- Dalla pagina sui Dandy Warhols di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Courtney Taylor-Taylor (Portland, 1967), cantante e chitarrista di Portland, è un tossicodipendente da manuale e un appassionato di musica degli anni '60. E' anche un talento melodico come pochi e in compagnia dell'altro chitarrista Peter Holmstrom riesce a comporre armonie che sposano il suo vizio, il suo hobby e il suo talento in maniera al tempo stesso sperimentale e orecchiabile.
Dopo il singolo Little Drummer (Tim/Kerr, 1994), con Dick e
Genius, esce l'album di debutto,
Dandys Rule OK (Tim/Kerr, 1995) (Capitol, 1996),
prontamente lanciato su scala mondiale.
L'album è prima di tutto un'impressionante raccolta di omaggi post-moderni agli
anni '60 e ai colleghi degli anni '90, tanto nei titoli quanto nelle musiche.
In secondo luogo, è un esercizio di revisione personale di quei generi.
La revisione consiste nel fatto che l'intero disco è immerso in colate di
allucinogeni. Coffee And Tea Wrecks (un motivo in crescendo in stile Byrds con una progressione in stile Rolling Stones su un drone sporco alla John Cale), Lou Weed (un giochetto di parole su Lou Reed),
Grunge Betty (il pezzo più difficile, più incline ai T.Rex che agli Helmet) inventano così un nuovo modo di rendere un tributo ai propri idoli.
Per riassumere brevemente la musica rock, dagli Stooges (Finale) ai Grateful Dead (la space jam dilatata di otto minuti di Dick), da Syd Barrett (Not Your Bottle) ai Jesus And Mary Chain, la finta hit parade dei Dandy Warhols è impeccabile e raramente banale.
I singoli Dandy Warhols' T.V. Theme Song, Ride e Nothin' To Do (il brano più sfacciatamente pop del lotto) vendono questa invenzione al grande pubblico.
L'ode nostalgica di Fast-Driving Rave Up (sedici minuti) chiude degnamente il
disco con una specie di riassunto della storia del rock, da Sister Ray
dei Velvet Underground agli Stooges, dai Jesus And Mary Chain al brit-pop.
Nel complesso i ragazzi compongono un tributo intelligente e per nulla
calligrafico alla civiltà sonora degli anni '60.
Come Down (Capitol, 1997) è meno sperimentale e con i piedi
saldamente per terra. I toni di Taylor rimangono spaventosamente allucinogeni
e colorano della loro deformante prospettiva tutte le armonie. La tastierista
Zia McCabe acquista maggiore importanza nell'economia degli arrangiamenti.
La qualità trascendente della loro musica è evidenziata dal mantra di
I Love You, ripetuto meccanicamente su una parete di tremolo, e da
Be-In, che ottiene un risultato di portata storica sovrapponendo le armonie
vocali del Merseybeat al boogie trascendente dei Velvet Underground e a un
sintetizzatore a mo' di cornamusa scozzese.
Da lì prendono l'abbrivo gli esperimenti più audaci sulla forma canzone,
l'ipnotico e funereo "slo-core" di Orange e l'incubo di Hard On For Jesus,
un vento incalzante di schitarrate e di armonie vocali.
Il tributo continuato e quasi paranoico degli anni '60 che il gruppo aveva
condotto nel disco precedente è qui alquanto sfumato.
Cool As Kim Deal fonde stereotipi assortiti di garage-rock, Merseybeat e
surf; Boys Better accoppia melodia eterea e andamento cadenzato, fraseggio
epico di organo acido e chitarre caricatissime.
Semmai Taylor si diverte a fare il cantautore, ma sempre un cantautore imbottito
di droghe, come nella solenne ballata folk di Good Morning o nel country di
Minnesoter, con i contrappunti melodici della chitarra nelle timbriche più
buffe. Everyday Should Be A Holiday copia invece spudoratamente il boogie
elettronico di Legs (ZZ Top).
Il gruppo diventa invece prevedibile e terribilmente noioso quando deve pagare
il suo debito alla fama, nel singolo Not If You Were The Last Junkie On Earth.
Coronano il disco i due strumentali conclusivi, Pete International Airport,
nello stile psico-ambientale di quei giorni, e The Creep Out, nello stile
buffo-psichedelico del Rave Up del disco precedente.
Thirteen Tales From Urban Bohemia (Capitol 2000) è quasi una soap opera decadente, una parodia dei Rolling Stones e del primo Lou Reed visti come musica melodica generica. Godless (un riff di My Sweet Lord con una tromba mariachi) è un manifesto di intenti morali anzichè musicali.
L'album scorre gentilmente da una Mohammed con sfumature raga alla ballad country-rock The Gospel. Un improvviso sprazzo di energia con le distorsioni selvagge di Nietzsche è subito affogato tra sonnolente filastrocche.
I singoli Get Off e Bohemian Like You sono persino più triviali della media triviale dei loro successi pop, privi di alcun ritornello o riff rilevante. I Dandy Warhols sono l'antidoto a Marilyn Manson.
Welcome to the Monkey House
(Capitol, 2003)
è uno strambo esercizio di nostalgia, che scambia le chitarre con i
sintetizzatori e indulge in goffe imitazioni di Duran Duran,
disco-music, glam-rock, Cars, ecc.
We Used To Be Friends e Plan A sono divertenti per pochi secondi
(come anche una cover di I Am A Scientist dei Guided By Voices) ma scherzi di questo tipo non possono durare un album intero.
The Black Album (2005) è l'album d'esordio mai pubblicato (su doppio CD).
Abbandonando il loro prevedibile stile power-pop, i Dandy Warhols trasformarono
Odditorium Or Warlords Of Mars (Capitol, 2005) in un carosello di tutto ciò che hanno sempre voluto fare ma non hanno mai fatto, da lunghi droni space-rock
(Love Is the New Feel Awful, Easy, A Loan Tonight) al rock delle radici (The New Country All the Money or the Simple Life Honey).
Se non altro, questo rese la loro musica interessante. Ma troppe band
nel mondo possono fare (e di solito lo fanno) molto meglio le stesse
cose.
This Machine (2012) è di grande lunga l'album peggiore che hanno pubblicato.
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