- Dalla pagina su Josh Rouse di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Cresciuto nel Nebraska ma poi trasferitosi a Nashville, Josh Rouse ha debuttato con Dressed Up Like Nebraska (Slow River, 1998), un disco che sposava l'orecchiabilità del pop all'indolenza depressa dell'alt-country.
Dopo l'EP Chester (1999), in collaborazione con il chitarrista dei Lambchop Kurt Wagner (autore dei testi), Rouse ha pubblicato un album dalle atmosfere ancora più pop, Home (Slow River, 2000), con brani come Laughter e Directions, in un certo senso sulla scia di Freedy Johnston.
L'ambizioso ciclo di canzoni Under Cold Blue Stars (Slow River, 2002), ambientato nell'America rurale degli anni '50, non ha però risposto alle aspettative, nonostante l'impiego di stili ed arrangiamenti differenti (Feeling No Pain, Ears To The Ground, Women And Men, Christmas With Jesus).
1972 (Rykodisc, 2003), dedicato al proprio anno di nascita, continuava il viaggio autobiografico avvalendosi di una tavolozza di stili ancora più varia (e attentamente assemblata). Il rock di Rouse stava diventando più morbido e dolce, al punto da sembrare un revival di Daryl Hall e simili.
Nashville (Rykodisc, 2005) ha poco in comune con la capitale della musica country. Il suo stile è ancora, fondamentalmente, soul-pop guidato dalla chitarra, con frequenti echi di Elton John e Billy Joel.
Winter in the Hamptons è tipico, ma forse i migliori brani sono quelli meno tipici, il blues di Why Won't You Tell Me What e il neoclassico Sad Eyes.
L'EP Bedroom Classics Vol 2 (2005) ha introdotto un lato più sperimentale di Rouse, ma Subtitulo (Nettwerk, 2006) ha insistito nel creare ballate country-soul (Summer).
Country Mouse City House (2007), registrato con una band a tutti gli effetti, continua l'approccio lento alla musica lounge, con strumenti a fiato, archi e mellotron.
C'è poco che sia all'altezza dei suoi standard passati (Sweetie, Hollywood Bass Player). Tuttavia, nel suo nuovo genere, Rouse è certamente competente e divertente.
El Turista (2010) è stata invece una mera deviazione nella musica esotica, comprendente due cover cubane e un folk tradizionale, che raramente raggiungono quel tipo di intima musicalità irradiata dalle sue migliori canzoni (Valencia).
Oramai definitivamente trasferitosi in Spagna, ha continuato a scavare nell'atmosfera e negli stili della musica latina su The Long Vacations (2011).
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