- Dalla pagina sui Gravity Kills di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Gravity Kills vengono lanciati nella stratosfera della musica industriale e dell'aggro dal travolgente singolo Guilty, uno dei capolavori del genere. L'album omonimo del 1996 (per la TVT) rincara la dose, mitragliando Blame (al limite della danza di guerra pellerossa), Enough (al limite dello speed-metal), Never (al limite dell'alienazione dei Nine Inch Nails) L'espediente è sempre lo stesso: ritmiche pesantissime (Kurt Kerns), schitarrate ferocemente stridenti (Matt Dudenhoeffer), canto arrabbiato (Jeff Scheel). Gli stessi elementi servono per erigere spaventosi affreschi della nevrosi post-industriale come Goodbye. Le tastiere di Douglas Firley si fanno sentire soltanto nei brani più ballabili, come Inside, ma sono quasi sempre sommerse dal frastuono degli altri strumenti.
Cinque brani dell'album vengono remixati da tredici ospiti su Manipulated (TVT, 1997).
Gravity Kills aumenta spropositatamente la posta in gioco al tavolo di Ministry e Nine Inch Nails.
Ma Perversion (TVT, 1998) è una grossa delusione. Wanted tentava invano di ripetere il miracolo di Guilty.
Superstarved (Sanctuary, 2002) è un deludente ritorno ai cliché del genere, ormai invecchiati.
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