- Dalla pagina su Joe Henry di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Joe Henry (Charlotte, 1960), cresciuto nel Michigan e avviato alla carriera di cantautore a New York, prima di trasferirsi a Los Angeles, vanta il registro nasale di Bob Dylan, un talento narrativo che si esprime in scenette realistiche di vita provinciale, un eclettismo che lo porta a spaziare lungo tutto l'arco della tradizione americana.
Esordisce con Talk Of Heaven (Profile, 1986), ma deve attendere A Murder Of Crows (A&M, 1989 - Mammoth, 1993) perchè la critica si accorgesse di lui.
Nel frattempo si era sposato con Melanie Ciccone, sorella di Madonna.
Indossò poi le vesti dell'intellettuale su Shuffletown (Coyote, 1990), che vantava arrangiamenti molto più sofisticati: la band di supporto comprendeva il chitarrista T-Bone Burnett, i musicisti jazz Don Cherry (tromba), Cecil McBee (basso) e Phil Kelly (pianoforte) e i veterani musicisti country David Mansfield (mandolino) e Michael Blair (batteria). L'album ha diverse anime. Chitarra latina e percussioni in punta di piedi spingono il ritornello alla Don McLean di Helena by the Avenue. È questo l'animo sciolto ed esotico, in mostra anche nella sincopata Easter. All'estremità opposta dello spettro c'è l'anima austera ed elegante che si manifesta nel valzer neoclassico Spent It All, in Ben Turpin In The Army, sostanzialmente un lied da camera per chitarra e violino, in Drowning in the River Half Laughing, un inno per pianoforte, violino e contrabbasso.
Psicologia e coreografia vanno di pari passo nelle canzoni che trasudano un senso di solitudine e vuoto, in particolare l'elegia agonizzante Shuffletown, che è vivace rispetto alla spartana Land, senza batteria, con un picco di tenero pathos nel grido gospel di Date for Church, una chiamata la cui risposta è una tromba spettrale.
Grazie ai Jayhawks (che interpretano il ruolo che la Band ricoprì con Bob Dylan) e a Dan Murphy dei Soul Asylum alla chitarra, Short Man's Room (Mammoth, 1992) si mosse verso sonorità più solari. Il risultato è generalmente più vicino al folk-rock di Bob Dylan della metà degli anni '60 (Good Fortune, Sault Sainte Marie) e al calmo gospel-rock della Band (Stations) che allo stile intellettuale dell'album precedente. Reckless Child, l'allegra Best to Believe e soprattutto l'inno King's Highway sono permeati da un sentimento country più tradizionale e sincero. Anche i canti intimi di Last One Out e A Friend To You aderiscono a un'estetica rurale. Allo stesso tempo i racconti severi di Short Man's Room e One Shoe On (soliloquio di un uomo morente) acquisiscono la profondità di parabole filosofiche.
Il dolce suono country di Kindness Of The World (Mammoth, 1993) nascondeva un panorama umano desolante. One Day When the Weather Is Warm, Third Reel, I Fly over Our House Last Night e la rapsodia di sette minuti Buck Dancer's Choice compongono una monotona parata di tragedie esistenziali, con picchi di tenera intimità in She Always Goes e Kindness Of The World. La musica resta in sottofondo, estroversa solo nel valzer di This Close To You, nella dylaniana Fireman's Wedding, e nella cruda e rumorosa Dead To The World, un improvviso omaggio alla nevrosi di Neil Young.
Trampoline (Mammoth, 1996) cambiò nuovamente rotta, adottando un suono pop e una chitarra hard-rock per storie dirottate da un umorismo surreale. Da qui le vibranti Bob & Ray e Go with God, che sono l'esatto opposto delle monotone litanie country dell'album precedente. Questa nuova posizione produce l'ipnotico shuffle Ohio Air Show Plane Crash, la distorta e cacofonica jam blues-rock Let Me Have It All e Trampoline (con melodia e vibrato alla Crimson And Clover). Il nuovo volto della musica di Henry è incarnato anche dai bizzarri arrangiamenti di Flower Girl (violoncello, rumore, mellotron, campioni di cantanti d'opera) e Medicine (elettronica, fiati funebri, dissonanze, feedback di chitarra). La lamentosa ballata I Was a Playboy si abbandona persino nella musica di archi e fiati. Questo eclettico ventaglio di idee abbandona definitivamente gli stereotipi della musica folk e country.
Fuse (Mammoth, 1998) non fa che completare la trasformazione iniziata con Trampoline. Un rinnovato Joe Henry partorisce fosche, notturne e deprimenti canzoni arrangiate con un arsenale di elettronica, batterie programmate, manipolazione di nastri e sampling e riverniciata con una produzione elegante. Un retrogusto jazz è d'improvviso predominante, specie in Angels (con il sassofono come protagonista) e nella strumentale Curt Flood, occasionalmente segnata da accenti funk, così come Fat. La sua è oramai l'arte di un cantastorie d'atmosfera che reinventa perennemente se stesso. Fuse, Monkey, Want Too Much e Beautiful Hat sono al contempo identiche e diverse. Like She Was a Hammer segna probabilmente il picco di quest'arte. Persino il disinvolto e svenduto pop di Skin and Teeth mostra l'insolita abilità di dire più di quanto le parole e le note non facciano.
Scar (Mammoth, 2001) prosegue lungo la medesima traiettoria, arricchendo il sound di Henry con sottili passaggi strumentali e caricando la sua voce di un'angoscia esistenziale. Le storie sono ora meri pretesti per i suoi intriganti pastiche musicali. Richard Pryor Addresses A Tearful Nation è un avvilito blues in stile Tom Waits con orchestra da camera, chitarra lamentosa e delirante sassofono. Lo spettro di Waits aleggia inoltre sull'elegia notturna di Lock And Key (con un piano alticcio che parafrasa Yesterday dei Beatles). I passi cha-cha che introducono Stop (che la cognata Madonna aveva cantato come Don't Tell Me) sono sabotati da un vibrante suono western e un violino gitano.
Gli archi avvolgono il tenero gemito di Struck, e, a dispetto del beat sintetico, le conferiscono un sentimento funereo (accresciuto da una chitarra spagnola a lutto).
Perfino la semplicità è fuorviante: il "semplice" lamento di Cold Enough To Cross si erge su un piano che tintinna con brio e su dimessi fiati degni della banda dell'Esercito della Salvezza. La conclusiva Scar è un solenne inno percorso da martellanti percussioni e tastiere gospel
La varietà di stili, dalla swingante Rough And Tumble (cantata in un registro alla Bob Marley) al triviale pop-jazz di Mean Flower, non ha paragoni sin dai tempi di Randy Newman.
In queste canzoni, le abilità compositive di Henry sono trascurabili: ciò che conta sono le sonorità. Ciascuna canzone è un complesso artefatto/artificio sonico (di rado inferiore ai quattro minuti) che esplora la psicologia di personaggi surreali. L'attenzione di Henry a dettagli e atmosfere è migliorata nel tempo.
Gli arrangiamenti ricercati avevano progressivamente spostato il centro di massa dalle parole verso i suoni. La band di supporto (Jay Bellerose alla batteria, Chris Bruce alla chitarra, Don Byron al sax e clarinetto, Jennifer Condos al basso, Ron Miles alla tromba, Dave Palmer e Patrick Warren al piano) rubano la scena su Tiny Voices (Anti, 2003), il suo album più jazz di sempre. La vivace fusione latin-funk-jazz di This Afternoon è il trampolino di lancio, ma la maggior parte dell'album sprofonda in una palude di blues, soul e jazz dalla tenera atmosfera: Animal Skin, Sold, Flesh And Blood e Loves You Madly, fino alla sonnolenta Widows Of The Revolution, basata sul pianoforte. La formula non è esattamente galvanizzante, anche se distorta nel crescendo quasi erotico di Lighthouse, o quando impiegata per esaltare la vecchia verve dylaniana di Dirty Magazine. In alcuni casi decade in un paesaggio sonoro quasi astratto (Flag e Tiny Voices). Si eleva nel finale, il gospel orchestrale di sette minuti Your Side Of My World, dimostrando che ci sono emozioni dietro le sonorità anemiche.
Civilians (2007), aggiungendo al combo Bill Frisell alla chitarra e VanDyke Parks al pianoforte, aggiunse un paio di brani (Civilians, I Will Write My Book) in quella vena blues-jazz con accento vintage ancora più forte ma per lo più rivolto a racconti solenni e monotoni che fanno troppo affidamento sulle parole (Civil War, You Can't Fail Me Now, Scare Me to Death, God Only Knows e la leggermente più efficace Wave). Il salto noir Time Is a Lion arriva come un boccata d'aria. Le meditazioni più lunghe (Shut Me Up e la triste Our Song) non se la passano molto meglio. Nonostante delle line-up sempre più ambiziose, la musica di Henry perdeva progressivamente (senza guadagnare) profondità e pathos.
Blood From Stars (2009) ha segnato un ritorno alla musica, non solo alla narrazione. The Man I Keep Hid gioca con il blues e il ragtime, a metà strada tra Randy Newman e Tom Waits. Stars evoca i suoi fantasmi preferiti, Bob Dylan e Van Morrison, ma in un contesto di canto pop melodrammatico. Progress Of Love riecheggia le melodie degli show di Broadway, e This Is My Favorite Cage è un lied da camera, mentre Suit On A Frame fonde ritmi elettronici sincopati con pianoforte africano. Sia il canto sia la musica sono abbastanza creativi da rendere ogni canzone un modello di interazione semantica. L'ossessione per il blues e per il jazz degli album precedenti è qui incanalata nel demenziale blues-rock Death To The Storm, nel cupo e inquietante All Blues Hail Mary e nel maestoso inno da marching band Bellwether.
La modalità dominante di Reverie (2011) è lo swing blues (Heaven's Escape, Sticks and Stones), lo stile che meglio mostra il contrappunto di Henry e della sua crew (il batterista Jay Bellerose, il pianista Keefus Ciancia e il bassista David Piltch). Questa sorta di tributo alla musica dell'epoca della Grande Depressione è una ricorrente patologia della musica rock statunitense (Ry Cooder, Randy Newman) e pertanto risulta difficilmente originale. Joe Henry non riesce a iniettare altro che una performance elegante.
Passano tre anni prima che venga pubblicato il buon Invisible Hour (Work Song, 2014), con la solita line-up e con la partecipazione di Lisa Hannigan.
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