- Dalla pagina sugli Eels di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Gli Eels, il progetto del cantautore Mark Oliver “E” Everett (1963), di Los Angeles, hanno elaborato uno stile narrativo al tempo stesso umile e sofisticato in Beautiful Freak (1996), collocando il suo tono e i suoi arrangiamenti a metà strada tra Beck e i Flaming Lips. Electro-Shock Blues (1998), un cupo concept album e un toccante requiem per gli amici scomparsi, ha alzato la posta in gioco adottando gli arrangiamenti orchestrali distorti di Tom Waits e superando la depressione maniacale di Neil Young. Sfruttando gli eventi sonori disorientanti generati da tastiere, campionatori e giradischi, e integrando motivi jazz e neoclassici, Everett ha coniato una forma di musica folk solenne, inquietante e stridente.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Gli Eels sono un trio di Los Angeles formato da Mark Oliver “E” Everett che suona un "lo-fi" rock fabbricato in garage altamente drammatico e personale, sostenuto dal canto sofferto e "fatale" del leader.

Everett, virginiano trasferitosi a Los Angeles, aveva già pubblicato due album solisti, sotto lo pseudonimo E, A Man Called E (Polydor, 1992) e Broken Toy Shop (1993), prima di formare gli Eels. Il concept A Man Called E è una sorta di autobiografia musicata. Nell'arco delle sue canzoni il vulnerabilissimo E descrive ogni sorta di sventure (Hello Cruel World l'ouverture...), ma ciò non gli impedisce di pervenire alla Symphony For Toy Piano In G Minor. L'idea e la realizzazione erano degni di Brian Wilson (Beach Boys).

La ballata dell'album Beautiful Freak (Dreamworks, 1996) che li rende celebri, Novocaine For The Soul, è un incrocio fra un rap depresso di Beck e una ballata stralunata dei Flaming Lips, arrangiata con riff cantabile e appena distorto di chitarra, carillon di pianoforte, maestoso motivo di violini e cadenza da cocktail lounge.
Tutti i brani sono stati registrati in maniera umile ma sfoggiano costruzioni imprevedibili e arrangiamenti sofisticati. Susan's House (forse l'apice) alterna un ritornello degno di una ballata pianistica di Billy Joel a un recitato su un filo di tromba e una cadenza hip hop. Da quel melodismo struggente prende l'abbrivo la tenera serenata di Beautiful Freak, che tanto nel testo quanto nel canto e nell'arrangiamento di tastiere e violino ricorda le tenui romanze di Lisa Germano. Spunky, ancora malinconicamente immerso in accordi maestosi di violino, pianoforte e organo, sublima quest'arte di essere umile anche quando si sovrappongono tre o quattro strumenti dell'orchestra classica.
My Beloved Monster è quasi una novelty, bisbigliata in un assortimento di banjo, grancassa da circo, trombone e stonature assortite, e Flower ottiene un effetto metafisico campionando e riciclando persino un coro di soprano e contralto. In cotanto marasma di strumenti il canto di Everett è imperturbabile, sempre dimesso e indifferente, mai esibizionista o trionfale.
Il disco si chiude appropriatamente con due canzoni dalle atmosfere morbose e surreali, Your Lucky Day In Hell e Manchild, in cui i trucchi di cui sopra si rarefanno fino a lasciare soltanto una cartilagine astratta di accordi, che la voce si occupa di raccordare con smaliziato mestiere.
Lungi dall'essere barocco, il sound di Everett è la quintessenza del rock chitarristico. E` infatti l'accorto accompagnamento di chitarra ad elevare i suoi tetri lamenti a canzoni financo epiche, come succede con il malinconico e solenne riff che sospinge l'elegia di Rags To Rags.
Il disco conta, insomma, due o tre capolavori assoluti, e una mezza dozzina di brani che farebbero la gloria di qualsiasi cantautore. Everett rivela soprattutto la personalità e la statura del grande "storyteller", dell'uomo che ha qualcosa da dire e lo sa dire in maniera superba, nella tradizione di Bob Dylan, Neil Young, Nick Cave e Kurt Cobain.

Broken Toy Shop (1993) era fondamentalmente un concept sulla rottura di una relazione con una ragazza.

Everett si supera con il disco successivo, Electro-Shock Blues (Dreamworks, 1998), un cupo concept album ispirato da ogni sorta di tragedie personali (una catena di morti, fra cui quelle del padre, della madre, della sorella e di un paio di amici). Ancora una volta le canzoni sono state registrate in tutta umiltà a casa propria, ma ancora una volta l'arrangiamento è ricco di violini, fiati, tastiere, campionamenti e giradischi. Everett scodella così con disinvoltura una Elizabeth On The Bathroom Floor per coro femminile e sezione d'archi, una danse macabre per sincopi metallurgiche, organo jazz e voci infernali come Cancer To The Cure, una My Descent Into Madness per organo gospel e minuetto rinascimentale di violini e tamburelli, una Hospital Food per orchestrina swing.
Ma la gara dell'effetto più stordente la vince Last Stop This Town il cui incantevole carillon di clavicembalo viene divelto all'improvviso da un brutale riff di chitarra (coro celestiale di sottofondo, controcanto di basso e di psicotico, violini e flauti angelici).
Il disco pullula di melodie che sarebbero irresistibili in un contesto più gioviale. E' invece difficile canticchiare il sinistro blues di Going To Your Funeral , l'aria pop di Climbing To The Moon o la cantilena di The Medication Is Wearing Off. Sono canzoni che sembrano esorcizzare il dolore profanando la morte.
Al nadir della depressione morale Everett si affloscia nel registro moribondo di Nick Drake: 3 Speed, Dead Of Winter, Electro-Shock Blues... sempre più desolate e "nude".
Il disco si chiude (con PS You Rock My World) in un'assordante orchestra di violini che suona un tema romantico mentre Everett si strugge di trovare un senso alla vita.
La sensazione, non a caso, è talvolta quella di un requiem accorato e talaltra quella di una disperazione sfrenata.


(Tradotto da Dario Ferraro)

Daisies Of The Galaxy (Dreamworks, 2000) si lascia alle spalle la tristezza di Electro-Shock Blues, ma soffre della sindrome da successo.
Il talento pop di Everett si spreca in ballate zoppicanti che richiamano alternativamente i R.E.M. (Flyswatter, I Like Birds) e gli U2 (Jeanny's diary, Grace Kelly's Blues). L'eco della depressione straziante del loro capolavoro aleggia ancora su Mr E's Beautiful Blues, Grace Kelly Blues e The Sound Of Fear, ma questa volta la musica è molto meno "scioccante".


(Tradotto da Luca Battistini, modificato da Stefano Iardella)

Souljacker (Geffen, 2001 - Dreamworks, 2002) mantiene la band in un limbo di rock non essenziale, ma non disprezzabile. L'oscillare dell'album, da hard-rock (Dog Faced Boy), boogie (Souljacker Part One) e rockabilly (Dog Faced Boy) a ballad (Fresh Feeling) e exotica (That's Not Really Funny) non promette bene per il futuro del gruppo, che sembra incapace di raggiungere di nuovo la magia del suo capolavoro, Blues. Friendly Ghost e Bus Stop Boxer sono canzoni lavorate attentamente, ma pressochè uniche nella scena rock attuale (per non citare i samples a la Beck di Jungle Telegraph). Questo è certamente il loro album più upbeat, nonchè il più eterogeneo, ma non necessariamente il più sincero e solido.

I Am The Messiah (Spinart, 2003) è un progetto parallelo di Mark Everett, mascherato sotto il soprannome di Mc Honky. L'album è un collage di suoni ritrovati, effetti sonori e tenere melodie.

Tornando agli Eels, Everett mostra un tono più lieve e casual. Shootenanny (Dreamworks, 2003) da' l'idea di una collezione di note più che di un concept profondo: con la partecipazione di Lisa Germano, è finora l'album maggiormente "atmosferico" degli Eels: la tensione si è placata, ma la magia è aumentata.
C'è pochissima invenzione (All In A Days Work ricicla clichè blues e soul; Restraining Order Blues, Lone Wolf , Agony e Numbered Days sono espressione di uno stato d'animo generalmente pensoso, una sorta di out-takes da Electro-Shock Blues), ma le canzoni non sono mai apparse cosi' "complete", finite, irrevocabili. Non è una coincidenza che suonino anche più pop, sebbene le melodie non siano beatlesiane. Saturday Morning (fitta di cori in falsetto), Love of the Loveless, Dirty Girl e la più notevole, Wrong About Bobby, sono salde emotivamente e strutturalmente solide, come se i due aspetti della musica si sforzassero di convogliare le reciproche qualità.


(Tradotto da Giovanni Giustini)

Dopo tre uscite degli Eels relativamente minori, Mark Everett ha riversato tutta la sua filosofia e ogni competenza musicale che ha affinato negli anni nel monolitico doppio CD da 33 brani degli Eels Blinking Lights And Other Revelations (Vagrant, 2005), un concept autobiografico, ispirato al film di Bergman "Fragole Selvatiche", che si dice abbia richiesto otto anni di lavorazione, che segue la vita di Everett dalla nascita sino alla "celebrità". La sua auto analisi è in gran parte un soliloquio che non interessa la musica, che è, quindi, cesellata meticolosamente. Theme From Blinking Lights, che apre la rassegna con Everett che canticchia un coretto di natale su semplici figure di chitarra e xilofono, Trouble With Dreams, una gioviale melodia pop con l’organo in primo piano e un ritmo di xilofono che sembra un orologio ticchettante, Mother Mary, che genera un ritmo jazzy-reggae da un rumore di bicicletta e dopo distende un ritornello psichedelico su di un organo blues, Going Fetal, un’orecchiabile e gioiosa arietta à la Tommy Roe che fonde stereotipi del Mersey-beat, della musica surf e del primo garage-rock, Checkout Blues, una porzione di easy-listening orchestrale, Old Shit New Shit, con chitarra squillante, tastiere simil-theremin e una produzione alla Phil Spector ottimistica e pacchiana, Hey Man, una filastrocca a passo veloce, If You See Natalie, con echi di Imagine di John Lennon, Railroad Man, un antiquato country-rock, Losing Streak, un ingranaggio pop al ritmo di un intermezzo (staccato di tastiere alla Cars, fanfara di simil-ottoni, battito ska, ritornello che si impenna), irradiano umanità a livello elementare e universale. Questa caratteristica di fondo dura fino alla fine, trasformandosi lentamente in qualcosa di meno personale e più universale, meno distaccato e più pregno di significato, fino alla sentimentale ode funebre di pianoforte di The Stars Shine In The Sky Tonight e all’epico finale neoclassico di Things The Grandchildren Should Know, un inno all’uomo qualunque.

Ciononostante, Everett sembra più a suo agio quando ritrae l’infanzia che quando ritrae l’età adulta. Un che di magia trapela da From Which I Came, 50 secondi di droni di violoncello e riverberi di chitarra portano a un’orecchiabile melodia psichedelica impregnata di organo gospel e di twang alla Duane Eddy, e Blinking Lights For Me, una fiaba alla Donovan.
Comunque, un inquieto sentimento esistenziale non è mai troppo lontano dal percorso principale. A parte lo spiritual da camera di Understanding Salesman e il lied da camera di Dust Of Ages (un adagio alla Pachelbel con Everett che sussurra su archi e organo fluttuanti), due brani notevoli che eludono la psicanalisi, diverse canzoni in tutto l’album evocano il fantasma di Tom Waits: la lenta, trasandata, jazzy Son Of A Bitch, la malinconica ballata al piano Suicide Life e The Last Time We Spoke (forse una impersonificazione Waits-iana di troppo). Come l’umore cambia dall’esuberanza giovanile al rimpianto di mezz’età, Everett tratteggia la lunga meditata I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart per chitarra e xilofono, e la solenne elegia alla solitudine urbana di Whatever Happened To Soy Bomb per chitarra e violoncello.
Ci sono pochi momenti di intenso pathos. La percussiva, demoniaca The Other Shoe è l’eccezione, non la regola.

I brevi interludii strumentali (il lugubre e inquietante Marie Floating Over The Backyard per piano e canto senza parole, il dolente valzer di Bride Of Theme From Blinking Lights, God’s Silence) sono a volte più pregnanti dei testi: anche loro irradiano la stessa energia, anche in misura maggiore, senza l’effetto serra dell’impalcatura poetica.
Everett interpreta la musica come calligrafia. Il lato negativo è che si possa rintracciare l’influenza perversa della scuola di pop barocco degli Apples In Stereo, e a volte anche l’influenza perversa del White Album dei Beatles.
D’altra parte, non c’è dubbio che Everett canti in maniera molto sicura della sua abilità di plasmare un monotono discorrere in graziosa, colorata, ipnotica calligrafia. In un certo senso, questa è proprio la ragione per cui Everett fa quello che fa in questo album. Canta della sua capacità di parlare di se stesso, e trasforma un’autobiografia in una celebrazione delle sue qualità, e, indirettamente, della musica stessa. Everett è uno dei più grandi songwriters viventi, e sa di esserlo. Quest’album rappresenta non tanto una manifestazione della sua grandezza, quanto della consapevolezza della sua grandezza.


(Tradotto da Rosa Borgonovi)

Everett utilizza un complesso da camera per rivisitare I suoi classici in Eels With Strings (Vagrant, 2006).

Meet the Eels (2008) è un’antologia della loro carriera, mentre Useless Trinkets (2008) una collezione di rarità.

Il concept album Hombre Lobo: 12 Songs of Desire (Vagrant, 2009) è quasi un alter ego di Blinking Lights and Other Revelations: un selvaggio affresco della passione umana. Lo stile dominante è il garage-rock (Prizefighter, Fresh Blood, Liliac Breeze, What's a Fella Gotta Do, Tremendous Dynamite) nonostante gli Eels siano ancora in grado di creare bouncy pop (Beginner's Luck, In My Dreams) ed Everett, in questa fase, non riesca a resistere alla modesta litania acustic folk in That Look You Give That Guy, The Longing, My Timing Is Off e Ordinary Man.

End Times (2010) è un altro concept album sul divorzio di Everett, una versione più tragica di Broken Toy Shop (1993) e un monologo deprimente in uno stile scheletrico sebbene dignitoso (Little Bird, In My Younger Days, On My Feet) il cui principale lato negativo è il fatto che vada troppo dritto al punto per poter essere considerato arte (con le piccole eccezioni della rockeggiante Gone Man e il folk da camera di A Line in the Dirt). Questo album continua quella discesa verso un piacevole stato di malinconia che era stata accelerata da Hombre Lobo. Sebbene più colto di entrambi, Everett non trasmette la solenne malinconia che caratterizza Nebraska, di Bruce Springsteen, e non cade nella desolazione apocalittica del Neil Young di Tonight’s the Night: semplicemente, scivola verso un universo interiore sempre più placido.

Tomorrow Morning (2010) chiude quella sorta di trilogia iniziata con Hombre Lobo e bilancia l’umore da suicidio dell’album precedente con un’attitudine più virile e molta più varietà stilistica. Il dinamico e sincopato pezzo funk-rock Baby Loves Me, la superba aria archeggiante e Broadway-iana I’m A Hummingbird, il semplice country-rock I Like the Way This Is Going e, soprattutto, il giubilante e incalzante gospel Looking Up rassicurano il suo pubblico che, dopotutto, Everett è pur sempre un musicista.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Extreme Witchcraft (2022) è un album di odiose imitazioni, che spazia dalla musica soul viscerale di Wilson Pickett (Steam Engine) al funk-rock alla Doobie Brothers (Grandfather Clock Strikes Twelve) attraverso il psych-pop degli anni '60 (Amateur Hour e The Magic).


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