- Dalla pagina sui Ween di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve.
In Pennsylvania, Mickey "Dean Ween" Melchiondo e Aaron "Gene Ween" Freeman crearono la saga di Ween, che rappresentò l'ultimo atto di irriverenza giovanile, caustica e lasciva.
God Ween Satan - The Oneness (1990) era la loro personale music-hall, una galleria di vignette comiche/erotiche che si aggrappavano al nonsense e alla varietà musicale. Il duo ha padroneggiato le sciocche melodie dei They Might Be Giants e i bizzarri arrangiamenti di Mark Kramer, ed è riuscito a creare un'opera selvaggiamente eclettica.
Pod (1992) fu un'altra bestia in continua mutazione, sebbene gli album successivi tentarono di adottare un formato più coeso.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi, modificato da Stefano Iardella)

Bio.
I Ween sono stati uno dei punti di riferimento del rock alternativo degli anni '90 con le loro parodie e satire (spesso e volentieri scurrili) affidate a musiche che sono brillanti variazioni sui generi di moda. Si tratta di un'operazione comica ed eclettica, affine a quelle di Half Japanese e Residents, ma eseguita con l'orecchiabilità dei They Might Be Giants.

I "fratelli" Dean e Gene Ween (ovvero Mickey Melchiondo e Aaron Freeman) sono due ragazzi di Lambertville, una cittadina di provincia della Pennsylvania, che vanno annoverati fra i grandi dementi e misantropi della storia del rock. I due ragazzi si finsero fratelli e cominciarono la loro carriera improvvisando canzoni su un registratore casalingo.
Dilettanti dichiarati della musica, adottarono il piglio del giullare (alla Zappa) che si riserva il diritto di prendere in giro tutto e tutti. Mutuando da Prince il talento melodico e ritmico (nonchè le pose erotiche), dai Residents i trucchi elettronici e vocali, da Zappa le gag dei testi e delle citazioni, da Daniel Johnston l'innocenza dell'operazione e da Kramer la follia surreale degli arrangiamenti, i Ween coniarono un nuovo standard di musica alternativa per i college, al tempo stesso intelligente, comica e orecchiabile.

Debuttarono con la cassetta The Crucial Squeegie Lip (Bird O' Pray, 1987) e due album autoprodotti, Axis: Bold as Boognish (1988) e The Live Brain Wedgie (1988).

L'album doppio God Ween Satan - The Oneness (Twin Tone, 1990) è spontanea eruzione del loro schizoide universo musicale, uno zibaldone caotico redatto da due tardi hippie strapieni di "acido". Nella miglior tradizione del rock amatoriale, il disco non ha alcun baricentro, alcuna unità, alcuna continuità e, soprattutto, alcun senso.
Il loro repertorio consta di brani della durata di un minuto o due, impostati attorno a una melodia orecchiabile ma cantata in un registro deformato, arrangiati in maniera spartana, con l'arrangiamento a volte ridotto a qualche accordo di chitarra o a due colpi di grancassa (il blues di I'm In The Mood), ispirati da spunti ancor più banali (uno scioglilingua da manicomio per I Got A Weasel, gli strilli di un bambino per Bumble Bee), che pescano a piene mani dai generi classici (soprattutto quelli "neri", ma anche il flamenco di El Camino e il reggae di Nicole), e sono minati da un pervicace humour dadaista.
E' proprio quest'ultima la chiave di lettura dell'opera, che infatti culmina nella tiritera vaudeville di Tick, nel pop sentimentale "anni '50" per vocina melensa di Don't Laugh e nella parodia del più epico Lou Reed in Marble Tulip Juicy Tree. L'atmosfera si anima e si scalda per il boogie alla ZZ Top di Cold + Wet, per il sabba psichedelico di Mushroom Festival In Hell e per il rhythm and blues esagitato alla Beefheart di Papa Zit; ma sono quasi forzature. Puffy Cloud chiude il disco nella maniera più surreale.
Ossessionati dal sesso e dal cibo, ovvero dagli istinti fondamentali, gli Ween fanno della musica il veicolo ideale per comunicare quella sensazione di estrema fruizione (e semplificazione ai minimi termini, pre-puberali) della vita. L'album è dedicato alla "naziwhore" di You Fucked Up, una delle ouverture meno romantiche della storia della musica.
Stroncati dalla critica di tutto il mondo (quella che ebbe il coraggio di ascoltare il disco), il duo trova invece un seguito di fedelissimi, tra cui anche l'onnipresente Kramer.

Doppio l'esordio e doppio il suo seguito, Pod (Shimmy Disc, 1992): neppure Zappa aveva osato tanto. Galvanizzati dalle reazioni entusiastiche dei ragazzi dei college, nelle cui classifiche il primo album è stazionato a lungo, gli Ween si spingono persino oltre: pennellano una perfetta novelty alla Zappa (o alla Bonzo Band) come Pork Roll Egg And Cheese, con un ritornello degno dei Beatles; resuscitano l'acid-folk degli Holy Modal Rounders in Strap On That Jammy Pac; sprofondano nel folk campestre con Oh My Dear; inventano un altro classico da party di liceali morbosetti come She Fucks Me.
Osano piccoli poemi modernisti con brani "meccanici", cadenzati in maniera "industriale", e recitati da androidi, come Frank e Molly; declamano come i Residents in atmosfere rese oppressive dall'elettronica in The Stallion (quinto brano della prima facciata, non segnato in copertina).
Dimostrano di sapersi cimentare agli accordi di pura potenza con l'hardrock di Dr Rock, l'heavymetal di Sketches Of Winkle, l'assordante distorsione "cingolata" alla Chrome di Can U Taste The Waste, e soprattutto il boogie sudista di Captain Fantasy, brani che mettono a frutto la lezione del power-pop "cosmico" degli Hawkwind.
Infine indulgono negli idiomi psichedelici, tanto con melodie "dilatate" e ripetute fino ad acquistare una qualità onirica (Don't Sweat It), quanto con leziosa e pigre ballate alla Meat Puppets (Sorry Charlie), tanto in serenate rallentate e deformate (Laura), quanto in bisbigli surreali alla Barrett (Alone), tanto in languide e morbide nenie alla tardi Pink Floyd (Right To The Ways And The Rules Of The World), quanto in litanie eteree (Mononudeosis).
Tradizionali o avanguardisti, psichedelici o "metallari", i Ween sono geni del trasformismo.
Va loro dato credito soprattutto per la capacità di "inventare" la musica da capo con ogni brano, e di riuscire a "vestire" ogni invenzione in maniera che non rimanga un semplice esperimento. Almeno Captain Fantasy e Pork Roll Egg And Cheese rimarrano negli annali della novelty.

Il 1993 sancisce la popolarità del duo, conquistata a dispetto della critica e dell'industria discografica, con Pure Guava (Elektra). L'album (registrato come i precedenti su un "quattro tracce" casalingo nella loro fattoria della Pennsylvania, ma in realtà certosinamente rifinito) ripulisce il sound fino a neutralizzarne la qualità apocrifa e diluisce gli scherzi fino a renderli tediosi. Lo scopo dell'operazione è semplicemente quello di "vendere" alle masse i loro testi da reprobi goliardi (titoli più spiritosi: Flies On My Dick e Poop Ship Destroyer). Le composizioni riuscite si contano questa volta sulle dita di una mano: la cantilena uggiosa e stralunata di Little Birdy farebbe invidia a David Thomas; la melodia pop di Don't Get Too Close a Frank Zappa; Push The Little Daisies e soprattutto Springtheme a Prince. Alla fine la cura in fase di mixing procura invece risultati eccitanti nel techno industriale di Reggaejunkiejew e nel sampling iper-distorto di Morning Glory, i due brani più sperimentali della loro carriera. Opera anemica che non fa onore alla sbrigliata fantasia dei due precedenti, Pure Guava giustifica a posteriori le critiche ricevute in passato.

Chocolate And Cheese (Elektra, 1994) prosegue la parabola discendente con un sound sempre più lambiccato ma un'ispirazione sempre più sciatta. Il duo è irriconoscibile nelle banalità (testi e musiche) di Take Me Away e nella lunga litania tragica di Buenas Tardes Amigo.
Al meglio Roses Are Free sono dei tentativi amatoriali di imitare le canzoni-gag di Zappa. Al porno-vaudeville del loro passato si può ricondurre soltanto Voodoo Lady. La comicità scabrosa di I Can't Put My Finger On it e Mister Would You Please Help My Pony rimane il loro massimo pregio.

12 Golden Country Greats (Elektra, 1996) Qualunque cosa volessero dimostrare, i "fratelli" Ween lo hanno dimostrato. Hanno scritto un album in perfetto stile country, accompagnati da un'orchestrina anni Cinquanta con tanto di dobro, mandolino, tuba, contrabbasso e banjo. Dallo spassoso e spigliato bluegrass di Japanese Cowboy all'honky-tonk da saloon di Piss Up A Rope, dalla struggente serenata di I Don't Wanna Leave You al ragtime swingante di Mister Richard Smoker le cariatidi di Nashville possono soltanto togliersi il cappello. E naturalmente non manca lo humour sardonico di sempre (Help Me Scrape The Mucus Off My Brain). Checchè se ne pensi dei loro dischi precedenti, non si può negare che questi due provincialotti costituiscano una delle coppie di originali più originali del rock contemporaneo.

I Moistboyz sono Dean Ween e Guy Heller sotto le false spoglie di Dickie e Mickey Moist. Per qualche minuto il loro secondo album (Grand Royal, 1996) sembra fungere da raccordo fra i primi Ween e gli ultimi, altarnando sketch sex-comici come It Ain't Rude e ballate country come American Made and Duty Free. Ma poi il sound esplode in un tripudio di distorsioni, wah wah e reverberi, e si fa largo il sospetto che questo album sia semplicemente una colossale parodia dell'heavy-metal, tanto dei suoi suoni magniloquenti quanto delle sue pose macho.

Dalla musica country del disco precedente i fratelli passano con alla musica leggera degli anni '50: Mollusk (Elektra, 1997) è una raccolta di canzoni normali, costruite su melodie impeccabili e arrangiate in maniera professionale (sintetizzatore, violini, flauti).
Ad essere preso di mira questa è la musica popolare: il folk pastorale di Donovan in Mollusk, il folk mitteleuropeo in Polka Dot Tail, il folk solenne dei Fairport Convention in Cold Blows The Wind, la canzonaccia irlandese da pub in The Blarney Stone, e così via. I numeri migliori mi sembrano però due country-rock eseguiti a rotta di collo, Wavin' My Dick In The Wind e Ill Be Your Johnny On The Spot, quest'ultima sparata alla Ministry con spettacolaei piroette rockabilly del sintetizzatore. Il sintetizzatore è in effetti il grande protagonista di queste satire, il discolo incontenibile dell'armonia che spunta da dietro tutte le melodie. Lo strumentale Pink Eye lascia che si sfoghi in maniera grandiosamente comica.
I Ween hanno rimediato al tono un po' distratto con cui avevano registrato gli album precedenti. La loro arte rimane saldamente ancorata alla tradizione dei grandi guitti del rock (Frank Zappa, Bonzo Band, They Might Be Giants), ma da oggi sono anche dei rispettabili musicisti.

L'album dal vivo Paintin' The Town Brown (Elektra, 1999) fa un eccellente riassunto della loro carriera, compresa una versione di 26 minuti di Poopship Destroyer.

Poopship Destroyer, Mushroom Festival In Hell, Japanese Cowboy, Bumble Bee, Voodoo Lady, Mister Richard Smoker, Mushroom Festival In Hell, Japanese Cowboy, Bumble Bee, I Got A Weasel, Don't Laugh, Marble Tulip Juicy Tree, Pork Roll Egg And Cheese, Captain Fantasy, Little Birdy sono le puntate di un serial comico che ha successo sfruttando il trucco più vecchio del genere della commedia: prendere in giro il pubblico stesso a cui si rivolge.

Se esiste un equivalente musicale della masturbazione, i Ween l'hanno trovato.


(Tradotto da Walter Consonni, modificato da Stefano Iardella)

Con White Pepper (Elektra, 2000) i Ween continuarono la loro evoluzione verso un sound da vera e propria band. Non che abbiano rinunciato alle loro connotazioni parodistiche. È solo che il loro modo di suonare si è avvicinato molto a quello di una rock band professionale ed è ora meno simile a quella che potrebbe essere una burla perpetrata da un branco di liceali. L'inizio dell'album è chiaramente una furba rapina da Sgt Pepper dei Beatles.
L'intro di Exactly Where I'm At è una ballata dilatata satura di rumori psichedelici, Flutes Of Chi fa del raga-rock alla maniera ingenua di George Harrison, Even If You Don't evidenzia le progressioni melodiche di Lennon-McCartney su un ritmo marziale, Back To Bosom ricicla i momenti più pastorali di John Lennon.
La parodia prosegue lungo la strada della musica rock, prima con Bananas And Blow, che fonde esotismi ed Elvis Presley, e poi con la fantasia strumentale di Ice Castles, per coronare infine i loro sketch con la soave incursione nel music-hall di Pandy Fackler. Tornati al presente, i Ween si tuffano nella frenesia hardcore con Stroker Ice. Verso la fine, messi da parte le mascherate, cominciano a suonare nella loro maniera caratteristica, e si tratta di Nashville revival: prima la ballata country Stay Forever, poi l'honky tonky di Falling Out e infine la seducente ninnananna She's Your Baby.
Dato che scippano i loro modelli in giro per il mondo, i Ween giungono ad assomigliare sempre più strettamente ai They Might Be Giants. Un disco molto leggero da parte di due musicisti altrettanto leggeri, che non riescono mai a prendere sul serio il proprio lavoro.


(Tradotto da Stefano Iardella)

L'album III (Ipecac, 2003), accreditato ai Moistboyz, è uno scherzo brutto e noioso.
IV (Ipecac, 2005), anch'esso firmato Moistboyz, è ancora peggio: un'opera molto politica.

I Ween sembrano intenzionati a dimostrare di saper suonare strumenti in Quebec (Sanctuary, 2003), ma il risultato è che il duo non è nemmeno più divertente. Se pensavano di poter emulare i Godspeed You Black Emperor (come in Alcan Road o in If You Could Save Yourself), si sbagliavano di grosso. La verità è che anche il materiale migliore, l'hard rock It's Gonna Be a Long Night e Chocolate Town, non avrebbero trovato spazio nei loro primi album.

Shinola Vol 1 (2005) raccoglie avanzi e rarità.

La Cucaracha (Chocodog, 2007) offre country, reggae, blues rock e le ballate AOR Object, Lullaby, With My Own Bare Hands e Blue Balloon, il cui sfondo nebuloso e modificato di drum machine, chitarre tintinnanti e sintetizzatori nasali suona come una ricaduta nella decadenza del cocktail Dristan dei loro primi tre album. Woman And Man è il miglior esempio della nuova passione del duo nel scomporre la natura nei suoi componenti fondamentali: iniziando come un racconto primitivista di Adamo ed Eva (completo di bongo e flauto), la canzone esplode in una scusa imponente per assoli di chitarra intrecciati.
L'ode di Ween all'alba dei sessi è seguita da un accorato esempio ironico di quanto si siano evoluti. Il mariachi di Your Party, il rock & roll strumentale di Fiesta, il pop elastico di Blue Balloon fino al ruggito a piena gola di With My Own Bare Hands, punitivo come mai hanno fatto. E nel mentre non abbandonano mai il salto di genere - The Fruit Man è l'escursione di questo album nel reggae, Spirit Walker e i dieci minuti di Woman And Man i loro brani prog rock - Friends, l'inno Eurotrash dance Object dal sapore di "A Night at the Roxbury", la ballata mid-tempo stranamente bella Learnin' To Love, un country-rock totale come With My Own Bare Hands e il modesto, stonato reggae di The Fruit Man. Altrove la band continua a padroneggiare l'espressione del suo lato più morbido, dalla canzone d'amore da Radio AM degli anni '70 Sweetheart all'universo alternativo del pezzo smooth jazz della vicina Your Party (con David Sanborn al sax sexy). Nel mezzo, i Ween camminano sul filo del rasoio fastidioso/accattivante con brio (gli strani rumori sull'effervescente Blue Balloon, il finto mistico e stonato Spirit Walker) ma non dimenticano mai di scatenarsi, in particolare sul pezzo spacca cervello da 11 minuti Woman And Man.


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