- Dalla pagina su Neneh Cherry di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Neneh Marianne Karlsson Cherry (Stoccolma, 1964), figlia di un'artista svedese e un percussionista della Sierra Leone, oltre che figliastra di Don Cherry, si fece le ossa nei
Rip Rig & Panic e nei Float Up prima di essere trasformata nel 1989 in diva disco da Bomb The Bass con il singolo Buffalo Stance.
La gioviale esuberanza era autentica, il sex
appeal forse studiato a tavolino, ma il risultato fu
Raw Like Sushi (Virgin, 1988), una delle poche novità nel mondo
dell'hip hop di fine decennio.
E in effetti Cherry riusciva meglio nei panni dell'erotomane alla Madonna
(So Here I Come, Outre Risqué Locomotive,
Kisses On The Wind). Le musiche, al limite del nascente trip hop, sono
però merito del produttore, Cameron McVey, proveniente dallo stesso milieu
di Soul II Soul,
Portishead e
Massive Attack.
Passano tre anni prima che Cherry, sposatasi (con McVey) e diventata mamma,
pubblichi il successivo Homebrew (Virgin, 1992).
Cherry, accompagnata da ospiti d'onore dell'hip-hop e del rock, mette in luce la personalità matura di un'interprete che sa essere al tempo stesso "pop singer" e rapper (Sassy, Buddy X).
Riesce meglio come "pop singer", soprattutto quando il ruolo di
protagonista le viene rubato dalla chitarra elettrica (Money Love e Trout, che usa il riff di
Pusher degli Steppenwolf).
Neneh Cherry è diventata una pop star in Europa con Seven Seconds (1994), un duetto con il "fenomeno" africano Youssou N'Dour.
Di conseguenza, Man (Virgin, 1996) è l'album di una cantante pop-soul nella tradizione di Celine Dion e Mariah Carey.
E, come da consuetudine con questo tipo di pop star, i brani migliori sono le cover. Il resto sono ballate lente e suggestive, che non mancano mai di conquistare il pubblico più facoltoso, come ben sa ogni cantante di second'ordine di Las Vegas.
Tornata in Svezia, la Cherry ha collaborato con i The Thing, ovvero il trio free-jazz composto da Mats Gustafsson (sax), Ingebrigt Haker Flaten (contrabbasso) e Paal Nilssen-Love (batteria), per The Cherry Thing (2012), il suo primo album in sedici anni. Aiutato da una scelta eccezionale ed eclettica di cover, che includono Dream Baby Dream dei Suicide, Too Tough to Die di Martina Topley-Bird (famosa per i Tricky), Accordion di Madvillain, What a Reason di Ornette Coleman, Golden Heart di Don Cherry e Dirt degli Stooges, riesce a mettere in mostra le sue abilità vocali come raramente era successo prima.
Blank Project (Smalltown Supersound, 2014) sarebbe il suo primo album "solista" in 18 anni, tranne per il fatto che non è chiaro cosa abbia effettivamente fatto Neneh Cherry, oltre a cantare: prodotto da Keiren Hebden degli Four Tet, arrangiato dal duo di sintetizzatore e batteria RocketNumberNine (i fratelli Ben e Tom Page), e scritto insieme a suo marito, il produttore Cameron McVey.
L'atmosfera generale è calma, con Spit Three Times che suona quasi vivace in confronto al resto.
Il crudo glitch-jazz-pop elettronico 422 è emblematico di quanto fredda e distante sia l'atmosfera, per la maggior parte. Out of the Black è un duetto infantile con Robyn, che sembra completamente fuori contesto.
Broken Politics (Smalltown Supersound, 2018), nuovamente prodotto dai Four Tet, continua a mostrare il personaggio da lei scelto di intellettuale sofisticata, tramite canzoni a bassa energia e attentamente architettate. Hebden crea il suono claustrofobico di Natural Skin Deep, con un sintetizzatore stridente e una batteria d'acciaio. Un dulcimer martellante alimenta la danza sincopata di Fallen Leaves, e i flauti si librano intorno a Slow Release come delle mosche. Lo strascicato hip-hop Shot Gun Shack (anche una delle melodie più eleganti) è impreziosito da una pausa di percussioni acquose. La suspense di Black Monday è scolpita da una combinazione di xilofono, archi e triangolo. Questi delicati tocchi sonori mantengono vivo l'album, ma offrono poche emozioni. D'altro canto, un senso di intimità pervade la debole e setosa Kong (con un make-up dub di Robert Del Naja dei Massive Attack) e la delicata Synchronised Devotion (che è anche un duetto tra il pianoforte e il vibrafono di Karl Berger).
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