- Dalla pagina sugli His Name Is Alive di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
In qualche modo legate a questa scuola atmosferica e psicologica erano le vignette elettroniche degli His Name Is Alive, frutto dell'ingegno del polistrumentista del Michigan Warren Defever (1969), che impiegava diverse cantanti per ogni album. Il ritmo era facoltativo in Livonia (1990), un lavoro sperimentale che si concedeva loop e campionamenti, ma si basava principalmente su un'elegante combinazione di voci neoclassiche spettrali ed effetti elettronici surreali. Le chitarre ebbero maggiore risalto in Mouth By Mouth (1993), e il sound del gruppo era più terreno, a cavallo tra il teatro musicale di Laurie Anderson e il dream-pop. Il sofisticato, quasi ambient Stars On E.S.P. (1996), ricordava le produzioni di Brian Wilson, ma in modo distorto e non ortodosso. Gli arrangiamenti di Defever non evitavano l'ovvio: lo ricreavano in un'altra dimensione.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Gli His Name Is Alive sono il progetto del polistrumentista Warren Defever, proveniente da un sobborgo di Detroit, Livonia. Dopo una breve gavetta nel complesso di suo fratello, Elvis Hitler, Defever diede libero sfogo alla sua complessa personalità di compositore elettro-acustico, capace di fungere da ponte fra le armonie vocali dell'opera e le partiture strumentali della musica d'avanguardia.

Le composizioni di Livonia (4AD, 1990) sono arrangiate in modo al tempo stesso pudico e suggestivo, con il canto (Karin Oliver e Angie Carozzo) in primo piano che indulge in registri classici e l'elettronica a riempire il sottofondo di effetti irreali. Il ritmo è spesso assente, a lasciare il canto ancor più solo. Il sound mostra vaghe parentele con Hugo Largo e Pale Saints.
Forse sono proprio le composizioni più "nude" a dare la misura del potere suggestivo degli His Name Is Alive, quelle più fiabesche e stranianti: As We Could Ever, per voce riverberata, con le note della melodia che sfumano l'una nell'altra; e E-Nicolle, costruita attorno a gorgheggi da soprano che si avvitano in maniera sempre più barocca attorno alla dizione limpida e cristallina della cantante. Defever vi si limita a spargere rumori elettronici con discrezione, scegliendo pero` timbri ostici, da musica "industriale"; raffinato, ma certamente non elegante.
Grazie al suo lavoro talvolta la sensazione è che il trio voglia coniare una sorta di folk medievale immerso in paesaggi fantascientifici: le vestali intonano le loro elegie classicheggianti in scenari che sono deturpati da suoni terribili, da incubo radioattivo in If July) e quasi infernale in Fossil; per non parlare di You And I Have Seizures, fatto di soli solfeggi senza parole in uno spazio sonoro stipato di riverberi, di tape loop e di campionamenti; e del funereo salmo di How Ghosts Affect Relationships, l'unica in cui il canto riacquista un tono umile, terrestre, quasi colloquiale, ma al tempo stesso disperato.
Tutto sfoca in un sogno di mondi ultraterreni per noi indecifrabili, in un gioco di identificazioni proiettive all'interno dell'aldila`, in una partita di scacchi con l'immaginazione di uno psichiatra, in una caccia alla sorgente del pensiero creativo.

Home Is In Your Head (4AD, 1991) è un esercizio anche troppo intellettuale: ventitre brevi pezzi di folk minimale alla Half Japanese. Ritornelli appena abbozzati (Are You Coming Down This Weekend), campionamenti nonsense (Put Your Finger In Your Eye), filastrocche surreali (Her Eyes Were Huge Things) e cosi` via. There's Something Between Us era in repertorio da anni.

Dopo l'EP Dirt Eaters (4AD, 1992), accreditato a una formazione senza Oliver e con la cantante Denise James, l'album Mouth By Mouth (4AD, 1993) riafferma le ambizioni del gruppo con un sound appena più aggressivo. Le chitarre del nuovo trio (Defever alla chitarra e ai campionamenti, Oliver al canto e al violoncello, Frey Many alla batteria, con l'aggiunta saltuaria dell'altra chitarrista Melissa Elliott) sono infatti in primo piano, ma sempre in quel trepido incedere alla Feelies che rende inquieti senza spaventare (Baby Fish Mouth, inno del loro languido surrealismo; lo strumentale Jack Rabbits di Elliott).
Per il resto vige sempre la stessa semplice magia: il bisbiglio gentile di Oliver, i cori che ululano da distanze infinite, il pullulare di impercettibili rumori in sottofondo; quadretti romantici come Lip (con il canto quasi in trance su un incalzare da bluegrass) e scenette da "Alice nel paese delle Meraviglie" come In Every Ford di Elliott (con armonie a meta` fra il folkrock più tenero e il Buddy Holly più naif).
Non stupisce pertanto che si riscontri un minimo di parentela con Laurie Anderson quando la partitura diventa un girotondo per ensemble da camera (violoncello e percussioni in Ear) o quando la base armonica è minimalista (Lemon Ocean). Ma Oliver puo` andare anche oltre, immergersi in atmosfere quasi funeree, da messa gregoriana (Cornfield, accompagnata soltanto da un violoncello suonato come una fisarmonica), oppure quasi mistiche, da preghiera zen (Lord, Make Me A Channel Of Your Peace).
Nelle composizioni più sperimentali (Drink, Dress And Ink, Can't Go Wrong Without You, soprattutto Torso), che avvolgono la melodia in folate di elettronica o di distorsioni, si realizza una sorta di "folk industriale" per menti ottenebrate da tremendi traumi d'alienazione. E' forse questa la chiave di lettura corretta anche per le canzoni apparentemente più innocenti.

Sono poi stati pubblicati gli scarti di quegli album, su King Of Sweet (Perdition Plastics, 1994).

Defever e Oliver sfogano la vocazione a questo trovadorato pudibondo in un'arte anti-retorica e un po' idilliaca, depurata di pulsioni erotiche o macabre, ambientata in un lussureggiante "nowhere" ("nessun luogo") da cui la mente non potrà mai evadere.

Warren Defever si unì poi a Ian Masters degli Spoonfed Hybrid per registrare il disco acustico accreditato a ESP-Summer (Time Stereo, 1994). Esistono anche i progetti ESP-Beetles (rumore bianco) e ESP-Family (Time Stereo, 1994), sorprendentemente folk. Defever has anche pubblicato nastri di composizioni cacofoniche con lo pseudonimo Princess Dragonmom e un nastro di musica ambientale con lo pseudonimo Control Panel.
Infine Mystic Moog Orchestra (Tantalus, 1995) è un ensemble di musica elettronica che improvvisa in maniera quasi jazz.

Warren Defever continuò la sua lenta conversione alla musica pop con il sofisticato Stars On E.S.P. (4AD, 1996), le cui tenui ballate sono affidate al bisbiglio fievole di Karin Oliver.
Qui l'eccentricità dei primi tempi viene sfruttata per costruire sottofondi sonori molto surreali, quasi ambientali, sui quali planano melodie angeliche. In passato questo "era" il loro sound, mentre adesso quelli diventano gli elementi di un ingenioso esercizio post-moderno di rivisitazione del rock classico. L'album è in effetti una raccolta di imitazioni mascherate nelle fogge più bizzarre. Spiccano soprattutto le variazioni su Good Vibrations dei Beach Boys: The Bees ne smembra la struttura (l'organo martellante in sottofondo, il canto leggiadro); Universal Frequencies ne astrae le parti (la progressione ritmica viene rallentata, la parte vocale diventa un coro natalizio i sonagli sembrano suonati da zombie).
Gli arrangiamenti sanno ancora essere estrosi, come nel mini-concerto di rumori percussivi, fanfare folk e strimpellii spastici di Wall o nella Dub Love Letter per drone riverberato d'organo, melodia indiana di flauto e staccato onirico di chitarra, o nel twang fatale di chitarra alla Duan Eddy e battito brioso alla Associations di Static
Defever si concede persino il lusso di suonare con nonchalance intellettuale tre versioni alternative di Home, a sua volta revisione di un vecchio traditional: la prima (This World Is Not My Home) è all'insegna del Neil Young nevrotico, la seconda (I Can't Live In This World) è una dolce ballata country, la terza (Last One), è un gospel di strada. Questo "inno" apre, chiude e divide il disco, e ha pertanto la funzione di orientarne spiritualmente lo svolgimento del disco. Piccolo tema di questo stadio della sua vita, simboleggia anche l'ambiguità di tutta la sua musica, che può assumere diverse personalità a seconda dell'arrangiamento.
Infine, Defever è l'autore di tenui e romantiche lullaby come Across The Street e Summer Songs, che esprimono i sentimenti umili e stupefatti del suo animo. All'album partecipano anche Mark Kozelek (Red House Painters) e Ian Masters (Pale Saints), con i quali l'anno prima Defever aveva dato vita al progetto estemporaneo E.S.P. Dolphins.
E' un disco squisito, il cui unico limite è un'ossessione per Brian Wilson che rischia di trasformare His Name Is Alive negli High Llamas americani.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Defever ha un modo unico, erudito e tenero, di essere un autore postmoderno. Dopo l'EP in edizione limitata Nice Day (4AD, 1997), Defever si dedicò alla decostruzione del rhythm and blues per Fort Lake (4AD, 1998), aiutato dalla cantante gospel Lovetta Pippin. Don't Glue The World, The Waitress, No Hiding Place, Everything Takes Forever, Wishing Ring, applicano la stessa formula di Defever alla musica nera, privandola del suo fluido vitale e smontandone lo scheletro armonico. Defever è un vampiro che succhia la vita alle sue vittime. La sua musica è uno zombie spettrale che si sveglia di notte e cammina sonnambulo per vicoli bui alla ricerca di vittime sempre nuove.

L'album solista di Defever, I Want You To Live 100 Years (Lo, 1999), sceglie una nuova vittima: il folk acustico dell'era della Depressione.

Nel frattempo, gli His Name Is Alive sembrano aver raggiunto il punto terminale con Someday My Blues Will Cover The Earth (4AD, 2001).
La carriera di Defever ha sempre affrontato i cliché in maniera sovversiva: la sua musica ha successo quando lo stereotipo viene metabolizzato, fallisce quando lo stereotipo metabolizza lui (sotto forma di una riproduzione nostalgica delle convenzioni del genere). Questo album, una collaborazione con la cantante Lovetta Pippen, mira a ricostruire il suono delle big band dell'era swing e delle eroine del blues classico come Bessie Smith e Billie Holiday.
In un contesto diverso, Write My Name In The Groove e Karin's Blues sarebbero stati pezzi molto attraenti. Ma così come sono, tutte le canzoni qui sono semplicemente noiose.

DeFever continuò la sua incursione nel soul languido con Last Night (4AD, 2002). Essendo un'imitazione cheap degli Everything But The Girl, lui e la sua coorte Lovetta Pippen non sono particolarmente divertenti.
I Can See Myself In Her e Last Night sono pezzi di terza categoria anche per gli standard del trip-hop. Per dissipare la noia, I Have Special Powers aggiunge una chitarra distorta e risonante alla Neil Young e Storm aggiunge acrobazie chitarristiche hendrixiane. Gli undici minuti di Someday My Prince Will Come offrono un'inaspettata improvvisazione di una sezione di fiati funk-jazz su percussioni africane, condita da qualche vocalizzazione eterea. La cover di sette minuti di Train di Jimi Hendrix diventa una versione al rallentatore di Yesterday dei Beatles eseguita da un sassofono tenore. Il talento di Defever è maggiormente riscontrabile nell'allucinazione quasi reggae di Crawlin' e dalla surreale strumentale Idylls Of The King.

Heart And Hand (2000) e The Cloud Box (Time Stereo, 2005) sono raccolte colossali di materiale inedito.

L'angelico Detrola (Silver Mountain, 2006), cantato principalmente da Lovetta Pippen, ha riacquistato parte dell'estro di Defever per la miscela di fragile e barocco che rendeva la sua musica unica (You Need a Heart, After I Leave U, I Thought I Saw), mentre si abbandonava ai suoi distorti esperimenti fusion, che fossero funk-jazz-rock (Seven Minutes in Heaven) o morbide ballate pop-soul (Get Your Curse On).

Sweet Earth Flower (High Two, 2007) era un tributo al sassofonista jazz Marion Brown.

Xmmer (2007), con Lovetta Pippin sostituita da un certo numero di cantanti, si abbandonò alle sciroppose Young Blood e Go to Hell Mountain e al pop hook di seconda mano di How Dark Is Your Dark Side, mentre in teoria avrebbe dovuto incorporare elementi di world-music.

Dopo Sweet Earth Flower (2007), un tributo al sassofonista jazz Marion Brown, gli His Name Is Alive hanno pubblicato un cofanetto da dieci dischi in edizione limitata di materiale raro, dal vivo e di scarto che includeva anche un album di nuovo materiale, His Name Is Alive (Montagna d'argento, 2010).
Quest'ultimo è un altro confuso miscuglio di generi con una cantante donna (la designer di gioielli Andy FM, alias Andrea Morici, anche alle tastiere), dalla leggermente tribale Dream Rememberer alla ninna nanna fiabesca in stile Enya Feels like Infinity passando per la sinistra e spartana St Michael. Gli undici minuti di The Eclipse sono un esercizio infantile di ripetizione minimalista, rumore glitch e musica ambient ronzante.

Silver Family (2012) è un album di cover. In un certo senso hanno ri-registrato Home Is In Your Head as Home Is.
L'opera rock Tecuciztecatl (2014), uno dei loro album più aggressivi, prende in prestito dal rock classico: i 13 minuti di The Examination suonano come un outtake da Quadrophenia degli Who.
L'assalto hard rock continua in See you in a Minute, mentre altre canzoni suonano come psych-rock o country-rock della stessa epoca.

Patterns of Light (2016), ispirato dalla fisica delle particelle, cambia nuovamente stile, iniettando una controcorrente contemplativa quasi-ambient nel prog-rock di Tecuciztecatl (Al meglio in Demonmix). Gli otto minuti di Silver Arc Curving in the Magnetic Field suonano come la colonna sonora di un osservatorio astronomico.
Il tentacolare Black Wings (2017) da 34 brani è un calderone che contiene remix di Patterns of Light oltre a cover, outtakes e demo. Diverse compilation d'archivio raccolgono le prime registrazioni ambient di Warren Defever.


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