- Dalla pagina su Enya di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Enya, o per meglio dire Enya Patricia Brennan (Gaoth Dobhair, 1961), in irlandese Eithne Pádraigín Ní Bhraonáin (membro della famiglia Clannad), creò un mix di melodie celtiche, ritmi esotici, elettronica neoclassica e sussurri angelici che avrebbero avuto un'enorme influenza, in particolare sulla musica new age (che, a sua volta, fu anche la sua principale fonte d'ispirazione).
Il suo debutto come solista, Enya (1987), mise in luce il suo talento nel comporre melodie orecchiabili e celestiali, impreziosindole con ogni sorta di crescendo e bridge, e aggiungendovi tempi da marcia. La simbiosi tra il suo tono infantile e gli arrangiamenti meticolosi, quasi orchestrali, di Nicky Ryan era magica. Watermark (1988) perfezionò l'idea, accrescendo le somiglianze delle melodie di Enya (ampiamente basate su filastrocche e ninne nanne) con madrigali, vespri e mottetti del Medioevo e del Rinascimento, aumentando al contempo la dose di ingredienti esotici. Invece di speculare sulla canticchiabilità delle melodie, Enya e Ryan conferirono loro una qualità lirica, austera, solenne ed eterea. Introdussero anche una tecnica puramente avanguardistica: portare la melodia a un punto morto, fino a farla diventare dei suoni astratti in un movimento lento e maestoso. La melodia poi scompare, ma solo per riapparire dopo lunghe pause di immacolata estasi. Il suono di Enya continuò a "svanire", raggiungendo una sorta di stato comatoso negli ancor più elaborati album Shepherd Moons (1991) e The Memory Of Trees (1995).
Ma il suo dono fondamentale restavano le melodie, come dimostra il sublime carillon di Only If (1997).
Bio:
La cantante irlandese Enya Brennan (o, più correttamente, Eithne Ni Bhraonain)
iniziò la sua carriera
musicale nel 1980 nei Clannad, un gruppo storico del revival Irlandese in
lingua Gaelica. Dopo due anni lasciò il gruppo per cimentarsi in composizioni
contrassegnate da un vocalismo tanto solenne e nobile quanto lirico ed etereo,
e da armonie sintetiche (ispirate alla musica classica) tanto austere quanto
maestose ed eteree, prossime a quelle meditative della new age.
Sul primo album, Enya (BBC, 1987), riedito come The Celts (WEA, 1992),
Enya coniò la tecnica che avrebbe fatto la sua fortuna:
utilizzare strumenti tradizionali
irlandesi, la chitarra elettrica, il sintetizzatore e il basso,
e soprattutto i vocalizzi sovrapposti in moltitudini di eco e contrappunti,
per evocare paesaggi magici e arcaici.
The Celts è il brano, tratto da una serie televisiva,
che la rese celebre in Irlanda.
In questi ritornelli infantili (il più esplicito è Fairy Tale,
ma anche Boadicea, canticchiata a labbra chiuse)
si sublima l'arte delle ninnananne, dei
girotondi e dei carillon, ma con il tono austero della musica classica.
La prossimità con il madrigale, il vespro e la song rinascimentali è
evidente in arie solenni come I Want Tomorrow, Triad,
To Go Beyond.
L'aspetto più originale e personale dell'arte di Enya nasce proprio
dal "rallentare" quei madrigali fino a farne suoni astratti in lento, maestoso
movimento. La qualità melodica, allora, si spappola e riaffiora soltanto
dopo lunghe pause di pura estasi.
Acquarelli meditativi come
Aldebaran (vocals fluttuati fra le nubi compongono melodie angeliche),
The Sun In The Stream
(con pianoforte e cornamuse in primo piano),
Portrait (una sonata per pianoforte con sezione d'archi sintetizzata),
propongono un intimismo soffuso
e sorridente che ha qualcosa di umile, rurale e francescano, in forte
contrasto con la musica rumorosa dei suoi tempi.
Enya compone tutte le musiche e suona tutti gli strumenti. Nell'arrangiamento
l'aiuta Nicky Ryan.
Watermark (WEA, 1988), ricco di ballate meticolose e intensamente cromatiche,
talvolta quasi sinfoniche, sempre epiche e impalpabili, rappresenta uno sforzo
più classico che pop. Enya intuisce che il suo folk astratto ha un appeal
molto superiore a quello del suo retroterra culturale. Architettando le sue
composizioni in maniera più orchestrale, accentuando la componente minimalista
delle armonie, rallentando ulteriormente i ritmi, protendendo in maniera ancor
più angelica le sue vocali sui suoni sofficissimi degli strumenti, Enya finisce
per abbracciare la filosofia (spirituale, contemplativa, adulta) della musica
new age, ma da una prospettiva al tempo stesso più metafisica (in quanto
colma di richiami al soprannaturale) e antropologica (in quanto straripante
di echi del passato).
Il disco sfoggia così romanze pianistiche come Watermark, che fungono da
ouverture a paesaggi fiabeschi, e inni solenni, d'intensità quasi religiosa,
come On Your Shore, cantati con tono lirico e austero nel suo limpido
registro di contralto medievale.
La lenta ninnananna estatica di Longships sfiora la trance buddista.
La qualità paradisiaca del suo sound trionfa nella marcia per percussioni
africane e solfeggi celestiali di Storms In Africa, un capolavoro di
progressione melodica che è esemplare di come Enya riesca a secernere il
massimo di emozione con il minimo dello sforzo armonico.
Il lato commerciale della sua operazione prende il sopravvento
nella cantilena in crescendo di Cursum Perficio, un saggio di applicazione
delle tecniche minimaliste ai canti gregoriani,
reminescente del coralismo di massa di Atom Heart Mother (Pink Floyd).
Ancor più spettacolare è il crescendo a ritmo di jungla di Orinoco Flow,
destinato a rimanere il suo brano più celebre. Il ritmo è battuto dalle
tastiere più che dalle percussioni. Il coro ripete, come sempre, un ritornello
semplicissimo, facendo un uso molto elementare del controcanto.
Il senso di progressione incalzante viene creato da rapide figure di pianoforte
e dal rombo dei tam tam. Quella di Enya è una musica pochissimo polifonica,
è un genere di canto che non conosce quasi il contrappunto. Eppure incanta.
Shepherd Moons (WEA, 1991) non ritrova del tutto quella magia, anche se
l'apertura celestiale della title-track, la sonata pianistica di Lothlorien,
il madrigale rinascimentale di Marble Halls (uno dei pochi traditional da lei
ripescati), l'inno medievale di Afer Ventus (un esperimento canoro
insolitamente complesso per lei) e la marcia trionfale di Ebudae
(una versione più etnica di Orinoco Flow)
riciclano i suoi trucchi di arrangiamento e la sua arte di aerei contrappunti.
Le sue arie conservano comunque un pathos profondo, talvolta solenni come
un'"Ave Maria", talaltra sottotono come una ninnananna per bambini.
Le orchestrazioni sono spesso classiche (compresi arpa, violoncello e
pianoforte).
Enya ritrova la forma migliore nel valzer di Caribbean Blue, una delle sue
composizioni più briose e uno degli apici melodici delle sue divine
filastrocche. L'orchestrazione è geniale: il contrabbasso tiene il tempo del
valzer, mentre gli strumenti a corda si scatenano in un
tintinnio che imita il clavicembalo baroccos e i violini incalzano come in
un concerto di Vivaldi. Le progressioni del canto, che fluttua in nuvole di
cori angelici, completano la suggestione.
Un'altra melodia brillante è quella di Book Of Days, una delle sue canzoni
più regolari, propulsa da imponenti scansioni di tastiere elettroniche alla
Vangelis.
Nel complesso un tono più angelico sfuma ulteriormente il cuore delle sue composizioni.
The Memory Of Trees (Warner Bros, 1995) odora ancor più di seconda mano.
The Memory Of Trees e Athair Ar Neamh, per quanto formalmente impeccabili,
non aggiungono davvero nulla, si limitano a rimescolare
tecniche già sfruttate diverse volte.
Troppi brani vivono soltanto di riflesso, di ricordi, di dejavu.
On My Way Home è l'ennesima revisione della progressione di Orinoco.
I vertici del disco sono invece le composizioni più insolite: la cantilena
ondeggiante di Anywhere Is (con un accompagnamento minimalista d'orchestra
d'archi che ricorda la musica da camera di Michael Nyman),
e la marcia funebre di Pax Deorum (un sortilegio cantato in tono macabro su
uno sfondo tempestoso di tamburi da tempio egizio e coro da tragedia greca)
aria soave China Roses che nuota in fulgori di clavicembalo e nebbie di
violini.
L'orchestra si fa da parte quando il suo contralto cristallino intona inni
purissimi come Once You Had Gold nello stile del madrigale rinascimentale
che è sempre stato una delle sue massime ispirazioni.
La delicata romanza pianistica From Where I Am svela forse un ambizione
nascosta, quella della compositrice di musica new age strumentale.
Il sodalizio fra Nicky Ryan e Enya giunge qui al suo apice barocco.
L'arrangiamento è perfetto, ma spesso non ci sono emozioni a giustificarlo.
I gorgheggi fluttuanti di Enya si situano al confine fra il folk più ancestrale e la musica da chiesa, esplorando così un territorio di registri poco frequentato nella storia della musica popolare.
Le sue filastrocche (memori di tradizioni secolari nel campo delle ninnananne, dei sortilegi, dei girotondi, delle lullaby) sembrano provenire da un altro universo, da un mondo magico e onirico in cui non valgono le leggi terrestri della gravità. Enya spesso canticchia sottotono, praticamente priva di emozioni. La melodia si ripete meccanicamente, come nel più rigoroso minimalismo. Eppure da tanta semplicità Enya riesce a esumare le spoglia di qualcosa di ancestrale e di profondamente "umano", qualcosa che sa di cerimoniali arcaici e di emozioni primordiali, di qualcosa radicato nella psiche collettiva della razza umana. Enya ha riscoperto la musica così com'era prima di essere "inventata" dai musicisti: un puro atto espressivo, un puro suono astratto, prima ancora del pensiero e della parola.
Paint The Sky With Stars (1997) è un'ottima antologia, che propone anche due nuovi brani: Paint The Sky With Stars, un inno radioso che si colloca fra le sue più accattivanti song rinascimentali, e Only If, un carillon ripetuto su un incalzante contrappunto di orchestra barocca (clavicambalo e violini), che rimarrà forse il suo massimo capolavoro.
A Day Without Rain (Reprise, 2000) è un album su come Enya compone musica. Ci sono arrangiamenti elettroclassici sofisticati e maniacali e ha la sua voce morbida, ipnotizzante e acrobatica.
Sfortunatamente, non ha musica adatta al mezzo.
Il singolo, Only Time, si limita a riciclare una manciata di stereotipi sonori della sua carriera.
Oltre a presentare tre brani cantati nella lingua da lei stessa inventata (“Loxian”), Amarantine (2005) e Dark Sky Island (2015) avevano poco che li distinguesse dalla semplice carta da parati.
Nel 2011, all'età di 50 anni, Enya aveva già venduto oltre 75 milioni di dischi.
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