- Dalla pagina sugli Human Drama di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Gli Human Drama di Johnny Indovina si elevarono al di sopra della scena gotica di Los Angeles. Un'opera prevalentemente acustica, The World Inside (1991), introdusse non solo atmosfere fiabesche e passaggi neoclassici, ma anche la vena arcaica che riaffiorò su Songs Of Betrayal (1995), una meditazione filosofica che raggiunse toni da inno ma sprofondò anche in un abbattimento suicida, e su Solemn Sun Setting (1999).
Si trattava di opere mature, portate avanti da un bardo che aveva ereditato la voce sia dei dandy decadenti che degli eroi titanici, arrangiate con tale intensità che ogni canzone suonava come un poema sinfonico (quando non era scarna e austera come una sonata da camera).


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Human Drama è il progetto del polistrumentista Johnny Indovina (originario di New Orleans, ma stabilitosi a Los Angeles).
Dopo un inizio rock con Feel (RCA, 1989), su cui compariva la versione originale di The Waiting Hour, e il singolo This Tangled Web (Triple X), uno dei suoi capolavori di melodramma e orchestrazione, Indovina trovò il suo elemento naturale nell'eleganza un po' superba di The World Inside (Triple X, 1991).
A colpire sono soprattutto gli arrangiamenti lussureggianti, gli strati e strati di strumenti, le partiture fantasmagoriche, e la perfetta controparte di crooning suadente e melodie ariose Ma The World Inside tradisce subito anche i debiti nei confronti del folk-rock celtico, nonostante le tastiere librino la melodia in reami fiabeschi e passi classicheggianti la sospingano ancor più lontano. La seconda parte, a tempo di valzer, invoca anzi il progressive-rock dei primi Genesis.
Una corrente sotterranea di folk arcaico percorre il disco, anche se emerge in superficie soltanto qua e là (Father Sing, Fading Away). A complemento di questo tema c'è quello classicheggiante, che si fa largo nel saltarello da fiera medievale di My Skin, e nel suo tripudio di violini, flauti e tamburi, e nel madrigale rinascimentale di The Sound Of The Rain, con i rintocchi delle chitarre a simulare il clavicembalo. Una pulsazione più forte e un arrangiamento più aggressivo fanno di Fascination And Fear il brano più rock, ma anche nelle sue maglie si annidano tracce di raga e di barocco e di chissà cos'altro.
Se talvolta il metodo è troppo sdolcinato (Tears) o pomposo (Look Into A Stranger's Eyes) o patetico (Voices), quando Indovina azzecca l'equilibrio giusto gli riescono brani come A Million Years, che coniano l'idioma di un pop sensazionalista.

Dopo un tributo a Bowie e al rock decadente in generale, Pinups (Triple X, 1993), Indovina pubblicò una revisione per violoncello, flauto, violino e pianoforte del suo vecchio materiale rock, l'EP Human Drama (Projekt). Aperto dall'incalzante e maliziosa riflessione di It Is Fear, degna del più sublime John Cale, il disco allinea ballad classicheggianti come Breathe e Sad I Cry, ma trionfa nell'ode minacciosa di White River e nella versione sterminata di The Waiting Hour, un capolavoro di tensione drammatica che qui diventa anche una piccola sinfonia.

L'opera di questo inquieto dandy decadente e pessimista degli anni '90 trova definitiva sistemazione nel monumentale Songs Of Betrayal (Projekt, 1995), per il quale è coadiuvato in fase di arrangiamento dal tastierista Mark Balderas e altri amici.
L'ouverture di E. 2nd St e i cinque intermezzi (Solitude) conferiscono subito un tono austero all'opera. Ma il vero protagonista, nonostante la profusione di arrangiamenti, è la voce. Indovina è un baritono macabro e intenso, della stirpe dei John Cale e dei David Bowie.
Le sue canzoni sono piccoli poemi sinfonici, perfettamente calibrati fra melodia e armonia. Nelle sue tragiche e dinamiche messinscena rivive soprattutto la tradizione del progressive-rock, fino all'impiego degli strumenti dell'orchestra sinfonica. I risultati sono spesso spettacolari, come negli epici inni di Another Fifty Miles e All That Cuts Today, forse i due capolavori della sua carriera. Nelle partiture più complesse, ovvero nelle sceneggiature più conturbanti, si esalta una passione morbosa per la musica classica: This Forgotten Love trasfigura il madrigale rinascimentale e Blue la musica da chiesa.
Le radici sono però ancora nella ballata folk, affrontata con la grinta e l'enfasi del rock: non a caso da un lato all'altro dell'opera si sentono echi dei Jethro Tull, soprattutto in brani aggressivi come Let The Darkness In.
Le cento personalità di Indovina si accavallano disordinatamente nella confusione delle sue paranoie, abbracciando uno spettro che va dal più turgido Pete Hammill al più beato Donovan, dallo chansonnier di Mr Storyteller al cantastorie di Where Our Weakness Lies, dal lied pianistico di Forever alla sonata per clavicembalo di I Wonder Why. Il ruolo che più gli si addice, quello di istrione e dannato, ferito e affranto, ha modo di risplendere in tutta la sua perversa luce nella forma della ballata melodrammatica di The Silent Dance e Sad I Cry, che Indovina plasma mutuando passi dei balli medievali.
I brani segnano una progressione verso stati mentali sempre più depressi e allucinati, fino al grido disperato di This Foregotten Love e all'estremo spasimo di Emptiness (“for it is not death but emptiness that I face” a passo marziale di violoncello).
Nella coerenza e monoliticità del Calvario morale di Indovina ogni canzone rappresenta uno stadio della sua titanica lotta per la redenzione. Le rovine su cui è costruita la sua Passione brillano di una luce fosca ma intensa.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Fourteen Thousand Three Hundred Eighty Four Days Later (Triple X, 1998) è un album dal vivo.

Solemn Sun Setting (Triple X, 1999) è di gran lunga inferiore al suo predecessore. My Denial, March On e Solemn Sun Setting sono cantate come delle ballate omicide di Nick Cave, ma senza la profondità lirica o le doti vocali del bardo australiano. D'altra parte, Somewhere ha gli hook accattivanti che Cave non ha mai avuto, mentre è discutibile se il pezzo in stile REM I Cannot Believe e The Great Pretender siano abili o piuttosto spudorate.
Non aiuta il fatto che gli arrangiamenti siano talvolta deboli (la batteria tribale di The Ways And Wounds, la sincope blues-rock di To Love Her).
Esiste però un album parallelo, fatto di canzoni più morbide, di elegie neoclassiche che scavano più a fondo nella psiche umana: il lied per pianoforte e violino A Single White Rose, il melodrammatico Loves Way, la delicata danza barocca basata sugli archi di The Truth About Gina.
Sfortunatamente, gli ego che si fondevano magicamente nel lavoro precedente rimangono qui separati e in conflitto.

Momentos En El Tiempo (Noise Kontrol 2002) raccoglie performance acustiche dal vivo.

Fondamentalmente un concept sull'Amore (l'idea universale) e sulle relazioni sessuali (l'imperfetta attuazione terrena), Cause And Effect (Projekt, 2002) è una maestosa, a volte magniloquente, ricapitolazione dei temi lirici e musicali di Indovina, questa volta priva di qualsiasi sfumatura gotica. Tanto gli arrangiamenti quanto l'esecuzione sono impeccabili. La produzione è forte e nitida. Le melodie sono costantemente accattivanti senza essere banali. Sebbene Indovina non sia Jim Morrison o Nick Cave, la sua interpretazione è persuasiva e partecipata.
L'album include tre delle sue migliori cover di sempre: la sua voce inietta un'overdose di tenerezza lugubre alla Leonard Cohen in Bang The Drum Slowly di Emmylou Harris, su tamburi marziali e sussurri femminili; poi immerge l'aria mediterranea di Lonely nell'atmosfera fumosa di un cabaret, pieno di pianoforte da cabaret Brech-Weill (ma così deciso che minaccia di esplodere in una sonata di Beethoven); e chiude l'album con Dance Me To The End Of Love di Leonard Cohen.
Quella magia non è eguagliata dalle altre canzoni, ma dall'inno travolgente e frenetico I Am Not Here, che svetta su un gioioso baccanale strumentale (suona come un più sinistro Julian Cope), l'orecchiabile ritornello vocale e l'incisivo riff di chitarra di Goodnight Sweetheart, l'aria decadente di Madame Hate's Mad Search For Love (preso in prestito dal primo album dei Velvet Underground), il maestoso The Mystery (che ricorda Blonde On Blonde di Bob Dylan), sono canonici quanto i lieder di Schubert.
L'utilizzo da parte di Indovina di formule country (Look At Me Now) e blues (Quiet Desperation) non è meno efficace.
L'unico inconveniente è il numero di scelte di poco valore verso la fine del disco, che forse non erano necessarie per compiere la missione di questo album.
Evitando attentamente gli stanchi cliché della musica pop, Indovina si prende cura del suo deserto emotivo con l'orgogliosa sensibilità di un prete.


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