- Dalla pagina su Liz Phair di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Liz Phair, diminutivo di Elizabeth Clark Phair (New Haven, 17 aprile 1967), originaria di Chicago, raggiunse la notorietà con un'opera postmoderna e postfemminista di alto livello intellettuale, Exile In Guyville (1993), teoricamente un diario di confessioni brutali (e superficialmente un'orgia iperrealistica di lussuria), ma in pratica un vasto affresco delle donne della sua generazione, musicalmente ispirato al capolavoro dei Rolling Stones, ma con citazioni che spaziavano da Bob Dylan a Juliana Hatfield. Meno cinici e più romantici, Whip-Smart (1994) e soprattutto Whitechocolatespaceegg (1998) si concentrarono sulle sue eclettiche capacità musicali. Phair si dedicò quindi a un approccio più obliquo ai suoi appetiti sessuali e morali, alla conciliazione tra sesso e amore, un approccio che la rivelò come un'impressionante innovatrice del linguaggio folk-rock.
Bio:
Liz Phair, figlia di John P. Phair, un famoso scienziato (ricercatore sull'HIV), e di una insegnante d'arte,
laureata in Belle Arti, balzò prepotentemente alla ribalta a Chicago
con una personalità e una musica che ne fecero un "caso".
Entrata nell'entourage degli Urge Overkill, fotogenica ed estroversa, con alle spalle un passato sentimentale tanto precoce quanto turbolento, nonche' dotata di una voce forte e bassa, Phair incise due cassette senza grandi pretese, poi raccolte sul mini-album Juvenilia (Matador, 1995).
A lanciarla, in maniera stratosferica, all'età di 26 anni, è
Exile In Guyville (Matador, 1993), un doppio album modellato
(canzone per canzone) sul celebre capolavoro dei Rolling Stones
(con lei nei panni dell'amante di Jagger che risponde da
un'angolatura post-femminista alle sue sguaiate profferte maschiliste).
Il trucco post-moderno si presta in realtà per confessare le proprie
ossessioni nei confronti dei rapporti sessuali e pertanto per un intenso e
scabroso scavo autobiografico (Fuck And Run, forse la più violenta,
Girls Girls Girls).
Con versi come “I want to fuck you like a dog/.../I want to be your blowjob
queen” (Flower) e “I can feel it in my bones/ I'm gonna spend another year
alone/ It's fuck and run” sembra più che altro voler offendere se stessa.
Per quanto arrangiato in maniera spartana, con un folkpop alla Juliana
Hatfield, il disco annovera momenti di rock trascinante, come Never Said e
Johnny Sunshine. Nel lungo "sogno" psichedelico di Canary e nella romanza
pianistica di Divorce Song sfoggia anche ambizioni sperimentali.
Eccelle comunque nelle canzoni in cui trionfa la melodia, in particolare
nella Help Me Mary che ruba una nota accorata a Bob Dylan.
Alla fine (a parte forse Shatter) a latitare dal novero delle citazioni
sono proprio loro, i Rolling Stones.
Sia pur con diverse cadute di tono e una certa monotonia, il disco risulta
per la sua stessa unicità una pietra miliare del moderno cantautorato.
L'opera fornisce anche uno spaccato realista di Wicker Park, il quartiere bohemien di Chicago.
Rispetto a quell'orgia iper-realista di lussuria,
Whip-Smart (Matador, 1994) è
un'opera meno tematica e più cerebrale: rotto il ghiaccio con una specie di
mantra per pianoforte (Chopsticks), che inquadra il suo paradigma
preferito della relazione sentimentale ridotta ai minimi termini, Phair
s'inoltra nell'atmosfera marziale e sognante di Nashville,
degna del Dylan di Blonde On Blonde,
scimmiotta Lou Reed in Go West,
sferragliando a ritmo "ferroviario" in Jealousy e
crogiolandosi nel languido jazzino di Shane,
ma sempre con quel suo tono disincantato e fondamentalmente volgare.
Sono canzoni il cui romanticismo fa da contraltare al volgare cinismo
dell'esordio.
Ma forse Whip-Smart è soltanto un lavoro più musicale, tant'è che
l'orecchiabile Supernova potrebbe essere il suo primo hit, X-Ray Man è
degna dei girl-group più grintosi degli anni '60, Cinco De Mayo
ha l'incedere di una gioviale filastrocca e la title-track è una tiritera
venata di calypso come usano le cantanti generiche.
Whitechocolatespaceegg (Capitol, 1998) segna la fine di una lunga
assenza dalla scena di Liz Phair dovuta al matrimonio e alla maternità e
prova che, superata ormai la pubertà, Phair è una "rocker", una
"rocker" di gran lunga più calda e decisamente meno "girlcentric"
di quanto non lasciassero a intendere i suoi testi eccessivamente intimi. Liz
Phair è una musicista impegnata (engaged) nel tentativo di gestire i propri
appetiti sessuali e morali in maniera più indiretta, e riconciliare sesso e
amore; un nuovo approccio questo, che si sbarazza della sua arguzia polemica
che viene sostituita da una persoggio musicale più melodioso.
Questo nuovo aspetto di Phair vivace, orecchiabile e groovy è
magnificamente rappresentato dal tirato crescendo country-rock di Jonny
Feelgood. I suoi non meno pungenti soliloqui indulgono ora in
un'abbondanza di ritornelli pop e di progressioni (Big Tall Man,
Love Is Nothing) accompagnati da una punta di rock-folk psichedelico
(Ride) ai quali la sua voce ordinaria conferisce un epos sentimentale
alla Billy Joel (Polyester Bride). Il talento melodico e musicale di
Phair culmina nel nostalgico valzer epico Shitloads Of Money; il
suono diventa un complesso puzzle di accordi pieni di colore, semplice al
punto da imitare l'acustico canto popolare del tempo che fu (Uncle
Alvarez), o tanto elegante da diventare una sorta di rock da camera
(Perfect World, con tanto di strumenti a corda).
E' fin troppo evidente che Phair e i suoi produttori abbiano studiato
attentamene la storia del rock, in quanto resti degli stili classici
(l'organo del gospel, la batteria e gli accordi del blues, i timbri
lisergici, le arie folk) emergono un po' ovunque. Sorprendentemente, il
tratto più duro che caratterizza pezzi come il grunge Chocolate Space
Egg, tutto avvolto in una cascata di distorti riff alla chitarra, o
Baby Got Going, col suo frenetico da garage-harmonica e il resto,
risultano totalmente fuori luogo (ma in effetti, Phair non ha composto la
musica di nessuno dei due). Basta paragonarli al delicato movimento di
Haedhache dove Phair sussurra appena la sua litania
sull'arrangiamento scarno e vagamente psichedelico di una chitarra arruffata
e di un organo cinguettante.
Meno ambiziosa e arrabbiata, libera ormai da ogni vincolo con il controverso
tumulto ringhioso di Guyville, Phair emerge come una grande
innovatrice nell'ambito della musica folk-rock.
Votata tanto al successo quanto all'emarginazione (con un programma dichiarato che consiste nel registrare dischi tanto melodici quanto osceni, ovvero tanto radiofonici quanto censurabili), Phair proietta un'immagine che riassume vent'anni di emancipazione femminile nella musica rock, un misto spavaldo tra Joni Mitchell, Chrissie Hynde (Pretenders), Joan Jett, Madonna e Kim Gordon (Free Kitten).
Liz Phair (Capitol, 2003) non solo introduce una nuova Phair (una mamma single di 36 anni divorziata), ma anche una nuova musicista che si sforza di reinventare i canoni del folk pop ( Red Light Fever, Why Can't I?, Firewalker, It's Sweet). Quando torna al suo passato, però, si appiattisce: l'immaginario erotico evocato da Rock Me, H.W.C. e Favourite sembra stantio e forzate, oltre che un po' imbarazzante alla sua età (è più simile a una crisi di mezza età che a un bisogno confessionale). Ma su altri pezzi (Extraordinary, Friend of Mine) riesce a trovare una nuova voce grintosa e sofisticata.
L'irrilevante, insipido e spesso odioso Somebody's Miracle (Capitol, 2005) avrebbe potuto essere realizzato da una qualsiasi delle tante aspiranti dive del pop muzak. E i testi sono ancora più beoti della musica. Everything to Me è stato il primo singolo.
Funstyle(2010), che include le rarità di Girlsound Tapes, era una raccolta confusa che mixava brutti esperimenti con brutte canzoni.
Liz Phair si è concentrata sul pop muzak a partire dall'album Liz Phair e non ha più fatto dietro front.
Soberish (Chrysalis, 2021), il suo primo album in undici anni, prodotto da Brad Wood, lo stesso produttore del suo album d'esordio Exile In Guyville, vanta diversi canzoncine scadenti su ritmi marziali e solo occasionalmente un ritornello davvero contagioso. Se Dosage aggiorna Carole King al pop romantico delle Bangles, e il ritornello di Hey Lou si rifà al bubblegum-pop degli anni '60, ma potenziato dal suono chitarristico della musica country, Bad Kitty trova un glorioso compromesso tra il punkette anni '80 e la coraggiosa ragazza country degli anni '90 (pensa alla Patty Loveless di I'm Not That Kind of Girl). Ci sono diversi momenti avventurosi, dal letargico trip-hop shuffle di Soul Sucker alle armonie vocali dell'era doo-wop prese in prestito per Spanish Doors, culminando con Ba Ba Ba, una sciocca filastrocca su una economica beat-machine che riecheggia il synth-pop degli anni '80 ma con un violoncello neoclassico e balbettii alla Laurie Anderson...
L'album nuota in un lago di riff di chitarra rubati a dozzine di hit del passato. Ma la quantità di riempitivi è davvero imbarazzante, a cominciare dalla ballata dance elettronica In There.
Avrebbe potuto essere un delizioso EP di 5 canzoni.
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