- Dalla pagina sugli Electric Wizard di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Gli Electric Wizard, una band heavy metal formata nel 1993 in Gran Bretagna dal cantante e chitarrista Justin Oborn (1971), ex membro degli Eternal, si affermarono rapidamente come una delle band stoner più versatili ed eclettiche del decennio.
Electric Wizard (Rise Above 1995) fu una rivelazione: incubi super-heavy come Stone Magnet e Mourning Prayer (un po' troppo derivativi dei Black Sabbath), jam strumentali acid-rock come Mountains Of Mars, versioni stoner di jam melodiche Cream-iane come Devil's Bride e gli otto minuti di Black Butterfly. Lunghi monoliti di cupe meditazioni come i dieci minuti di Electric Wizards e la macinazione lenta dei nove minuti di Behemoth. La sacra triade dello stoner-rock (Black Sabbath, Blue Cheer e Hawkwind) era piegata a cerimonie blasfeme di totale nichilismo. Il risultato finale suona più vicino ai primi Swans che non all'heavy-metal.
Come My Fanatics (Rise Above, gennaio 1997), contenente sei lunghi pezzi, era ancora più potente (ancora più pesante, più noioso, più oscuro e più lento), un'ondata di suoni cupi. Mentre le canzoni del primo album si accontentavano di imitare i classici, Return Trip (10:03) riuscì a costruire un'atmosfera apocalittica attraverso la pura ripetizione con variazioni sempre più claustrofobiche, come se l'heavy metal avesse sposato il minimalismo di Steve Reich. Un elegante equilibrio di droni e riff (e canti) viene raggiunto in Doom-Mantia (8:49). Il suono della band si riversa nel territorio elettronico e astratto in due pezzi. Ivixor B/Phase Inducer (8:48) prende in prestito un'idea dai Sisters Of Mercy e si tuffa in un'atmosfera gotico-psichedelica di rumori sparsi. La strumentale Solarian 13 (8:00) suona come un loop di intricati pattern di chitarra su un ritmo costante visitato da astronavi intergalattiche.
Il singolo Chrono-naut (Man's Ruin, 1997) è una lunga suite che rimaneggia tutti i possibili stereotipi dello space-rock, dello stoner-rock e del doom-metal; Supercoven/Burnout (Bad Acid, 1998) offre un'altra mezz'ora di doom-metal psichedelico (questa volta un lavoro davvero originale).
Senza la minima concessione al mainstream, gli Electric Wizard tornarono con un album ancor più pesante e spaziale, Dopethrone (MUsic Cartel, 2000 - Rise Above, 2005), un puro sovraccarico di vibrazioni negative da cui eruttano nebulose malvagie di magma incandescente. Funeralopolis, di otto minuti, è fondamentalmente un blues sulla scia del primo album dei Led Zeppelin, molto più dinamico rispetto al loro lavoro precedente. Gli undici minuti di I The Witchfinder sono ancora più funebri, un lungo rituale di autoflagellazione. Gli undici minuti di Dopethrone erigono il muro di riff più intimidatorio, ma è anche il pezzo più prevedibile. I sedici minuti di Weird Tales consistono in sei minuti di riff insistenti seguiti da dieci minuti di droni distanziati. Lo spettro stilistico è più ampio del solito, spaziando dalla "vivace" Vinum Sabbati (una traccia minuscola per i loro standard, di soli tre minuti), a Barbarian, un canto agonizzante e moribondo su una melma massiccia e densa.
La band che ha inventato questa sorta di stoner rock barocco ha realizzato con
l'impeccabile Let Us Prey (Music Cartel, 2002) altre sei lente e
soffocanti litanie. Il loro tradizionale suono può essere riassunto nella
formula del bagno di sangue super-doom di A Chosen Few e nei nove minuti
di Master Of Alchemy, scultura sonora di suoni malvagi, profondi e
oscuri.
I formidabili dieci minuti di Priestess Of Mars aggiungono melodia a
voce e chitarra. Night Of The Shape è un esperimento fallito con un
piano tinitinnante e una galattica chitarra-synth.
We The Undead d'altro canto è un rock'n'roll mastodontico, insolito
per loro nella sua furia e tempi veloci, e soprattutto il feroce baccanale di
nove minuti di The Outsider va ben oltre i limiti del genere.
Justin Oborn ricostituisce gli Electric Wizard con Justin Greaves alla batteria,
Rob Al-Issa al basso e Liz Buckingham come seconda chitarra ma We Live (Rise
Above, 2004) adotta un formato doom non-sense che rinuncia per gran parte alle
innovazioni del precedente album.
Witchcult Today (Candlelight, 2007) vanta episodi più orecchiabili (Satanic Rites Of Drugula e Torquemada
71) e una Dunwich super-heavy ma poco altro.
Black Masses (Metal
Blade, 2010) contiene i nove minuti strumentali di Crypt Of Drugula e poco
altro di valido.
La band non è riuscita ad andare oltre i propri stereotipi, ma almeno i lunghi pezzi di Time to Die (2014) sono eseguiti con eleganza: Incense For The Damned (10:42), I Am Nothing (11:31), We Love The Dead (9:05) e Lucifer's Slaves (8:40).
Wizard Bloody Wizard (2017) è stato un tentativo di ritornare allo spirito di Dopethrone ma con risultati incerti (See You in Hell, Hear the Sirens Scream, gli undici minuti di Mourning of the Magicians).
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