- Dalla pagina sugli Oneida di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Gabriele Crozzoli, modificato da Stefano Iardella)

Gli Oneida sono una band di New York formata dal batterista Kid Millions (John Colpitts), il chitarrista e cantante Papa Crazy, il tastierista Bobby Matador e la bassista Hanoi Jane.
Hanno inizialmente aggiornato la tradizione del garage-rock al noise-rock, aggiungendo l'intensità oscura dell'hard-rock.

La disarticolata musica di A Place Called El Shaddai's (Turnbuckle, 1998), in particolar modo nella lunga jam Ballad Of Vaurice (dodici minuti), richiama i Red Crayola ma è troppo involuta per essere davvero "freak-out".
Le dodici brevi tracce di Enemy Hogs (Turnbuckle, 1999 - Jagjaguwar, 2001) presenta gli Oneida come un manipolo di selvaggi e bizzarri garage-rockers che coverizzano pezzi noise-rock (per esempio i Blue Cheer che coverizzano i Sonic Youth). L’ album colpisce specialmente quando il disordine aumenta, dove free-jazz e i Chrome si incontrano, come nella conclusiva traccia di nove minuti O.L.B..

I singoli Best Friends (1999) e Steel Rod (2000) perfezionarono l’idea, ma il terzo album, Come On Everybody Let's Rock (Jagjaguwar, 2000), mostra le stesse incertezze. Le migliori canzoni sono le più tradizionali, come I Love Rock, Major Havoc, Snow Machine, e Pure Light Invasion (che aggiorna la Byrdsiana So You Want To Be A Rock And Roll Star).

L'ambiguità della band ha continuato a essere il loro marchio identitario su Anthem Of The Moon (Jagjaguwar, 2001), che suona sia melodico che energico (New Head, All Arounder). Indulge in armonie non lineari e ritmi del progressive-rock (la frenetica e jazzata Still Remembering Hidin' in the Stone, che ricorda Uncle Meat di Frank Zappa) e salpano verso un acid trip (la litania alla Grateful Dead sulla cacofonia di Dead Worlds), ma manca ancora qualcosa: un'idea coerente di ciò che gli Oneida stanno cercando di suonare.
I brani più brevi possono gettare un po' di luce: il punk-rock abrasivo e cacofonico dell'ouverture di un minuto di New Head; il carillon surreale e distorto di Geometry; l'inquietante figura di pianoforte e la voce spettrale di Ballad of Impervium; l'ipnotico, funereo policanto mediorientale di Almagest. I brani più lunghi sono meno rivelatori, poiché attraversano l'intera gamma di stili rock e si contraddicono a vicenda. I dodici minuti di Double Lock Your Mind si evolvono da un'orgia di chitarre in stile Hendrix a un lungo e frenetico psychobilly, a metà strada tra Cramps e Ten Years After. Una melodia esotica, un ritmo africano e un organo iperdistorto alimentano il pow-wow psichedelico e trance di People of the North, il capolavoro dell'album e il trampolino di lancio per il successivo passo evolutivo.

La confusione della missione di vita degli Oneida aumenta e raggiunge livelli da istituto di salute mentale su Each One Teach One (Jagjaguwar, 2002). Sheets of Easter apre le danze semplicemente ripetendo per 14 minuti lo stesso (virulento) riff, canto e drumming (una sorta di Sister Ray per malati mentali, o immagina di mixare i Suicide di Ghost Rider e gli Amon Duul di Phallus Dei).
La traccia da sedici minuti Antibiotics è un’altro frenetico, ripetitivo baccanale, dove un sincopato e acido riff di organo si accartoccia contro una distortissima chitarra. La chitarra e l’organo occasionalmente alzano il volume, ma soprattutto suonano le stesse note all’infinito (gli ultimi sette minuti sono completamente differenti, una fuga cosmico-psichedelica tipo Astronomy Domine dei Pink Floyd, ma suona come una superflua appendice).
Le altre sette tracce tornano al formato canzone, e a suoni più "amichevoli". Lo stridulo e gracchiante assolo di chitarra e l’insistente boogie di Each One Teach One, unisce le propensioni artistiche delle tracce più lunghe con il garage-rock di quelle più corte. Beat techno ed una melodia esotica spingono l’ iper-distorto pow-wow di People of the North, la traccia più "alla Suicide" dell’album, che presto deraglia per ruvide dissonanze industriali e cosmiche. La litania demente di Number Nine riporta ai Beatles di Magical Mystery Tour, malgrado una invasiva linea di sitar. Rugaru è un balletto dadaistico per androidi che ululano alla luna. E la conclusiva No Label, con la sua melanconica, apocalittica controparte, è una marcia lamentosa che pare attraversare una terra sepolta da polveri nucleari.
L’impatto dell’album è a dir poco straziante.

Il problema è ancora l’auto-indulgenza (quella della peggior specie, cioè quella che affligge i musicisti più talentuosi) su Secret Wars (Jagjaguwar, 2004). L’estetica dei loro pezzi eccentrici, multisfaccettati e dilatati serve per riprodurre psichedelia, progressive, kraut, noise e minimalismo su di una scala omogenea. Inizialmente, questo sembra solo parzialmente vero per questo album, poiché la maggior parte delle canzoni sono abbastanza forzate. Ma anche i brani più corti mostrano quell’attitudine. Rimossa l’attitudine da Treasure Plane, $50 Tea e The Last Act Every Time e resta poco da discuterne. La traccia più intensa è proprio la più breve, Capt Bo Dignifies The Allegations With A Response. I 14 minuti di Changes in the City sono una versione inferiore ("dilatata" man mano che l’ispirazione cala) della musica di Each One Teach One. L’enfasi sulla ripetizione à la Sonic Youth non aiuta il sound della musica degli Oneida ad essere più originale. Tuttavia questo è certamente il loro album più accessibile. Così, con questi termini di appianamento di idee d’avanguardia al formato canzone, questo potrebbe essere il loro Sister (l’album che segnò la transizione dei Sonic Youth al mainstream).


(Tradotto da Stefano Iardella)

L'EP di quattro brani Nice Splittin' Peaches (Ace Fu, 2005) contiene l'opera psichedelica di 15 minuti Hakuna Matata.

Investendo scientificamente nella combinazione di suoni ultraterreni di sintetizzatori, un gigantesco carillon fatto in casa e un ensemble d'archi, The Wedding (Jagjaguwar, 2005) raggiunge una sorta di trascendenza zen. Il principale svantaggio è che, con la notevole eccezione di The Beginning Is Nigh di sette minuti, le composizioni suonano affrettate e incomplete. Ogni brano si auto-disattiva prima di iniziare a funzionare. Lavender e You're Drifting suonano inizialmente abbastanza energiche da raggiungere una sorta di climax, ma terminano bruscamente. High Life e Charlemagne strizzano l'occhio alla musica pop, ma mancano di un punto di ancoraggio. Gli archi funzionano bene in The Eiger, ma non riescono a aggiungere qualcosa di veramente inquietante al resto. Spirits fa un buon lavoro nel creare un'atmosfera inquietante (persino echi di The End dei Doors), ma si rifiuta di sfruttarla.

Il momento clou di Happy New Year (Jagjaguwar, 2006) sono gli otto minuti demoniaci di Up With People (batteria sincopata e rumore dadaista che si sviluppano fino a un frenetico riff funky, poi un nuovo strato di chitarra distorta si fa strada fino a un ritornello orecchiabile, dopo il quale il riff ripetitivo diventa sempre più insistente e polifonico). Tuttavia, la sua intensità non è eguagliata dagli altri brani dell'album. Anche The Adversary rappresenta gli Oneida al loro meglio, sviluppando idee esplorate per la prima volta da Can, This Heat e Sonic Youth, e sprigionando un crescendo epico. Spicca anche l'austero balletto History's Great Navigators per pianoforte minimalista, clavicembalo atonale e tamburi tribali. In generale, però, gli Oneida optano per un suono più calmo, pastorale (Busy Little Bee), suadente (i sette minuti di Thank Your Parents) e quasi mistico (You Can Never Tell). Distress potrebbe essere Simon & Garfunkel che cantano mottetti medievali.

Il chitarrista degli Oneida, Pat “Papa Crazee” Sullivan, lasciò gli Oneida e fondò la band alt-country Oakley Hall, che pubblicò Oakley Hall (Bulb, 2005), Second Guessing (Amish, 2006), Gypsum Strings (Brah, 2006), I'll Follow You (2007) e Second Guessing (2008).

Il numero di influenze presenti nel mini-album degli Oneida Preteen Weaponry (2008), con Phil Manley dei Trans Am, è travolgente, ma non sono amalgamate in un insieme organico e quindi la composizione in tre parti suona semplicemente tortuosa e irrilevante. È l'equivalente post-rock della musica barocca. La batteria di Kid Millions ruba spesso la scena. Questo mini-album ha segnato l'inizio della trilogia “Thank Your Parents”.

Rated O (Jagjaguwar, 2009), con Shahin Motia degli Ex-Models e Barry London, ha coniato una forma di musica ancora più ambigua con le strutture esuberanti e decostruite di Brownout In Lagos (ritmo hip-hop rimbombante che spinge clangore industriale, segnali galattici, canti sciamanici e rap, più vicino a Tackhead che al post-rock), Story of O (un baccanale trascinante a metà tra il jazz-rock gelido dei Soft Machine e l'acid-rock alieno dei Chrome), Saturday (voce eterea e fatta che annega in un reticolo di tribale batteria e riff di chitarra distorti), Luxury Travel (un canto esotico divorato da un orribile rumore di chitarra in un crescendo psicotico) e Ghost In The Room (una performance di chitarra che termina in una cascata di riff hard-rock martellanti).
La locomotiva post-techno da dodici minuti 10:30 At The Oasis sforna effetti synth da clown e pattern melodici ripetitivi, portando lentamente in primo piano i suoni estremi della chitarra e dell'elettronica.
L'ipnosi iper-doom dei dieci minuti di The Human Factor (con un rumore assordante e contorto al posto del ronzio dei bassi e un urlo demente al posto del tipico ringhio) e del raga gypsy di tredici minuti O, in lenta aggregazione, andavano nella direzione opposta rispetto ai ventun minuti ancor più lunghi di Folk Wisdom, che serpeggia nel contorto flusso di coscienza della chitarra con l'unico scopo di raffinare il ritmo incessante.
La regola sembra essere: più breve è la canzone, più veloce e violenta deve essere. Da qui la danza orgiastica di What's Up Jackal che si snoda semplicemente attorno a pattern percussivi e frammenti vocali, mentre il canto zombie di The River impiega una versione estrema del ritmo motorik dei Neu!, e I Will Haunt You pulsa e turbina come una stella di neutroni dopo la collisione con una supernova. The Life You Preferred aggiunge un'esuberanza in stile Amon Duul II e una linea di chitarra mediorientale.
L'eccezione degna di nota è End Of Time, un grazioso aforisma musicale per effetti sonori che aggiorna Time dei Pink Floyd all'era del disastro.

Absolute II (2011), l'ultimo capitolo della trilogia “Thank Your Parents”, è un mini-album diviso in quattro lunghi brani. Il problema è che ognuno di essi è povero di idee e lungo nelle implementazioni: l'arte della ripetizione minimalista e del languore ambientale è spinta al limite.

Man Forever è il progetto parallelo del batterista Kid Millions, il cui brano da 35 minuti, ampiamente sovrainciso, Man Forever, tratto da Man Forever (St Ives, 2010), è stato concepito come una versione acustica per batteria di Metal Machine Music di Lou Reed, basandosi su una moltitudine di percussioni multitraccia accuratamente accordate.
Altre due composizioni più estese sono apparse su Pansophical Cataract (Thrill Jockey, 2012), in particolar modo Ur Eternity, un altro picco di contrappunto percussivo (con una passione per i rulli a colpo singolo su un singolo tamburo). Le esibizioni dal vivo si estendevano fino a mezz'ora.

Ryonen (Thrill Jockey, 2014) contiene solo due composizioni. Il pezzo chiave è Clear Realization, un tour de force di batteria che si affida al quartetto di percussioni So Percussion (“più tempi suonati da diversi strumenti a percussione su un singolo pulsare di cassa”). Nel 2016 Colpitts ha iniziato una collaborazione con l'ensemble di percussioni Tigue, ispirato dall'album più improbabile, II dei Moondog (1971), che ha poco o nulla a che fare con la batteria virtuosa.
Play What They Want dei Man Forever (Thrill Jockey, 2017) era un lavoro molto più accessibile e si basava molto sul contributo dei cantanti. You Were Never Here, di nove minuti, era una collaborazione con Yo La Tengo (voce senza parole) e Mary Lattimore (arpa), impreziosita da un duetto jazz di pianoforte e arpa nel mezzo di un frenetico carnevale brasiliano. Twin Torches, da dieci minuti, è frutto della collaborazione con Laurie Anderson, che contribuisce con la sua spoken word a un thriller tribale orchestrato dal consueto tumulto di percussioni e da sinistri droni. In Caternary Smile, di nove minuti, scritto in collaborazione con Phil Manley dei Trans Am, la voce si trasforma in un inno psichedelico su una batteria torrenziale e ripetizioni minimaliste alla Steve Reich.

Il batterista degli Oneida, Kid Millions, e il tastierista Bobby Matador erano anche la forza propulsiva dei People Of The North, il cui mini-album Deep Tissue (2010) era un'esplosione di suoni psichedelici e progressive, e conteneva il tour de force percussivo da 14 minuti di Tunnels, e il cui Steep Formations (Brah, 2012) cercava di fondere tutte le loro fonti d'ispirazione in due improvvisazioni monolitiche. I 40 minuti di Border Waves si aprono con il terrificante maelstrom di batteria di Millions, a cui Matador aggiunge lentamente droni sporchi. L'eruzione di batteria continua imperterrita mentre i droni si gonfiano e si trasformano in venti glaciali, in schegge di iceberg cosmici che solcano intere galassie. I secondi venti minuti sono più calmi e un po' ridondanti, con i droni distorti che prendono il centro della scena senza saper bene cosa farne. Un rombo simile a un didjeridoo aleggia su Steep Formations per 14 minuti, cambiando appena forma (in peggio), per poi trasformarsi in un "om" gravemente corrotto che si diffonde in tutto l'universo per i successivi 15 minuti, finché non rimane solo un debole eco.

Kid Millions (batteria) degli Oneida e Jim Sauter (sassofono tenore) dei Borbetomagus hanno registrato il vinile Fountain e la cassetta Bloom (aprile 2014 - Astral Spirits, 2015).

Nel 2015 Kid Millions ha debuttato con la sua installazione immersiva di un'ora 100 Disciplines.
Nel 2018 ha rischiato di perdere la vita in un incidente d'auto.
Nel 2020 è tornato sulle scene con uno spettacolo musicale e narrativo, “The Accident”, con un piccolo ensemble elettroacustico.


- Torna alla pagina sugli Oneida di Piero Scaruffi -