- Dalla pagina su Three Mile Pilot and Black Heart Procession di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Three Mile Pilot sono una band di rock d'avanguardia di San Diego capeggiata dal cantante Pall A. Jenkins (vero nome Paulo Zappoli).
Na Vucca Do Lupu (Negative Pulse 1992) fu registrato da un trio per voce,
basso e batteria, senza chitarre.
La funesta, balbuziente litania a lenta combustione di One step
ladder
suona come un incrocio fra Minutemen e Smashing Pumpkins.
Sore
Loser mette in mostra liquidi riff funk calati in
un’ambientazione spaziale,
con un crescendo spastico che li fa sembrare dei Police sotto
crack (cosi`
come Feeling Bald). Trattasi di musica rock di ruvida sagacia,
carica di
tacite emozioni, raramente legata alla melodia, schietta e passionale ma
anche
riservata e allusiva, discendente dell’abbattimento post-hardcore
dei Jesus
Lizard. Questa sagacia trova il suo picco d’evidenza nella
sublime
disperazione di Illwrath, i cui spasmi richiamano i classici del
garage-rock come 13th Floor Elevators, filtrati pero`
dall’alienazione urbana e
da privazione di significato. Horse Sweat compie
un’operazione simile in
chiave melodica, una ballata esistenziale sulla falsariga di Soul
Asylum
e Thin White Rope.
L’anthem di Slow Hand
e` una decostruzione dei primi
Doors. Dopo
un doloroso excursus di 6 minuti, Pinhut prende quota come una
elucubrazione di Neil Young e raggiunge un climax degno delle jam
blues-rock di
complessi come Cream e Jimi Hendrix Experience.
Un’overdose di
idee represse
espande il concetto nelle agonie di nove minuti ciascuna di Unicycle
Silencer
e Dirt on the flag mud on the wheel. Quest’ultima e`
una sorta di
dichiarazione d’intenti definitiva del complesso, con un po’
di trance Velvet
Underground e parecchia depressione adolescenziale. Il lamento ipnotico
di
Paralyzed e` un altro tour de force (7 minuti) di nichilismo e
auto-distruzione, forse lo sfogo emotivo terminale del disco.
Pall Jenkins cerca duramente di cantare ritornelli orecchiabili; ma non lo
sono per niente, e la musica dei 3MP mette semplicemente paura.
La melodia non potrebbe essere piu` assente di cosi`,
nei loro scenari musicali. Ma nonostante qualche manchevolezza, si
tratta di un
disco monumentale, ricco di sfumature e di
profondita`.
Gli EP Circumcised (Cargo 1993) e Star Control Out (Negative 1995) hanno l'intellettualita` della new wave di fine anni '70 e la carica emotiva dell'hardcore anni '80.
Tom Zinser (batteria)
e Armistead
Burwell Smith (basso, pianoforte, violoncello) dominano su Chief
Assassin to The Sinister (Cargo 1994 ' Geffen 1995) con le loro ritmiche
trasandate e i
loro arrangiamenti eccentrici (con l'aiuto di Jim French).
Shang Vs Hanger
comincia come un jazz noir con toni mediorientali e col ronzio di
una
cornamusa in sottofondo. Il ritornello e` imperniato su un crescendo
rumoroso
mentre la voce e` lacerata dalla rabbia, rincorsa da un coro
gotico.
Aqua-Magnetic (8 minuti)
prima produce una trance psichedelica dilatando un voodoobilly
narcolettico, poi
sviluppa la melodia vocale in una forma piu` accessibile, quasi una
parodia dei
Nirvana. L'asse Pixies-Replacement-Nirvana e` d'ispirazione
anche in
97-MT, con l'aggiunta di percussionismo viscerale e
strimpellii vari. La
lenta, torturata apertura di Chenjesu scava nella psuche umana
per poi
accelerare in un altro tempestoso, energico ritornello simil-Nirvana, ma
dopo si
ripiega in una litania diradata. I 3MP non sono certo dei virtuosi in
fatto di
tecnica, ma cio` che conta e` la dinamica del suono. Le armonie sono
ricche di
tensione e profondita`.
Le partiture strumentali spesso richiamano le
rigide,
oscure, matematiche, minimali sonorita` di complessi come Slint
e Don
Caballero, specie in Circumcised. La title-track e` un
numero di
cabaret degno dei Pere Ubu con accordi di piano ubriaco, percussioni
accennate e
tromba giocattolo. Brani lunghi, agonizzanti, solenni e depressi come
X-Miner (9 minuti) sembrano piu` ululati diretti alla luna
durante la
cerimonia di uno sciamano che cdanzoni vere e proprie. Questo copione
conduce ai
dieci minuti da psicodramma di Androsyn Guardian.
Rispetto al primo album, questo è un lavoro con molta più ambizione. In realtà i due album hanno poco in comune visto che il secondo ha in gran parte rinunciato alle radici musicali del duo.
Another Desert Another Storm (Cargo 1997), molto piu` tranquillo, segna l'ingresso del tastierista Tobias Nathaniel e l'abbandono delle ritmiche angolari, delle armonie contorte e delle sinistre atmosfere dei dischi precedenti. Jenkins sembra distratto e confuso, forse perche' la sua mente e` altrove. Alcune canzoni hanno anche un sapore pop (Way Of The Ocean, che ricorda gli Apples In Stereo, The Year Of No Light, che ricorda Elton John). Le abilità della band come artefici di rabbiose emozioni sono ancora visibili nel teso psicodramma di Kill The Race Horse, punteggiato da caos e distorsione, nella trance intermittente e disperata di Ruin, nel blues straziante di City Of Bones, nel magniloquente lamento funebre guidato dal pianoforte di South, e nel lamento funebre basato su fisarmonica di One False Eyem, dalla durata di sette minuti.
In seguito il complesso ha fatto uscire una serie di singoli: This divine crown (Goldenrod 1997), Piano plus piano minus (Pennyfarthing 1997), Red Sensing (Outer Universe Research 1997), Late Night in The City of Jodoolestan (Move Sounds 1997), The House Is Loss (Paralogy 1997), poi raccolti nel doppio CD Songs From An Old Town We Once Knew (Cargo 1999), con l'aggiunta di rarita` assortite e brani inediti.
La loro carriera termino` con l'EP Gravity (1998) che contiene On a Ship to Bangladesh.
I Black Heart
Procession sono il
cantante Pall Jenkins e il tastierista Tobias Nathaniel, che nel 1997 si
sono
presi una pausa dai 3MP, hanno assunto il batterista Mario Rubalcaba e
registrato una manciata di malinconiche e funeree canzoni, arrangiate in
modo
spartano con tastiere analogiche, chitarre evocative, xilophono, tromba
(Jason
Crane dei Rocket From The Crypt) e persino una sega.
1 (Cargo
1997) e` cantato con umori sconsolati e ubriachi e suonato con toni
pacati e
notturni. Ballate scheletriche come
Old Kind of Summer e Stitched To My Heart
raccontano storie
spirituali, filosofiche e delusioni amorose nella tradizione di Jacques
Brel e
Tom Waits.
2 (Touch '
Go 1999) e`
ancor piu` oscuro, strisciante e logoro; un debole sussurro nel vento
introduce
The Waiter #2. Accordion solenne, organetto valzereggiante e
tromba
elegiaca azionano Blue Tears. Una narrazione lirica alla Nick
Cave eleva
A KLight So Dim tanto quanto le battenti percussioni, in stile
professionale, e la lamentosa linea di pianoforte. Ma l'incubo si
intensifica
con Gently Off The Edge, un disordinato, romantico gemito avvolto
in
rumori radiofonici e cullato da una figura meccanica di piano.
Un pizzico di
magniloquenza
emerge con la rapsodia pianistica di My Heart Might Stop, che
evoca
ricordi dei dolenti Queen di At The Opera. La tensione
accumulata lungo il corso del disco viene liberata
nell'hard rock di Beneath The Round.
La prolissa The Waiter #3
corona concettualmente il disco riprendendo parte dei temi (musicali e
lirici)
nel tono piu` agonizzante possibile, anceh se con influssi circensi e
una coda di
rumori spettrali.
Solo un paio di brani
evadono
l'umore depresso: It's A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes carena con un piano honky-tonk e col vigore tipico di Warren
Zevon; la
ballata folk senza batteria Your Church Is Red richiama Bob Dylan
con Al
Kooper all'organo. Jenkins e Nathaniel hanno creato, con ottimi
risultati, una
nuova forma di ballata esistenziale che trascende gli abusati stereotipi
di Nick
Drake, Tim Buckley e Nick Cave.
Pinback (Ace Fu 1999) e` stata una collaborazione fra Smith e Rob Crow dei Thingy.
Una produzione piu` elegante e una tecnica piu` fluente al piano e alla chitarra
infonde
3 (Touch & Go, 2000) di un tocco gotico che aumenta le somiglianze con
Nick Cave, in particolare
in We Always Knew
(canto fatalista, passo marziale, frasi d'organo mistiche),
nell'incalzante Waterfront
(che riprende la A Light So Dim del disco precedente con un piglio
quasi orrifico)
e in Once Said At The Fires,
che alla fine sembra piu` una formula magica che il blues che era nelle
intenzioni.
Le inflessioni alla Tom Waits che pervadevano il disco precedente qui
sono difficili da sentire
(forse nella tenera Till We Have To Say Goodbye).
D'altro canto, talvolta la musica e` sospesa in un etere che e` appena
musicale, come nel caso della lullaby ipnotica
Guess I'll Forget You, mezza Leonard Cohen e mezza mantra Tibetano.
Il momento di svago e`, come nel disco precedente, una novella
honky-tonking, A Heart Like Mine.
E il commento finale viene affidato allo spiritual a passo di marcia
On Ships Of Gold.
La tromba e le tastiere sono meglio assimilate nel suono d'assieme, e in tal
modo iniettano una pulsazione vigorosa nelle litanie del gruppo, e le
impacchettano in un solido involucro.
In qualche modo, pero`, il suono piu` professionale finisce per togliere
qualcosa all'agonia nuda dell'album precedente.
I singoli Between The Machines (Suicide Squeeze, 2001) e Love Sings A Sunrise (Rocker Racer, 2001) sono un'ulteriore prova dell'abilità della band nel creare atmosfere noir.
Se credevate che i Black Heart Procession fossero semplicemente dei cloni di Nick Cave, Tropics of Love, con cui si apre Amore Del Tropico (Touch & Go, 2002), proverà i vostri sospetti, al pari di Sympathy Crime poco dopo. Jenkins (che adesso si fa chiamare Paulo Zappoli) e Nathaniel hanno infine messo su una line-up, con il batterista Joe Plummer e il bassista Dimitri Dziensuwski, e dato un titolo ad un album. Sfortunatamente, hanno anche innestato ostentazioni brasiliane e cocktail-lounge sul sound dei BHP, che spesso lo trasformanoin un progetto retro-chic (Why I Stay, Only One Way). Con l'eccezione della spettrale The Waiter #4, della novità stranamente sinistra di Fingerprints e della desolata litania The One Who Has2Disappeared (tre gemme che qui sembrano addirittura fuori posto), gran parte dei brani evidenzia una componente kitsch che peggiora (anziché migliorarlo) l'esperimento, sia nell'atmosfera da film noir di The Invitation, nel ritornello marziale di Did You Wonder, nel chorus di Before The People in stile Pink Floyd del periodo di The Wall, che nei sei minuti di A Cry Forget Love, un valzer guidato dal violino. Ciò significa che ci troviamo di fronte alla versione più leggera, rapida e semplice dei BHP, a dimostrazione che il raggiungimento della maturità non è sempre un buon segno.
L'EP di quattro tracce Hearts and Tanks (Shingle Street, 2003) è un esercizio di malinconia astratta.
Jenkins e Nathaniel hanno rinnovato l’arsenale di atmosfere gotiche, melodie kitsch e sovratoni da cabaret decadente dei Black Heart Procession per il piu’ equilibrato The Spell (Touch & Go, 2006), album che presenta l’ex batterista dei Modest Mouse Joe Plummer cosi’ come due membri degli Album Leaf, il bassista Jimmy Lavelle e il violinista Matt Resovich. Non solo le canzoni sono generalmente piu’ riuscite, ma i Black Heart Procession si sono da ultimo emancipati dal modello di riferimento di Nick Cave. L’album si apre con il vortice di Tangled, col cantato da inno religioso di Jenkins che si arrampica a passo marziale fuori dalle profondita’ create dal suo ipnotico riff di chitarra e dalla bachiana melodia d’organo di Nathaniel. Un simile schema di melodia barocca e trance post-psichedelica permea Places, una solenne litania simil-country, To Bring You Back, una discesa simil-valzer in una incantevole disperazione, e anche Not Just Words, pur se ad un’andatura vivace, quasi boogie.
Tutti questi brani sono architettati per un minimo impatto emozionale. Gli arrangiamenti non sono solo ingegnosi, ma anche piu’ eclettici di come sembrino in superficie. C’e’ un piano neoclassico, violino e una sonata di chitarra simil-violoncello che stanno alla base di The Letter. The Raplacement presenta Jenkins come un "balladeer" alla Phil Collins, ma il suo aggressivo strimpellio di chitarra, il suo fantasmatico sintetizzatore, il sensuale fraseggio di violino di Resovich e il contrappunto al ralenti del piano di Nathaniel creano un umore claustrofobico. Il contrappunto strumentale puo’ risultare spiazzante e deprimente. La scarna, allucinata agonia di Return To Burn sembra un incrocio tra Chris Isaak e i Pink Floyd. La ninnananna The Waiter #5 sprofonda in un plasma di malinconiche note di piano e elettronica sinistra. D’altro canto, il vorticante sermone di The Spell, alimentato dal contrasto tra l’implacabile battito del violino di Resovich e i toni sognanti della chitarra di Nathaniel, starebbe benissimo in The Good Son di Nick Cave. Pur essendo apparentemente omogeneo, l’album sperimenta sia con scarni che con spessi arrangiamenti. Il suo spettro di colori spazia dal quasi orchestrale al quasi scheletrico.
Le austere nenie da camera di Six (Temporary Residence, 2009), dei Black Heart Procession, erano forse un po' troppo uniformi, con il polistrumentista Tobias Nathaniel (a parte Suicide) che sprecava il suo enorme talento nel tentativo di attenersi al manifesto estetico della band.
Nel frattempo, dopo svariati anni, i Three Mile Pilot si sono riuniti per The Inevitable Past Is The Future Forgotten (Temporary Residence Limited, 2010), una raccolta di brani oscuri arrangiati con le tastiere. La vivace traccia d'apertura Battle, con i suoi echi anni '60, è fuorviante. A partire dalla desolata ballata da camera à la R.E.M., Still Alive, l'album è una costante discesa in una sorta di inferno personale attraverso la lenta e cupa Grey Clouds, la ballabile e languida Same Mistake, l'imitazione di Leonard Cohen rappresentata da What I Lose, il lento valzer di One Falls Away e così via.
Troppo poco per catturare l'attenzione.
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