- Dalla pagina sui Chemical Brothers di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Il “big beat” è stato introdotto dai Chemical Brothers, ovvero i veterani della scena musicale "Madchester" Tom Rowlands (1971) e Ed Simons (1970), i cui Exit Planet Dust (1995) e Dig Your Own Hole (1997) riciclavano overdose di funk, heavy-metal e hip-hop, confondendo i linguaggi di Public Enemy, Kraftwerk e Stooges.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
I Chemical Brothers, ovvero i vecchi Dust Brothers Tom Rowlands e Ed Simons (conosciutisi alla Manchester University nel 1989), si presentarono con Exit Planet Dust (Junior Boy's Own, 1995 - Astralwerks, 1995) nei panni di divulgatori delle nuove ritmiche da discoteca. Ne furono in effetti pionieri, in qualità di disc jockey nella "Madchester" di inizio decennio. La miscela di rock e acid house che misero a punto come "dj" è appunto l'asse portante di questo album, un album di musica (prevalentemente strumentale) elettronica come non se ne facevano dai tempi dei Kraftwerk.
Il nuovo sound coniato dai due rimescola overdosi di funk, heavymetal, jazz e hip hop, come in un caotico collage di pop art. La prassi si ripete monotonamente dall'inizio alla fine: campionare battiti di hip hop, mandarli in loop, avvolgerli in volute di sintetizzatori, condirli di schitarrate vetrioliche. Va loro reso atto di farlo con un piglio surreale e demenziale, che stravolge in maniera piacevolmente folle il funk galattico del nuovo singolo Leave Home (destinato a rimanere uno dei loro capolavori) e l'incalzante In Dust We Trust.
L'album contiene anche il loro primo singolo, Song To The Siren, costruito attorno al campionamento di una voce femminile, che qui sfigura un po' a confronto delle produzioni più professionali dei nuovi brani. La loro vareietà di futurismo trionfa nella progressione siderale di Chemical Beats, fra cacofonie alla Public Enemy e riff petulanti di chitarra, e mostra un minimo di erudizione nell'approccio un pochino più industriale e progressivo di Playground For A Wedgeless Firm.
Il disco ritrova emozione e cervello verso la fine, con i due strumentali più pacati (quasi new age One Too Many Mornings, con i suoi gorgheggi angelici e i suoi lenzuoli di elettronica, quasi ambientale Chico's Groove, con la sua melodia in trance); e con i due brani cantati, che usano voci d'autore per comporre ballad psichedeliche: il mantra malinconico di Alive Alone e Life Is Sweet, affusolata e decadente alla Stones And Roses.
Come cambiano i tempi: non molti anni prima Jarre veniva lapidato dalla critica per dischi di musica elettronica come questa.

Dopo l'album uscì anche l'EP Loops Of Fury (Astralwerks, 1996), di qualità (ballabile) forse superiore (certamente più martellante e violenta), grazie a tre numeri irresistibili come Loops Of Fury, Breaking Up e Get Up On It Like This.

Dig Your Own Hole (Astralwerks, 1997), il secondo, attesissimo, album del duo più celebre del techno mondiale (davvero le uniche superstar del genere) riparte dai loro esordi, dalla fusione fra ballabile e rock. Il singolo Block Rockin' Beats propone una miscela esplosiva di campionamenti fantasiosi alla Public Enemy e di sincopi sismiche e rumori violenti. L'armonia di tutti i brani è costruita in maniera certosina, accentuando il senso di artificiale che il loro meticoloso montaggio ha sempre conferito alle musiche. Le chitarre sono in primo piano e i ritmi fanno palesemente il verso al primo hip-hop di New York.
Gli otto minuti di Elektro Bank sono emblematici del programma del disco con le continue metamorfosi dell'arrangiamento attorno a una complessa cadenza poliritmica. La fanfara interrotta e riciclata all'infinito di Piku è un saggio di equilibrismo armonico da parte di due consumati attori del campionamento. La metronomia demenziale di It Doesn't Matter ha la stessa funzione sul fronte della sperimentazione ritmica.
Talvolta l'eccesso di eventi sonori finisce però per nuocere all'identità del brano (la title-track affoga fra glissando "hendrixiani", sirene, tribalismi africani e pulsioni funky) .
Ancora una volta, verso la fine il disco acquista compostezza e serietà, con una Where Do I Begin cantata in maniera folk da Beth Orton e un monumentale, trascinante raga dell'assurdo come Private Psychedelic Reel, summa della loro arte di puzzle (in collaborazione con i Mercury Rev), capace di citare il mistico minimalismo di Terry Riley e le dissonanze scrobutiche di Morton Subotnick.

Il culmine dell'operazione, e forse della loro carriera, è rappresentato da Setting Sun (Astralwerks, 1996), un singolo spettacolare (Noel Gallagher degli Oasis al canto) che decostruisce la Tomorrow Never Knows dei Beatles.


(Tradotto da Giuseppe Collazzo, modificato da Stefano Iardella)

Il dj mix Brothers Gonna Work It Out (Freestyle, 1998) fotografa il duo all'apice della propria abilità in studio, ma al al punto più basso della sua ispirazione artistica. Rendono omaggio alle loro influenze (Neu, Kraftwerk, New Order) e ai loro precursori (Giorgio Moroder, George Clinton).

Surrender (Virgin, 1999) è la continuazione di quella direzione, ma dal punto di vista dell'artista (in opposizione al punto di vista del tecnico). Il suono dei Chemical Brothers rimane ancorato ai New Order (Out Of Control) e ai Kraftwerk (Music: Response), pur essendo occasionalmente banale (Let Forever Be, Hey Boy Hey Girl) e audacemente sperimentale nelle suite strumentali (Sunshine Underground, Orange Wedge).


(Tradotto da Alessandro Isopo)

Come With Us (Astralwerks, 2002) suona un po' stanco, rispetto ai loro standard, ed esagera con le stravaganze.
Le collaborazioni (Beth Orton in State We're In, Richard Ashcroft in The Test) sono intriganti in teoria ma inconsistenti nella pratica e troppe canzoni sono soltanto riempitivi (Star Guitar, Galaxy Bounce e Denmark sono talmente scontate da stimolare sbadigli piuttosto che danze sfrenate). L'afro-funk di It Began In Afrika e l'eterea My Elastic Eye non sono sufficienti a giustificare un album intero. Forse la fine di una carriera (in gran parte sopravvalutata).


(Tradotto e integrato da Stefano Iardella)

Singles (Virgin, 2003) raccoglie dieci anni di singoli e due brani inediti.

Push The Button (Astralwerks, 2005) continua la caduta dei Chemical Brothers verso l'irrilevanza. Non sono mai degli innovatori, ora sono più prevedibili che divertenti.

L'eclettico We Are The Night (2007) dimostra che i Chemical Brothers avevano ascoltato suoni contemporanei, ma anche che erano sempre stati sopravvalutati come compositori.

Brotherhood (2008) è un'antologia della loro carriera.

Hanno aggiornato il loro sound alla generazione degli M83 su Further (Astralwerks, 2010).
Dopo Born in The Echoes (Virgin, 2015) e il concept album No Geography (Virgin, 2019) nel 2023 pubblicano il loro decimo album in studio, For That Beautiful Feeling (Virgin, 2023).


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