogata con
rabbia da shouter di rhythm & blues con staccato ska di chitarra.
Cut To The Chase è persino
una litania mediorientale accompagnata da mellotron magniloquente.
Nowheresi lancia in un un galoppo frenetico e sincopato, una sorta
di voodoobilly punteggiato da sibili elettronici, sempre per rendere
un senso di angoscia alla Jim Morrison
("living on the other side of hope...").
Brano emblematico del loro stile apocalittico, cupo, fragoroso, enfatico,
Surprise Surprise è un'arringa politica
congegnata incastrando hip hop, funk, hardcore, tribalismo, campionamenti
e un gran finale dissonante.
A tenerle compagnia sono
il blues industriale, sgangherato, follemente percussivo,
scosso da cariche alla Big Black, di Cause And Effect;
la vibrante invettiva di Furnace, altro galoppante voodoobilly;
e il farnetico nichilista di Got No Soul, un brano recitato nel tono
di Nick Cave che sonda abissi di alienazione in un paesaggio desolato di rumori
e di grottesche fanfare da big band.
Il blues è la componente piu` vitale del disco, anche se camuffato dietro
travestimenti da mostri di Halloween.
Brani come
$10 Bill, un blues spastico con fanfara di fischietti e trombe,
come se Blind Lemon Jefferson fosse accompagnato da una jugband di matti,
sono i dettagli piu` importanti di questo affresco-mosaico della loro
"wasteland".
I testi sono spaventosi, ed esprimono in maniera ancor piu` tremebonda il
travaglio interiore di questi Nietsche del rock, il senso del tempo che passa
e della vita che prosegue sempre uguale, squallida, senza uscita.
L'attesa della morte sovrasta incorruttibile questa tragedia di lenta
corruzione della mente.
Tutt'altro che dissoluta, anzi a modo suo moralista; non perversa, ma
tormentata; granitica ma palpitante; è un'arte piu` prossima alla sepultura
e all'imbalsamazione che alla vita.
Con i suoi ritmi fortemente
irregolari, a raffica, le sue melodie irte e spigolose, i suoi contrappunti
stridenti, suonato come se ogni accordo fosse l'ultimo accordo che sia possibile
suonare, fino a sfiancarsi, fino a scardinare l'armonia che si è appena
faticosamente costruita, questo album
dimostra come il loro retroterra cacofonico possa essere messo al servizio
della forma-canzone per coniare una specie di ballata post-industriale,
traboccante di emozioni estreme e di impulsi suicidi.
Continuando per quella via, Release (Interscope, 1994) approda a uno stile che è fondato sulla tradizione, invece che sulla rivoluzione, ma che non rinuncia a destabilizzarla con suoni "industriali". Cosi` il bluesrock viscerale di It Only Hurts When I Breathe è solcato da una figura minimalistadel pianoforte, la fanfara funky-jazz di Last Legs (con David Ouimet al trombone) è percossa da un ritmo martellante; ma soltanto Ambulance Song, riesumando una ritmica incalzante degli anni ruggenti e costellandola di appunti elettronici, sfrutta appieno il potere straniante del contrasto. Piu' sovente (Slackjaw, One Of These Days) rimane invece soltanto la "base" tradizionale, tanto epigonica nei confronti dei classici da essere degna dei Black Crowes. I Cop Shoot Cop di Interference, sono stati accettati nelle nuove leve della musica di consumo, a fianco di Spin Doctors e Stone Temple Pilots. L'aggiunta alla formazione di una chitarra (Steve McMillen), grezza e rovente come di moda, contribusice alla normalizzazione.
Sulle ceneri dei Cop Shoot Cop nasceranno due gruppi: i Firewater (Ashley e intellettuali assortiti di New York) e i Red Expendables (Phil Puleo alla batteria, Jim Coleman alle tastiere e ai campionamenti, Jack Natz al basso, e Michael K alla chitarra). Coleman, che aveva già all'attivo diverse colonne sonore e persino un'opera (presentata nell'agosto 1998 in Austria), ha poi registrato Brooklyn Bank (CI, 1998) con Mauro Teho Teardo, accreditato agli Here, e ha poi dato vita al progetto Phylr con l'album strumentale Contra La Puerta (Invisible, 1998), dominato dalle tastiere e ispirato al gotico ambientale e al trip-hop.
L'enciclopedismo sonoro dei Cop Shoot Cop, che annovera praticamente tutti i gerghi violenti della storia del rock, ha come obiettivo la colonna sonora dell'olocausto tecnocratico in corso. A differenza di tanti gruppi che cercano di scimmiottare le cadenze e l'anemicità dell'uomo-macchina, e di rendere per via subliminale i suoi traumi psicologici, i Cop Shoot Cop prendono di petto la materia, urlano proclami rivoluzionari, indulgono in reportage raccapriccianti, provocano traumi persino maggiori di quelli che dovrebbero guarire. Ma la loro missione non è guarire: è far ammalare.
Ashley è il Nick Cave della situazione: il suo grugnito sarcastico, stracolmo di angoscia e di psicosi, è una delle voci piu` rappresentative della sua generazione.
Il primo album dei Phylr, Contra La Puerta (Invisible, 1998), è uno
squisito
assaggio di musica industrial, ambient e gothic con tastiere portanti e un
arrangiamento
d'avanguardia. Il tastierista dei Cop Shoot Cop, Jim Coleman, compone
inquitanti vignette
di orrore senza parole.
Il manifesto del suo metodo è rappresentato da I Was Born, una composizione che
sposa cocktail-lounge blues, pianoforte bebop, suoni industrial ,frenesia
drum & bass
e macabri sintetizzatori, tutto nello spazio di quattro minuti.
Un'etnica nascosta emerge in The Field.
Il lento, ipnotico mormorio di un mantra Tibetano
è perforato da una rumorosa distorsione e rotto da percussioni martellanti,
in ciò
che suona come un cerimoniale esoterico.
Chapter II è un tipo di trance etnico più criptico, marginale allo
shoegazing psichedelico, ma con un finale enfatico.
Sia giocando con
fantasie minimaliste (Home), che con free-form noise
(Intervention) o
ronzii dissonanti (Away),
Coleman mostra sempre un'inclinazione per l'"evolversi" della musica. Non
importa
quanto semplice sia l'inizio, alla fine del brano così tante cose si sono
succedute,
da aver formato una complessa combinazione.
Il senso del dramma che è alla radice di tutti i brani è particolarmente
forte in
Distance, un pianoforte lievemente tintinnante in una tempesta
di poliritmia voodoo e paurosi fiati sintetizzati.
Dall'altra parte, Thistle è il finale "romantico" dell'album,
con il suo luttuoso pianoforte, violoncello e soprano.
L' intensità e la grandiosità di questi brani strumentali rende la musica
dei Phylr una più stretta parente delle sinfonie industrial dei Foetus
e delle fughe musicali degli Swans
piuttosto che delle ballate barocche dei Lycia.
Il secondo album dei Phylr, Halflife (Invisible, 2000), è leggermente più sottomesso. Trip-hop e drum & bass prevalgono su industrial e gothic. L'arrangemento dà più la sensazione di una foschia che non di un paesaggio.
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