- Dalla pagina su Julian Cope di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Il più grande cantautore britannico degli anni '80 fu probabilmente Julian Cope (Caerphilly, 1957), ex Teardrop Explodes, una delle menti più folli e creative della sua generazione. World Shut Your Mouth (1984) presentò un bardo eclettico e onirico, dedito a melodie kitsch, tempi maestosi e arrangiamenti psichedelici (arricchiti da tastiere elettroniche). La sua visione eccentrica fu pienamente catturata in Fried (1984). Le sue canzoni avevano la stessa classicità dei melodrammi dei Doors, sebbene il suo folle lirismo fosse probabilmente più vicino a quello di Syd Barrett. Saint Julian (1987) e My Nation Underground (1988) si concentrarono sul suo straordinario talento melodico, abbandonando gli spigoli più eccentrici dei primi due album. Una straordinaria capacità di creare canzoni impeccabili lo portò a progetti più ambiziosi: il concept socio-politico Peggy Suicide (1991) e Jehovahkill (1992), così intriso di simboli criptici da assomigliare a un bestiario medievale. Esperto mondiale del rock tedesco degli anni '70, Cope registrò anche brani d'avanguardia come Rite (1993). Continuò a perfezionare la sua sintesi tra Doors, Syd Barrett e Popol Vuh su Autogeddon (1994), ma non riuscì a sfruttare appieno il suo talento unico.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Julian Cope, l'ex cantante dei Teardrop Explodes è stato protagonista di una delle carriere più geniali e sregolate della musica rock.

World Shut Your Mouth (Mercury, 1984), il primo album solista, lasciava soltanto intravedere la personalità di un bardo eclettico e trasognato, capace di intonare melodie enfatiche nell'ambito del rock psichedelico.
Quest'opera poetica che prendeva lo spunto dall'acidrock del vecchio gruppo, lo tingeva di melodie e arrangiamenti kitsch, di magniloquenza e melodramma Doors, di aromi latini e tzigani, e in tal modo cesellava una sequenza mozzafiato di ritornelli ballabili, formalmente impeccabili, di grande presa emotiva, nella più fiera tradizione psichedelica.
Nelle travolgenti progressioni melodiche di canzoni come Bandy's First Jump si sublimano tre decenni di armonie vocali pop. Ballate solenni e distorte come Strasbourg incrociano la trenodia dei Velvet Underground, i boogie perversi degli Stooges e le atmosfere oniriche dei Doors. In litanie come Lunatic And Fire Cope mutua il suo crooning tragico dallo shout del rhythm and blues, dal declamato del musichall e dagli inni dei cori anglicani.
L'album trovava soprattutto un equilibrio miracoloso fra tre elementi apparentemente inconciliabili: un melodismo leggero degno di Tin Pan Alley, cadenze maestose degne di cerimoniali sacri, e arrangiamenti elettronici di grande effetto. Le tastiere sono in effetti la seconda voce del disco, capaci di spaziare dalla piccola cacofonia da camera alla frase dilatata della psichedelia, dal maestoso accordo da chiesa al boogie martellante. Nascono così la commossa elegia di An Elegant Chaos, che scorre fluida ed eterea su celestiali gorgheggi a incastro delle tastiere, e l'epico ritornello in crescendo di Quizmaster, che precipita a rotta di collo in spirali di riff duri e di salmodiare liturgico.
Ma Cope è anche, e forse soprattutto, un abile manipolatore di ritmi: il raga marziale di Kolly Kibber's Birthday viene trasfigurato in una cadenza martellante di chitarre e falciato da trilli tragici di tastiere, mentre un ritmo sintetico bombarda in sottofondo con le sue sincopi.
Il vaudeville camaleontico di Metranil Vavin (con tracce di Kinks e di Zappa), la pirotecnica epilessi di Sunshine Playroom (con intermezzo sinfonico), la serenata folle di Greatness And Perfection (con un frenetico twang da film western) sono gag costruite artificialmente rendendo demenziale una innocua filastrocca per bambini.

Forse succube del mito di Syd Barrett, Cope abbandonò quasi subito quel superbo melodismo, per rifugiarsi nel clima crepuscolare di Fried (Mercury, 1984), oscillando fra atmosfere lisergiche (Laughing Boy, Torpedo) e pastorali (Bill Drummond Said, Search Party). Gli episodi migliori sono quelli che riciclano i suoi trucchi spettacolari di ritmi violenti, chitarre distorte, organi spaziali e melodie ipnotiche (Reynard The Fox e Holy Love). Lo squilibrio mentale gli giova e gli nuoce al tempo stesso nei numeri più bizzarri, che potrebbero far pensare al musichall della Bonzo Band (O King Of Chaos, Sunspots, Bloody Assizes).

Saint Julian (Island, 1987) tornò invece al fresco melodismo degli esordi, in particolare nei singoli Trampolene e World Shut Your Mouth, ma il sound era nervoso e concitato, condizionato dagli stili di produzione dell'heavymetal (Shot Down, Spacehopper), dell'hip hop (Planet Ride) e della world-music (lo ska Eve's Volcano), lontano dalle atmosfere incantate del primo disco anche nelle ballad più melodiche (Saint Julian), nei ritmi più eccentrici (Pulsar) e nelle tessiture più psichedeliche (A Crack In The Clouds).

Con questi dischi Cope riusciva di fatto a fondere l'innata vocazione per il pop più sontuoso con le sue nevrosi di eroinomane accanito.

Accompagnato dai fidi Donald Ross Skinner (tastiere) e Roosert Cosby (percussioni), Cope si tuffò poi nel sound estroverso di My Nation Underground (Island, 1988). L'album si apre con 5 O'Clock, un'ouverture degna del Frank Zappa più comico ed orchestrale, ma con un ritornello degno di Petula Clark. Non meno trascinante e orecchiabile è lo ska di The Great White Hoax, mentre combustibile powerpop (Someone Like Me) e garage-rock (Easter Everywhere) propellono le altre melodie.
La title-track è uno dei suoi capolavori di arrangiamento, capace di riciclare e stratificare un ritmo da danza caraibica, stacchetti da discomusic orchestrale, un coro magniloquente da musical di Broadway, roventi assoli di armonica blues e tribalismi voodoo. Anche i brani più palesemente commerciali hanno una loro dignità: il sintetizzatore di Charlotte Anne rifà il verso al flauto di un saltarello medievale e il "lento" di China Doll rivede in chiave creativa il "crooning" degli anni '50.
Album disunito e incostante, non trova nè il filo di un discorso nè l'illuminazione di una visione.

Sempre imprevedibile e incostante, Cope si concesse poi la pausa di una raccolta di folk acustico, Skellington (Zippo, 1989). Pochi mesi dopi uscì anche un suo album sperimentale, sotto falso nome, Droolian (MoFoCo, 1990).

La sua personalità irrequieta ed eternamente insoddisfatta raggiunse un temporaneo apice con il doppio Peggy Suicide (Island, 1991), una raccolta di canzoni di protesta, un concept ambizioso che funge un po' da reportage globale sui mali del secolo e da metafora per la decadenza fisica e morale del Pianeta.
Cope è determinato nei suoi "je accuse", ma non meno allucinato del solito: Pristeen lo immerge nei climi più fiabeschi dei Velvet Underground, con il piano elettrico che fa le veci della viola; Jim Morrison avrebbe potuto cantare la tenebrosa ballata organistica di Drive She Said; e non è chiaro quante dosi di eroina servirebbero per portare la nevrosi chitarristica di Neil Young ai livelli della lunga Safesurfer. Cope non ha neppure paura di omaggiare le sonorità di moda, dal "Mad-chester sound" (East Easy Rider), ma con un tenore desolato da bluesman, al boogie "retro'" dei Cult (Double Vegetation e Hanging Out And Hung Up On The Line), ma con il piglio epico di un Warren Zevon. Non manca neppure il brano da ballo, Beautiful Love, un incrocio fra country e calypso con tanto di fanfara di tromba. Finalmente coerente e robusto, questo disco consacra Cope nei panni di un cantastorie agitato e apocalittico.

A testimonianza dello stato di grazia attraversato dal musicista, Jehovahkill (Island, 1992) è un altro disco monumentale.
L'opera è anche troppo concettuale, gravata di simbolismi fino a sembrare un trattato medievale. L'umore apocalittico di Cope diventa grido allucinato di un profeta nel deserto, o semplicemente delirio di un demente nella sua cella di manicomio. Gli arrangiamenti delle canzoni sembrano quasi casuali, improvvisati sul momento, giusto per suonare qualcosa. Le armonie sono in effetti più free-form che razionali, più d'istinto che composte a tavolino. Soul Desert, Upwards At 45 Degrees, la lunga The Tower esprimono il metafisico confronto con il soprannaturale che è il destino di tutti i poeti simbolisti ma le loro strutture aprono il doppio delle porte che chiudono (vedi l'incalzante riff di hardrock suonato alla chitarra acustica sul primo, il grido che rimane quasi solitario per tre minuti sul secondo, il calderone di pathos del terzo).
Cope finisce per fare la parodia di se stesso quando intona nel registro epico di un tenore la cupa parabola di No Hard Shoulder To Cry On, accompagnata in modo quasi comico da sintetizzatore, chitarra ed effetti vocali; o quando in Akhenaten una visione fiabesca viene contrappuntata da una fanfara di sassofono e da elettronica dell'orrore; o quando gigioneggia nella filastrocca di Fa-Fa-Fa-Fine. Sembra prendere in giro la propria stessa depressione.
Le musiche alla fine sembrano contare poco o nulla. Poco conta che i due strumentali (Necropolis, a metà strada fra Who e Todd Rundgren; e The Subtle Energies Commission, jam incandescente alla Hawkwind) sperimentino sonorità più robuste; o che Poet Is Priest indovini una fusione spettacolare di Suicide, new age, soul e techno; il disco appartiene a vezzi come Julian H. Cope, un trascinante blues acustico degno del primo Taj Mahal. Il disco trabocca di idee che la mente "malata" di Cope riesce soltanto a pensare per pochi secondi, ma non a ghermire e plasmare in un linguaggio comprensibile. Fear Loves This Place, una ballata marziale degna del rock proletario americano che è l'unica canzone normale, sembra un sopravvissuto in mezzo alle rovine. Forse troppo indulgente per essere anche musicale, Jehovahkill è però abbastanza universale da essere comunque grande Arte.

Prolifico fino al delirio, Cope dà alle stampe la seconda parte di Skellington (Zippo, 1993), il suo flusso di coscienza e alter-ego musicale, e due album d'avanguardia psichedelica, Rite (Zippo, 1993), una raccolta di quattro lunghe suite di acidrock alla Amon Duul II (a cui farà seguito Rite 2 nel 1997, forse il suo tributo più esplicito al rock tedesco degli anni '70, contenente le quattro lunghe suite Var, Hill of Odin, D.c.o.m.p.o.s.e.r., The Ringed Hills of Var), e Queen Elizabeth (Echo, 1994), una collaborazione con Thighpaulsandra a cui farà seguito Elizabeth Vagina (Head Heritage, 1997).

Cope pubblica anche due libri dedicati ai complessi tedeschi che lo hanno influenzato.
Il suo atteggiamento sembra essere sempre più insofferente nei confronti dell'industria discografica, del pubblico, del mondo, della vita.

Autogeddon (American, 1994) è quantomeno schizofrenico: da un lato lo presenta nei panni del folksinger arrabbiato, logica continuazione delle esternazioni polemiche del disco precedente; ma dall'altro recupera ed esagera la sua passione per i grandi complessi tedeschi degli anni '70. Autogeddon Blues prende la forma ballad di Dylan e la porta all'esasperazione, finendo per strillare come un ossesso (un po' sullo stile di Patti Smith). I Gotta Walk ricorre alla forma della novelty per sfogare il suo sarcasmo. Madmax prende in prestito il baritono profetico di Cohen, Don't Call Me Mark Chapman il registro fiabesco di Donovan. Il bardo più lunatico dell'universo si cimenta persino nella miniopera in tre parti (blues dimesso, motivetto da musichall e hardrock psichedelico) di Paranormal In The West Country e si lascia invischiare negli undici minuti di jamming strumentale di s.t.a.r.c.a.r. Il disco completa la trilogia "ambientalista" di Peggy Suicide e Jehovahkill, ma fallisce sotto tutti i punti di vista.

Il Cope filosofo che si nasconde dietro le mille metamorfosi del Cope giullare balza in primo piano con 20 Mothers (Echo, 1995), un lavoro meno apocalittico e più "umano", sempre estroso e bizzarro, ma anche domestico e pubblico. Wheelbarrow Man è un inno degno dei Grateful Dead, mentre I Wandered Lonely As A Cloud è un'aria classicheggiante (contrappunti di violini e violoncello). Il talento melodico di Cope s'impenna soprattutto nel ritornello orecchiabile e nel chitarrismo incalzante di Try Try Try. Highway To The Sun fa le fusa alle armonie eccentriche della prima psichedelia dei Pink Floyd; Just Like Pooh Bear praticamente tracopia il synthpop dei Dead Or Alive; Road Of Dreams scodella persino un kitsch orchestrale, un incrocio fra la Yesterday dei Beatles e una serenata messicana; 1995 traspone il soul progressivo dei Traffic in Medioriente. Cope si congeda, appropriatamente, con il de profundis di When I Walk Through The Land Of Fear, con tanto di coro e organo a canne. E` uno spettacolare ritorno alla sua forma migliore, anche se forse 20 canzoni sono troppe per un balzano imprevedibile come lui.

Interpreter (Echo, 1996) mette a frutto gli esperimenti degli album sperimentali in dense atmosfere di tastiere elettroniche per canzoncine come Planetary Sit-In (la più orecchiabile), I've Got My TV and My Pills e Since I Lost My Head It's Awl-Right. Ma il resto del disco è ancora all'insegna della follia incontenibile di questo giullare del rock psichedelico, dalla medievale Maid Of Constant Sorrow alla futurista Cheap New-Age Fix, dal cabaret di The Loveboat all'operetta di Space Rock With Me.

Virtualmente inesauribile, Cope mette in moto valanghe di idee che straripano di spunti folk, soul, gospel, rhythm and blues. Chiuso nella sua impenetrabile torre d'avorio, stringendo al petto il suo bagaglio di fierezza, lo smisurato poeta canta le miserie del mondo esterno, impietosa voce narrante di questo romanzo senza storia che è l'avventura umana. Proprio nell'impadronirsi di ogni singolo genere della nostra civiltà musicale, Cope esprime il suo totale rifiuto di quelle tradizioni.

Eccentrico fino alla pazzia, Cope ha dalla sua una straordinaria facilità di "affabulazione" musicale, che rende piacevole e profonda qualunque sua canzone. Se non sempre è riuscito a sfruttare questo talento per trascenderlo, Cope è però riuscito nell'arco della sua movimentata carriera a ritagliarsi una nicchia di pessimismo romantico che, lungi dal collocarlo in ambito decadente, lo affratellano semmai a poeti come Leopardi, Keats e soprattutto Holderlin.


(Tradotto da Luca Cantoreggi, modificato da Stefano Iardella)

Sfortunatamente, sul finire del secolo Cope ha scoperto quanto fosse facile ed economico autoprodurre e distribuire i propri album, e ha cominciato a pubblicare varia musica di qualità inferiore.
Odin (1999), il suo album più sperimentale, è un’unica composizione di 73 minuti, Breath of Odin, nella quale un sinistro mantra si adagia sopra un paesaggio sonoro elettronico; dieci minuti sarebbero stati più che sufficienti.

Diversi album segnano una passione improvvisa per l’hard-rock vecchio stile e per il punk-rock: An Audience With Cope (2000), Ambiental Metal (2001) attribuito a L.M.A.F, che include due imbarazzanti jam, i 23 minuti di The Death of the Motherculture at Mona Mam Gymru e i 17 minuti di The Neolithic Goddess; e Love, Peace and Fuck (2001) dei Brain Donor, con i tredici minuti di Odin's Gift To His Mother.

Rite Now (2002) è la terza parte della tediosa saga Rite.
Rome Wasn’t Burned in a Day (2003) è la sua peggior raccolta di canzoni melodiche.

Il doppio (ma di soli 72 minuti) Citizen Cain'd (Lain, 2005) è sorprendentemente il suo album più coerente e, allo stesso tempo, in uno stile davvero inconsueto per lui: gli Stooges rappresentano la maggior influenza in canzoni come Hell Is Wicked (sostanzialmente un rimaneggiamento di I Wanna Be Your Dog) e Living In The Room They Found Saddam In, mentre le melodie più frivole come i dodici minuti di Feels Like A Crying Shame, Homeless Strangers and Stomping Dionysus, si situano al confine tra Neil Young e il primo Julian Cope (il duro cantastorie folk incontra l’esuberante arrangiatore melodrammatico).

Il finale enfatico di Edge Of Death mette assieme buone notizie (una ritrovata enfasi sul significato) e cattive notizie (la stessa tediosa auto-indulgenza degli esperimenti in forma libera). Questo album, nettamente superiore rispetto a quelli del nuovo secolo, ci mostra che 15 anni della carriera di Cope sono stati un completo fallimento: l’ultimo vero album è stato Peggy Suicide, che allora non sembrava così interessante ma che 15 anni dopo sembra una pietra miliare della sua discografia. Da un compositore del calibro di Cope ci si aspettava che Peggy Suicide fosse soltanto un lavoro di transizione, non il suo canto del cigno.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Dark Orgasm (2005) è un po' troppo irregolare, anche per i suoi standard, e si basa troppo sulla citazione dei suoi artisti preferiti del passato.

Il doppio disco You Gotta Problem With Me (2007) era un'altra raccolta tentacolare, ridondante e amatoriale che raramente offre musica interessante. I nove minuti di Doctor Know sembrano David Bowie alla guida degli Stooges in un bootleg sottoprodotto.

Black Sheep di Julian Cope ha debuttato con il doppio disco Black Sheep (2008), che era ancora attribuito soltanto a lui, e ufficialmente con il doppio disco Kiss My Sweet Apocalypse (Invada, 2009), una raccolta di lunghe jam di psichedelia tribale sciamanica marxista-agitprop.

Julian Cope ha continuato a inondare il mercato con doppi dischi di dubbio valore artistico come Psychedelic Revolution (Head Heritage, 2012) e il doppio disco Revolutionary Suicide (Head Heritage, 2013), contenente i sedici minuti di The Armenian Genocide, un cupo shuffle recitato, e gli undici minuti del canto indiano Destroy Religion, oltre a un mucchio di canzoni folk senza identità.

Drunken Songs (2017) è apparentemente un concept sull'alcolismo, che termina con i 19 minuti sconclusionati di On the Road to Tralee.

Skellington 3 (Head Heritage, 2018) era un'altra raccolta di terribili avanzi.

John Balance Enters Valhalla (Head Heritage, 2019) contiene due lunghi brani strumentali quasi orchestrali: il collage sonoro cacofonico di 14 minuti Positive Drug Test e i 15 minuti di ampollosa danza militare della title-track.
Nonostante i riempitivi, è stato il miglior album di Cope da un po' di tempo a quella parte.

Self Civil War (Head Heritage, 2020) è per lo più dedicato a canzoni normali, con l'eccezione di due lunghi pezzi. La recitazione teatrale su improvvisazioni sciolte di Requiem For A Dead Horse suona come un tributo sia al prog-rock degli anni '70 che a Jim Morrison dei Doors.
Il brano di chiusura, A Victory Dance, è solo uno scarabocchio musicale autoindulgente.

England Expectorates (2022) è una raccolta di canzoni politiche e invettive assortite (Cunts Can Fuck Off). Quello che era un hippy è infine diventato un vecchio scontroso.


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