- Dalla pagina sui Alastair Galbraith di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Il musicista neozelandese Alastair Galbraith (Dunedin, 1965) è uno dei cantautori più eccentrici del globo.
Le sue canzoni sono spesso brevissime, arrangiate soltanto con un rumore di fondo, affidate a una melodia sussurrata in maniera svagata, e, ciò nonostante, eseguite con la concentrazione e la maestosità di un cerimoniale religioso.

Galbraith iniziò, ancora quindicenne, nei Rip, dei quali uscirono due EP, A Timeless Piece (Flying Nun, 1985) e, postumo, Stormed Port (1986).
Quest'ultimo è il suo primo vero disco: Wrecked We Hymn inaugura la sua passione per la musica antica e Starless Road è il primo esperimento di arrangiamento.
Ma Galbraith si prese davvero sul serio quando il cantante Robert Scott lo chiamò a suonare il violino nei Bats.

Il singolo Timebomb (Xpressway), condiviso con Graeme Jefferies e pubblicato soltanto tre anni dopo la registrazione, inaugurò invece la sua carriera solista, anche se per qualche anno essa si svolse interamente nell'anonimato. La cassetta Hurry On Down (Xpressway, 1988) passò infatti inosservata, mentre destava sensazione il progetto varato dall'EP Plagal Grind (Xpressway, 1989), con David Mitchell dei 3D's alla chitarra e Peter Jefferies alla batteria (progetto a cui Galbraith diede una gemma come Marquesite Lace).
Le canzoni di Galbraith, Yes Jazz Cactus, Marquesite Lace, Receivership, si avvalgono qui di un arrangiamento quasi onirico.

Seely Girn (Feel Good All Over, 1993) fece un riassunto (più di venti canzoni) di questi complicati esordi.

La fama arrivò poco alla volta, attraverso l'EP Gaudylight (Siltbreeze, 1991) e l'album Morse (Siltbreeze, 1992 - Trance Syndicate, 1996), poi raccolti in Morse/ Gaudylight (Emperor Jones, 1996 - Table Of The Elements/ 2006), raccolte di brevi canzoni che lo presentarono come il Syd Barrett della New Zealand.

Raining Here e Stalemate, altri due piccoli capolavori, figurano invece sull'EP Cluster (Raffmond, 1994), mentre l'EP Intro Version (Roof Bolt, 1994) contiene collage sperimentali. Questi brani confermano la sua posizione a metà strada fra il Syd Barrett più psichedelico e il Tom Waits più notturno.

A Handful Of Dust è il progetto varato assieme a Bruce Russell dei Dead C.

A stabilirne la grandezza fu soprattutto l'album Talisman (Next Best Way, 1994 - Table Of The Elements, 2006), disco di appena 36 minuti ma contenente ben venti pezzi, fra cui Yuhahi, Coast Road, Mrs Meggary e Black Flame.
Si tratta di un lavoro sofisticato che spazia dalla psichedelia all'ambientale, dalla world-music all'atonalità. Queste miniature ben rappresentano la sua arte ispirata al folk ancestrale e al rock psichedelico.
Il suo stile laconico viene paragonato all'haiku giapponese e al teatro dell'assurdo.

Altri esercizi del suo conciso minimalismo si trovano sull'EP Tae Keening (Roof Bolt, 1996), in particolare Navaho e Flickering Birds, e sull'EP Rivulets (Camera Obscura, 1997), che è in pratica una raccolta di esperimenti sul suono (in particolare il drone "tibetano" di Rivulets e il rumore subliminale di Star).

Galbraith continua a sperimentare nel singolo Hey Gus/ Leave It (Trance Syndicate, 1998), in coppia con l'australiano Pip Proud.

Mirrorwork (Trance Syndicate, 1998), originariamente intitolato Way Back Out (Next Best Way), celebra la raggiunta maturità con un'antologia di 24 brani.
Nello strumentale Doublet la melodia viene decostruita in maniera cubista, trasformandola in un flusso percussivo di sapore orientale. Sob ricorda il folk minimalista della Penguin Cafè Orchestra. Nella distorsione di For Free sembra di udire echi di cornamuse scozzesi, in quella di Moth un raga.
Le chitarre scimmiottano le cornamuse e i tamburi delle bande scozzese in Ember, e Galbraith canta nel tono angelico di Syd Barrett. Tracce di Syd Barrett affiorano anche nella ballata sonnolenta di This Hard. Frostfish è soltanto recitata su uno sfondo di dissonanze chitarristiche.
Galbraith si ispira alle leggiadre melodie e ai delicati accompagnamenti dei madrigali rinascimentali in Ludd, Blue Room, Thoar e Raining Here, ballate quasi fiabesche nel loro computo incanto.

Matt De Gennaro è un musicista d'avanguardia che esegue musica per corde di pianoforte. Il suono della corda è determinato dall'ambiente in cui viene suonato, per cui due performance in due posti diversi non possono mai essere uguali.

Wire Music (Corpus Hermeticum, 1999) è il risultato della collaborazione fra le corde di De Gennaro e il violino di Galbrait. I loro strati di droni ricordano la qualità ipnotica del didjeridoo.


(Tradotto da Walter Consonni)

Cry (Emperor Jones, 2000) potrebbe essere il lavoro più folle di Alastair Galbraith. Il pazzo della musica psichedelica mette insieme canzoni per un altro universo. Un suono che si conforma ad una logica diversa. Lievi rumori prendono il posto del silenzio a rappresentare lo stato naturale delle cose. È un paesaggio mentale in cui turbanti visioni di decadimento dello spirito sono mediate da nevrosi prive di senso. In Bellbird Galbraith parla su droni d'organo e stridii metallici. Una macchina parte martellando ed il violino stride come il sitar inun raga. Galbraith sta ancora parlando, sommessamente, quando il rumore si quieta. In Full Soup Head Galbraith parla sopra rumorose oscillazioni elettroniche, boati simili a quelli di un aeroplano e forti risonanze. Una delicata melodia risuona su un arco lacerato. In Forest Flower Galbraith parla sopra flauti pastorali e suoni della natura. Galbraith impersona un elfo nel suo mondo immaginario che si allontana a velocità cosmica.
La sua maniera di comportarsi dimessa nasconde un laboratorio di bizzarresperimentazioni, dal violino a mo' di sega di Meatwork alla distorta melodia di Wish (dove il violino "canta" in modo simile alla viola di John Cale nei Velvet Underground). Il tour de force di Koterana è un prolungato rituale di autoflagellazione sonora che raggiunge un'intensità mistica.
Per lo più strumentale, Cry "è" il grido di una creatura che ha visto qualcosa che non può essere tradotto in parole. Al di là del dolore, c'è Cry.


(Tradotto da Paolo Latini)

Long Wires in Dark Museums (Emperor Jones, 2002), una collaborazione con il compositore d'avanguardia Matt DeGennaro, contiene solo tre tracce, ognuna registrata dal vivo nel buoi più completo. Ciascun pezzo è un duetto. DeGennaro suona (o meglio, agita) cavi tesi lungo la staza. Galbraith suona la chitarra in Autahi, il violino su Rehua e altri cavi su Antares. Protagoniste sono le aspre vibrazioni dei cavi. Questa p un'idea interessante, ma si fa noiosa dopo un po'. Il violino di Galbraith aggiunge qualche contrappunto al secondo pezzo, ma decisamente pochi per renderlo interessante. Il terzo pezzo si arrangia meglio, dopo tutto, perché almeno è focalizzato sui soli cavi. I loro droni hanno la stessa sinistra qualità della musica stazionaria di LaMonte Young.

Radiant (Emperor Jones, 2003), una collaborazione col batterista Constantine Karlis, contiene due sole tracce. Radiant (31 minuti) sembra essere più cose contemporaneamente: un solo esteso della viola psichedelica di  John Cale nei Velvet Underground; un'improvvisazione di sitar in un raga indiano; una variazione di Jimi Hendrix sunun tema folk; una coppia di improvvisatori jazz di Chicago. Il flusso di emozioni è vibrante e imponente. La più breve Four Orbits è più sfocata e sembra voler esplorare territori più tecnici.


(Tradotto da Stefano Iardella)

From The Dark (Xeric, 2006) continua l'esperimento alla Ellen Fullman con Matt De Gennaro e lunghi fili metallici.

Belsayer (Time-Lag, 2006) è il prodotto di una collaborazione a lunga distanza tra Alastair Galbraith, Richard Youngs e Alex Neilson che produce alcuni languidi raga ronzanti, in particolare Coral e Firelore.

Orb (Nextbestway, 2007) riporta Galbraith alla sua musica folk sperimentale lo-fi con ritornelli orecchiabili (Head Down), strumenti fatti a mano o distorti (Bird Ghost Viola, Short Dream for Fire Organ) e rumore elettronico (Here Not There).
L'unico inconveniente è che i 19 pezzi sono molto brevi e, in definitiva, inconcludenti. Ma forse era proprio questo il punto.

Mass (Siltbreeze, 2010) di Galbraith suonava un po' troppo casual, le sue brevi canzoni assomigliavano più ad astrazioni che a veri e propri artefatti.


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