- Dalla pagina su Palace Music e Will Oldham di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Will Oldham (Louisville, 1970), originario del Kentucky, che hard registrato anche con gli pseudonimi Palace Brothers, Palace Songs, Palace Music e Palace, diede praticamente il via al movimento "alt-country" con There Is No One What Will Take Care Of You (1993), un album che mostrava le qualità del rock alternativo indipendente pur suonando musica country vecchio stile. Il folk acustico di Oldham non era particolarmente emotivo: Days In The Wake (1994) è stata probabilmente la sua dichiarazione più personale.
Bio:
I Palace Brothers (in seguito ribattezzati a seconda dell'occasione
Palace Songs e Palace Music e semplicemente Palace)
ebbero la funzione storica di lanciare
il rinascimento acustico degli anni '90.
L'idea fu del cantante e chitarrista Will Oldham, nato a Louisville (Kentucky) nel 1971, ma per anni inquieto girovago: aspirante attore a sedici anni, a Hollywood nel 1987 (debutta nel film Matewan di John Sayles), universitario fino al 1989, membro dei Box Of Chocolate per qualche mese, attore televisivo di nuovo a Hollywood nel 1991, infine di nuovo disoccupato a Louisville.
Tutto ebbe inizio dopo il suo secondo tentativo di sfondare a Hollywood.
Tornato a casa squattrinato nel 1992, Oldham formò
i Palace Flophouse con il fratello Ned, con Brian McMahon
degli Slint e con
Rich Schuler dei King Kong,
e l'anno successivo cominciò a registrare le proprie canzoni
(Riding risale a questo periodo).
Il primo singolo, Ohio River Boat Song, una commovente reminescenza
e vignetta iper-realista nella più pura tradizione della novella sudista,
Little Blue Eyes/ The Spider's Dude,
altro singolo registrato all'epoca ma pubblicato soltanto anni dopo,
rivelarono un folksinger all'antica, ma maturato nell'era della musica
indipendente "lo-fi".
There Is No One What Will Take Care Of You (Drag City, 1993) è uno dei
casi più celebri di conversione dal rock alternativo al country.
L'idea era già
stata dei Baby Flamehead, ma è con i Palace Brothers che diventa una moda.
La loro specialità sono le parabole di perdizione che Oldham canta in un tono
a metà strada fra Leonard Cohen e Nick Cave
(Drinking Woman, il retro del primo singolo, e Long Before).
A raggelare è soprattutto il tetro nichilismo del cantante, che,
nel confessare un incesto in Riding, protesta con voce di dannato:
"God is what I make of him".
Il loro country è però suonato con la malinconia estatica dei Meat Puppets.
E ancor più depressi saranno i singoli Trudy Dies, una delle sue
sceneggiate più emozionanti, e Stable Will, raccolti sull'EP
An Arrow Through The Bitch (Domino).
Lo stile affettato del primo album cede il posto a un folk spartano sul successivo Palace Brothers, in seguito ribattezzato Days In The Wake (Drag City, 1994), che è praticamente un disco solista di Will Oldham, e suonato prevalentemente dalla sua chitarra acustica. L'animo di Oldham si dibatte fra delusioni amorose (Will You Miss Me When I Burn, I Send My Love To You), tormenti religiosi (Blessed Grace) e compassione per i diseredati d'America (No More Workhorse Blues). La sua tetra filosofia è ben espressa dai versi: "When you have no one/ no one can hurt you". Lo sciatto folk acustico di Oldham è più puro e tradizionale di ogni altro, e raramente (I Am A Cinematographer) tenta di librarsi in una melodia gradevole.
Alla fine dell'anno esce anche un'appendice, l'EP Hope (Drag City, 1994), accreditato ai Palace Songs. L'accompagnamento è ormai da night club, più che da saloon, e in qualche caso da funerale. Il piglio è invece sempre più da predicatore che piange sui peccati della nostra era, a mezza voce, in maniera diametralmente opposta a Nick Cave. Oldham precipita in abissi di pessimismo raramente lambiti dalla musica popolare. Brani come la spettrale Agnes Queen Of Sorrow e la lenta All Gone All Gone (che assomiglia a It It Be Your Will di Cohen) emanano un soffocante senso di ineluttabile e di "perso per sempre", come potrebbe l'immagine al rallentatore di un vecchio che scuota la testa davanti alle rovine della sua vita. A trionfare è soprattutto il suo stile prediletto, il valzer che culla in maniera quasi ipnotica l'ascoltatore in un mondo in cui le tragedie diventano favole: Winter Lady, in un limbo fra il più fiabesco Leonard Cohen e il più soave Dylan di Blonde On Blonde; Untitled, una dolente ode alla Harvest (Neil Young); e l'apocalittico Werner's Last Blues To Blokbuster, scandito dal pianoforte come una marcia funebre, apice dei brividi esistenziali di questo bardo del nulla.
Will Oldham si pone così con Beck alla testa dello "slacker folk" degli anni '90. Un suo verso ben riassume tutta la sua poetica: "Why is the night so long?" I suoi dischi hanno sì il difetto di essere auto-indulgenti e monocordi, ma Oldham sta maturando come storyteller degli Appalacchi, la parte che sembra aver sognato fin da bambino.
L'attività discografica rimane intensa. Escono a catena i singoli O How I Enjoy The Light e West Palm Beach (una delle sue canzoni più solenni), l'EP Mountain (contenente una variante di Mountain Low arrangiata per sintetizzatore), l'album Viva Last Blues, accreditato ai Palace Music, il singolo Every Mother's Son e L'EP I Am A Cinematographer (che raccoglie tre brani tratti dagli album). Prolifico ma non particolarmente ispirato, Oldham sembra soprattutto sfogare un bisogno disperato di comunicare.
Viva Last Blues (Drag City, 1995) afferma comunque la sua vera voce.
Abbandonato lo stile oleografico con cui si era fatto rispettare, Oldham
si mette a suonare quello che una volta si chiamava country-rock
(Work Hard Play Hard, Tonight's Decision,
New Partner).
Mountain Low e New Partner ripetono invece le nenie di sempre.
Old Jerusalem trova forse l'equilibrio giusto fra le due maniere.
I Palace Music (ex Songs, ex Brothers)
scalano marcia con Arise Therefore (Drag City, 1996), questa volta
con Dave Grubbs al pianoforte e una rhythm-box. Oldham si rintana nel
cocktail lounge del Purgatorio di Stablemate,
nel silenzio blues di A Sucker's Evening,
nel gospel quasi impercettibile di You Have Cum.
Se trovate un termine che è l'esatto opposto di "tripudio" ("coma"?), usate
quello per descrivere le cadenze ipnotiche e le figure di basso cadaveriche che
popolano questo disco.
Ciò che svetta su questo groviglio di spaventosa quiete interiore non è
tanto il tono da filosofo alcoolizzato di Will Oldham quanto gli accorti
arrangiamenti di piano (David Grubbs) e basso (Ned Oldham).
Non sempre Oldham riesce a evitare monotonia e banalità
(l'interminabile lamento di The Sun Highlights The Lack In Each), ma
fra qualche anno potranno mettere assieme un "greatest hits" di tutto rispetto
(e probabilmente ci metteranno anche The Weaker Soldier, la canzone
più facile di questo disco).
Lost Blues And Other Songs raccoglie un po' di singoli ed EP.
Will Oldham getta la maschera e pubblica finalmente un disco a suo nome,
Joya (Drag City, 1997).
Insieme alla vecchia denominazione abbandona anche parte del
suo fastidioso atteggiamento. L'album è così il più umano della sua
carriera. Per la prima volta Oldham non sembra un nastro registrato da
qualcun altro, ma un uomo
(O Let It Be, New Gypsy, Idea And Deed).
L'inedia innalzata a forma d'arte ha però un fascino che dura pochi minuti.
Nick Drake aveva (anche) delle buone canzoni. Oldham ne ha veramente poche.
Semmai ha delle buone liriche. Ma non si può costruire una carriera musicale
sui testi.
Oldham è tanto prolifico quanto paranoico che nulla vada perso. Il mini-album Black Rich Music (Drag City, 1998) è la riedizione di una colonna sonora del 1995 (apparsa soltanto in edizione limitata). Do What You Will Do, The Risen Lord e Black Rich non sfigurano nel suo canzoniere, e nel suo insieme il disco dimostra che forse il mezzo cinematografico sarebbe adatto alla musica di Oldham.
Con lo pseudonimo di Bonnie Prince Billy esce anche
I See A Darkness (Palace, 1998), album ancor più dimesso, sul quale
spicca soltanto il suo testardo solipsismo.
Il prolifico Oldham tende a riempire gli album con uno o due "pezzi forti", lasciando che le altre canzoni ne diffondano l’umore. In questo caso i pezzi forti sono diversi (la solenne e melodica ode corale di A Minor Place) e l’umore è piuttosto avvincente, specialmente nelle sobrie e quasi gotiche Death To Everyone, I See A Darkness, and Song For The New Breed, lamenti che suonano come gli ultimi sussurri di un condannato a morte ma potenziati da una eleganza quasi Sting-iana. Oldham si dedica ad un’arte di estremo egocentrismo. Another Day Full Of Dread è atroce come un bimbo impaurito che fra sé e sé, in un angolo buio, canticchia una filastrocca. Non vuol dire che la musica resti arretrata rispetto al concetto. Al contrario, qui Oldham dipinge un orizzonte insolitamente ampio, dalla ninna nanna per piano Knockturn al lamento quasi reggae di Madeleine-Mary (con una melodia rubata da Ohio di Neil Young), dallo yodel honky-tonk di Today I Was An Evil One a Nomadic Revery, una gloriosa, caotica botta e risposta tutta mormorii e ululati. Almeno Madeleine-Mary, Nomadic Revery e A Minor Place si collocano fra le sue canzoni migliori.
Sicuramente, però, Oldham ha trovato la sua voce. Considerato che non piange solamente per il gusto di piangere, l’essere umano che si cela dietro le lacrime di Oldham può scolpire un universo musicale che è ben diverso da qualunque altro, un desolato deserto di emozioni mezze morte che vengono impietosamente fustigate dal destino.
Una colonna sonora composta da Oldham fornisce il materiale per l'EP strumentale Ode Music (Drag City, 2000). La musica è sobria, dolce e ispirata allo zen. La lunga Ode #1 suona sempre le stesse figure di chitarra e i droni d'organo. Trance minimalista è anche il nome del gioco per gli altri brevi frammenti, con le notevoli eccezioni di Ode #2 e Ode #4 che intrecciano delicate melodie dagli schemi ricorrenti. Queste composizioni condividono la qualità trascendentale dei capolavori di John Fahey, anche se non le ambizioni del grande chitarrista.
Guarapero (Drag City, 2000) è un doppio album di rarità.
All Most Heaven (Drag City, 2000) è un mini-album condiviso con Ryan Murphy (e innumerevoli ospiti d'onore). Le sonorità potrebbero essere le migliori di sempre, grazie ad arrangiamenti (finalmente) ben pensati (Song Of Most, Fall And Rise On It).
L'EP Get On Jolly (2000) è una collaborazione con Mick Turner dei Dirty three.
Ease Down The Road (Palace, 2001) ha segnato il ritorno dell'alter ego romantico di Oldham, ovvero Bonnie Prince Billy. I sei minuti dal ritmo funebre Lion Lair, il sussurrato e valzer A King At Night e il "trotto" alla Kenny Rogers di Ease Down The Road sono cantate con passione e umiltà, ma l'arrangiamento è troppo scarno affinché voce e strumento diano vita alle canzoni.
Amalgamated Sons of Rest (Galaxia, 2002) è stata una collaborazione tra Will Oldham, Jason Molina di Songs:Ohia e Alasdair Roberts degli Appendix Out.
A dispetto della breve durata, Master And Everyone (Drag City, 2003) di Bonnie Prince Billy si piazza fra i migliori lavori di Oldham, forse l’unico fra i suoi album che potrebbe rientrare sullo scaffale con Leonard Cohen e Townes Van Zandt. L’intero album è sussurrato in un modo che è un vero e proprio tour de force vocale; è un’oscura e sottomessa meditazione sul senso della vita, trasfigurata sotto forma di cronaca della fine di una relazione. Quell’inflessione bisbigliata diventa l’arte delle grida soffocate (Master And Everyone) e degli ululati trattenuti (Wolf Among Wolves). Si sposa bene con il tono delle storie, che varia notevolmente: dal monologo crudo e scheletrico (The Way, Even If Love) che emana un senso di solitudine e vuoto interiore, alla parabola religiosa (Hard Life, Maundering e soprattutto Lessons From What’s Poor), dalle odi alla Gram Parsons (Ain’t You Wealthy) alle confessioni tormentate (Joy And Jubilee, Three Questions). Quest’album è nato dalla suprema fusione fra Woody Guthrie e Blind Lemon Jefferson, fra il folk Appalachiano ed il gospel.
L’EP di Oldham Seafarers Music (Drag City, 2004) contiene quattro mediocri strumentali.
Sings Greatest Palace Music (2004) contiene Sings Agnes, Queen Of Sorrow.
Superwolf (Drag City, 2005) è una tetra collaborazione tra Will Oldham e il chitarrista Matt Sweeney. A parte il rimescolamento alla Grateful Dead My Home Is the Sea, le canzoni sono semplici ma intense, eloquenti ma frenate. Bed is for Sleeping, Home is the Sea, Rudy Foolish fluiscono come colloquiali ripensamenti. Persino quando Oldham indugia nelle sue speculazioni metafisiche (Goat And Ram) la musica resta un modello di equilibrio e dignità.
Summer In The Southeast (Sea Note, 2005) e Wilding In The West (P-Vine, 2008) sono album registrati dal vivo da Bonnie Prince Billy.
The Brave And The Bold (2005) è una collaborazione tra Bonnie Prince Billy e i Tortoise, impegnati ad eseguire dieci cover.
L'apice melodico e atmosferico di Bonnie Prince Billy, The Letting Go (Drag City, 2006), ha generato diverse canzoncine country: la litania quasi jodel Lay & Love, la lunga e lamentosa elegia notturna alla Bob Dylan Cursed Sleep, I Called You Back con pianoforte e tromba, e soprattutto il maestoso inno Strange Form Of Life, con cori femminili alla Grace Slick (Dawn McCarthy). Dal riflessivo Love Comes To Me al lugubre, marziale e orchestrale The Seedling, questo è l'album più versatile di Oldham fino a ora. La varietà rasenta l'eccentrico: l'idioma folk irlandese ancestrale di No Bad News, la modalità Delta blues con il fingerpicking di Cold & Wet, lo stile dance rinascimentale di Big Friday, la languida ipnosi simile a un raga di God's Small Song, la fragile ninna nanna neoclassica Wai.
Ask Forgiveness (Drag City, 2007), invece, contiene più che altro delle cover.
Lie Down In The Light (Drag City, 2008) di Bonnie Prince Billy ritorna alle radici di Nashville dello stile di Bonnie Prince Billy, ma fortunatamente il cantante è diventato molto più intonato. L’ispirazione melodica di Oldham splende nuovamente nel ritornello canticchiabile e nel pimpante ritmo folk-rock di Easy Does It, nel funereo singalong So Everyone, nella ninna nanna alla Donovan di Lie Down In The Light, nel rimpasto pastorale e lievemente psichedelico di Keep Eye On Other's Gain e nell’inno gospel I'll Be Glad che chiude l’album su una nota serena. Ognuna di queste vivaci canzoncine è seguita da una litania più malinconica e pacata, e troppo spesso Oldham resta impantanato nel suo originale stile lamentoso e anemico.
Su Beware (Drag City, 2009), il settimo album di Oldham sotto il moniker Bonnie Prince Billy, una ricca orchestrazione, la più "barocca" della serie, ha preso il posto della vecchia atmosfera spartana. Una nuova band d’accompagnamento (Josh Abrams dei Town and Country, Jennifer Hutt, Emmett Kelly dei Cairo Gang, e Michael Zerang) e innumerevoli ospiti (inclusi Leroy Bach dei Wilco, Jon Langford dei Mekons, Rob Mazurek del Chicago Underground duo, Nicole Mitchell dell’Exploding Star Orchestra, e Azita) contribuiscono a creare un miscuglio di arrangiamenti abbastanza creativo. Sfortunatamente, l’esaltazione dell’esperienza sonica non si traduce in un aumento delle abilità musicali. Pur presentando dei momenti senza dubbio accattivanti, come Afraid Ain't Me, Beware Your Only Friend, I Am Goodbye, Death Final, e You Don't Love Me, il modo in cui gli strumenti infondono la vita nelle canzoni costituisce il principale fascino degli stessi brani, che si tratti del lamento funebre Without Word You Have Nothing (con sax, violino, tamburello, tromba) o dell’ode tinta di country You Can't Hurt Me Now (con xilofono e tromba).
Funtown Comedown (Sea Note, 2009), attribuito a Bonnie Billy & The Picket Line, si tuffa nel bluegrass.
Wonder Show of the World (2010) è stata una collaborazione con la Cairo Gang di Emmet Kelly.
Altre delle sue scheletriche litanie sono emerse su The Wondershow Of The World (2010), attribuito a Bonnie "Prince" Billy & the Cairo Gang, con i sette minuti That's What Our Love Sta che prendono il centro della scena (non è un compito difficile data la mediocrità e l'uniformità del materiale) e il chitarrista Emmett Kelly spesso ruba la scena (Teach Me to Bear You). La stessa combo è stata accreditata per il singolo Island Brothers (Drag City), supportato dalla commovente New Wonder.
Wolfroy Goes To Town (2011) ha segnato il ritorno di Bonnie Billy Prince all'atmosfera cupa e al suono spartano di I See A Darkness, come dichiarato nel lungo manifesto We Are Unhappy. La vivace Quail and Dumplings ruba la scena, ma l'inquietante No Match è più tipica del mood dell'album.
Will Oldham ha cantato in tre canzoni su Silent City (Atavistic) di Brian Harnetty ed è stato accreditato come coautore dell'album, ma il concept e la musica sono tutti di Harnetty.
The Marble Downs (2012) è stata una collaborazione tra Bonnie Billy Prince e la band folk scozzese Trembling Bells che ha prodotto uno dei migliori brani garage-rock di Oldham di sempre, Ain't Nothing Wrong With a Little Longing. Lavinia Blackwell ruba la scena su I Made a Date e nella canzone a cappella My Husband's Got No Courage in Him.
Master And Everyone (Drag City, 2012) di Bonnie Billy Prince è il secondo album più cupo (e forse quello più sommesso dal punto di vista vocale) mai messo insieme da Oldham, ma manca della concentrazione chirurgica di I See a Darkness e si affida invece a una calda malinconia simile a un falò (adeguatamente enfatizzata dalle coriste donne).
Oldham ha sprecato il suo talento in una collaborazione con Bitchin Bajas, Epic Jammers e Fortunate Little Ditties (2016), un album di canzoni di Merle Haggard, Best Troubador (2017) , una replica dell'intero album di Susanna Wallumrod Sonata Mix Dwarf Cosmos (2007) ribattezzato Wolf of the Cosmos (2017), un album delle sue vecchie canzoni Songs of Love and Horror (2018), prima di tornare con un nuovo album accreditato a Bonnie "Prince" Billy, I Made a Place (2019).
È uno dei suoi album più rilassati, praticamente musica da supermarket (l'hawaiano Look Backwards, il nashville-iano Dream Athink e il poppy Thick Air ) con l'accompagnamento affascinante di un ensemble discreto (chitarra a pedali, violino, flauto, tastiere, basso e batteria).
Matt Sweeney e Bonnie Prince Billy hanno ripreso la collaborazione di Superwolf (2005) per un album successivo, Superwolves (2021), un altro picco degli ultimi giorni della carriera di Oldham.
Gran parte dell'album è guidato dal classico fingerplettroing folk e dal fraseggio folk classico, con accenni al folk-rock ingenuo degli anni '60 (Good to My Girls, il disinvolto canto Resist the Urge), Donovan (God is Waiting), Cat Stevens (i sei minuti di I Am A Youth Inclined To Ramble), e così via.
Ma le deviazioni potrebbero essere più interessanti, dal blues trance di Make Worry For Me e il suo crescendo in stile Pink Floyd allo "spaziato" Shorty's Ark, in stile David Crosby. Poi ci sono momenti improvvisi di profondità emotiva, in particolare il meditabondo, delicato e sognante My Popsicle e il maestoso, cupo e quasi gospel There Must Be a Someone.
- Torna alla pagina su Palace Music e Will Oldham di Piero Scaruffi -