- Dalla pagina sui Ghost di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
I Ghost, guidati dal chitarrista e cantante Masaki Batoh (Kyoto, 1966), fondevano la musica folk giapponese e la musica ambient in Ghost (1991). L'orchestrazione surreale e gli effetti "spettrali" di Lama Rabi Rabi (1996) ne aumentavano il quoziente gotico, mentre la traccia che dà il titolo all'album in quattro parti v (2004) è stata il coronamento formale di un gruppo di musicisti jazz-rock visionari, altrettanto abili nella scrittura di canzoni pop e nell'avanguardia più bizzarra.
Bio:
I Ghost sono stati fondati nel 1987 dal chitarrista e cantante Masaki Batoh,
animatore di una vasta comune creativa, e annoverano
i polistrumentisti Taishi Takizawa (chitarre, archi e fiati) e Kazuo Ogino
(cornamuse, archi e fiati). Il loro sound nasce all'incrocio fra diverse
scuole, principalmente quella psichedelica, quella teutonica e quella
progressiva.
Ghost (PSF, 1991) fece scalpore per il modo in cui riusciva a fondere folk giapponese e musica ambientale, un po' sulla falsariga della Third Ear Band. La trilogia "tibetana" di Moungod, la visione alla Pink Floyd di I've Been Flying e la folle percussività di Sun Is Tangging disegnavano comunque un confine enorme.
Second Time Around (PSF, 1992) è meno psichedelico fi quanto
sia progressive e folk. Il maestoso seromone Nick Cave-iano di Second Time
Around si impone come migliore canzone; l'ambientazione onirica e indiana
di Forthcoming From The Inside cresce in una galoppante raga slavo, frustato
da un canto più enfatico.
Allo stesso tempo, il preludio celtico di People Get Freedom e l'elegante
danza medievale di Higher Order segnano una regressione ad un sound più
pastorale. A Day Of The Stoned Sky In The Union Zoo e Orange Sunshine
uniscono i toni mistici/lisergici di Jefferson
Airplane e di It's A Beautiful Day in,
rispettivamente, una messa per flauto e pianoforte e un quieto inno.
Questo album di transizione fotografa i Ghost mentre il progetto sta evolvendo
dal formato canzone a un formato più astratto e sciolto.
L 'album Temple Stone (PSF, 1994) corona l'ascesa del gruppo con esibizioni dal vivo in una chiesa cristiana e un tempio buddista.
Il confine fra gotico e ambientale si fa sempre più sfumato, e così quello
fra folk ed elettronica. I Giapponesi Ghost si ispirano alla scuola della
Projekt (Lycia, Black Tape For A Blue Girl, Love Spirals Downward, etc) ma si
spingono molto più avanti nel campo degli arrangiamenti.
Pochi i precedenti
per gli abbozzi di quadretti esotici di Lama Rabi Rabi (Drag City, 1996),
per quegli strascichi di rumori
ambientali, per questi funambolici balletti astratti.
La lenta e ipnotica trance di Masttillah è intessuta da otto minuti di giochi
di prestigio mediorientali (percussioni, flauti, cornamuse).
Quel misto di fanfara tribale e di sabba corale di Rabirabi rimescola
intuizioni di Magma, Gong e Popol Vuh. Il florilegio tzigano di Marrakesh
esplode in un bailamme di chitarre e percussioni e sconfina in una melodia
onirica alla Light My Fire.
Le melodie sono leziose fino alla nausea, ma sempre immerse in atmosfere
allucinate, super-lisergiche. Quella di Summer's Ashen Fable fa venire in
mente i primi Grateful Dead. Quella sterminata di Agate Scape caracolla a
ritmo country fino a perdersi dentro un buco nero di cacofonie in vertiginoso
crescendo.
Da un altro squarcio di tempo sbocciano la ballata acustica di Into The Alley,
il saltarello medievale di Who Found A Lost Rose e la litania africana di
Abyssinia, sempre perturbati da spunti etnici ed elettronici.
Batoh ha anche pubblicato due EP solisti, A Ghost From The Darkened Sea (New Sound, 1996), bizzarro tributo al folk psichedelico, e Kikaokubeshi (New Sound, 1996), opera d'avanguardia, che sono stati raccolti su Collected Works 1995-1996 (Now Sounds, 1997 - Drag City, 2004).
Nel 1999 escono simultaneamente due album dei Ghost, Snuff Box Immanence e Turn In Turn On Free Tibet.
Snuff Box Immanence (Drag City, 1999) li presenta in vesti completamente diverse: quelle di giullari folk. Batoh ha composto una decina di ballate acustiche che gli altri hanno arrangiato con dovizia di strumenti (clavicembalo, tromba, trombone, marimba, vibrafono, arpa celtica, liuto, flauto, banjo, campane tubolari e tastiere). Il risultato è il folk medievaleggiante di Regenesis, Soma e Sad Shakers, un curioso ibrido di Jethro Tull e Donovan. Ma il disco pullula di bizzarrie, come il kitsch di Live With Me, ibrido di musica caraibica e di pop psichedelico. Pochi i brani ambiziosi: lo strumentale Daggma fonde musica da camera occidentale e orientale all'insegna di cicli percussivi in stile minimalista; e la title-track è un pastiche psichedelico, tanto stralunato quanto le ballate di Syd Barrett e tanto sporco quanto i blues di Captain Beefheart. L'album, sconcertante, segna un improvviso arretramento.
Turn In Turn On Free Tibet (Drag City, 1999) modera gli arrangiamenti,
ma introduce l'elemento propagandistico. Le ballate non si discostano molto
dallo stile folk del disco precedente (salvo essere molto più spartane), ma
il piglio è decisamente più
politico, come dimostrano l'aria eroica di Comin' Home e il tempo
marziale di Change The World.
Il flauto di Kazuo Ogino, il vibrafono di Setsuko Furuya e il violoncello
di Hiromichi Sakamoto sono comunque maturati attraverso l'orgia del disco
precedente.
La title-track è una suite di oltre mezz'ora, e sembra appartenere a un
altro gruppo, forse ai Popol Vuh di Hosianna Mantra. La melodia slitta
continuamente, il ritmo è appena abbozzato, gli strumenti improvvisano
contrappunti tanto sconnessi quanto sensuali. Dalle volute iniziali
(arpeggi delicati di chitarra, gorgheggi di soprano,
accordi celestiali di vibrafono) si passa a una suspence metafisica
dominata dalle tastiere elettroniche e dalle percussioni. Poi
violoncello e vibrafono imbastiscono un pezzo da camera che viene divorato
da droni sempre più stridenti e assordanti. La musica scompare in una
nebulosa di rumori, che poco alla volta acquista le sembianze di un
bombardamento. Dopo un'epopea di trenta minuti, Batoh ritrova il bandolo
della matassa e lancia il suo accorato messaggio politico.
With Ghost (Subpop, 2000), è una collaborazione con Damon And Naomi.
I Ghost rendono onore al proprio nome con Hypnotic Underworld (Drag
City, 2004), in particolare con la title-track, una suite di 23 minuti in quattro
parti. Il primo movimento di tredici minuti, God Took A Picture Of His Illness
On This Ground, comincia con dissonanze metalliche (le tastiere risonanti
di Kazuo Ogino e la chitarra "spaziale" di Michio Kurihara) che creano
un immaginario sonoro spettrale. Il languido lamento, anemico e disorientante,
di sassofono (Taishi Takizawa), contrappuntato da linee di basso egualmente
scoraggianti (Takuyuki Moriya), sorge da uno sparuto caos di percussioni (Junzo
Tatetwa), con reminiscenze di Art Ensemble of Chicago. La jam lentamente ascende
verso un sofisticato intreccio di strumenti dissonanti che suonano smorzati
(per ultimo ma non ultimo, Masaki Batoh alla chitarra acustica).Sassofono, tastiere
e chitarra ripetono il gioco in Escaped And Lost Down In Medina, ma la
musica è meno vitale (con un tempo regolare) e diretta da motivi melodici.
Se il primo movimento era pura disintegrazione di un messaggio, il secondo movimento è un'assemblea spirituale di sentimenti intensi. Le tastiere continuano
ad emettere improvvise vampate di note sporche, la chitarra continua a dronare
nel cielo, ma la rumorosa e vorticosa preghiera intonata dal sassofono guida
ogni cosa in un movimentato crescendo. Rock'n'roll finalmente erutta da Aramaic
Barbarous Dawn, introdotta da riffs maniacali e tastiere cosmiche, e quindi
lanciata nell'infinito da un coro medievale. Questa è anche la prima
canzone, con la voce di Batoh che tratteggia uno scenario surreale, un incrocio
tra Salvador Dalì e i King Crimson. La suite termina con uno strano finale,
Leave The World, ossia appena venti secondi di drumming iper-veloce.
Gangagmanag (dieci minuti) è un'altra suite in più movimenti:
una delicata danza strumentale guidata da un flauto jazzy e da un organo minimalista,
puntellata da spettrali apparizioni degli altri strumenti; un'improvvisa mutazione
in una foresta di bamboo; una coda di pianoforte e batteria in un ambiente psichedelico.
Il resto dell'album non si avvicina nemmeno all'estasi della monolitica title-track,
ma comporrebbe comunque un album significativo, data la qualità media
delle altre band di psych-pop: Hazy Paradise è una languida ballata
nello stile dei primi Pink Floyd, impreziosita da un harpsichord e da mellotron
King Crimson-iano; Feed è un'altra languida ballata, ma stavolta
nel registro melodrammatico di David Bowie; Poper inizia come piece da
camera, calma e tenue, dai toni pastorali e medievali, suonata con violoncello
flauto e cetra, e poi improvvisamente esplode in un furioso boogie hard-rock
à la Jethro Tull; Holy High è un saltarello frenetico e
sincopato che unisce stile medievale e nevrosi moderne con una narrazione folk-rock;
Kiseichukan Nite è una piece spoken-word con accompagnamento di
strumenti tradizionali giapponesi; e l'album si chiude con il mantra/osanna
di Dominoes - Celebration For The Gray Days, recitata continuamente in
una trionfale processione di ripetizioni minimaliste di melodie per organo chiesastico.
La title-track è, sotto molti aspetti, l'equivalente del sesto album
dei Soft Machine, la sommità formale raggiunta da un gruppo di visionari
musicisti di jazz-rock. Il resto dell'album è, da par suo, il loro A
Saucerful of Secrets, equalizzato e adattato al cantautorato pop e alle
bizzarrie dell'avanguardia.
Hiromichi Sakamoto ha pubblicato l'album solista Zero-shiki (1999).
Il chitarrista dei Ghost, Michio Kurihara, ha pubblicato gli album solisti Sunset Notes (Pedal, 2005) e Rainbow (2006).
Sfortunatamente, In Stormy Nights (Drag City, 2007) virò verso litanie folk-psichedeliche alla moda (Motherly Bluster e i dieci minuti di Grisalle).
I Ghost, mai noti per la prevedibilità, sembravano determinati ad abbandonare la gloria di Hypnotic Underworld per un programma molto meno ambizioso. A salvare l'album dalla banalità sono il roboante noisefest di Water Door Yellow, l'invocazione marziale di Gareki No Toshi, di otto minuti guidata dai timpani (uno dei loro momenti più aggressivi mai registrati), e il collage di 28 minuti di Hemicycling Anthelion, costruito in studio da Batoh assemblando frammenti di performance dal vivo, che funzionano come un riassunto dei successi passati dei Ghost.
Rainbow (Pedal, 2006) è una collaborazione tra il chitarrista Michio Kurihara dei Ghost e Boris.
L'album solista di Michio Kuriharam, Sunset Notes (Pedal, 2005 - Ba Da Bing!, 2007) è stato un esperimento di "frippertronics" atmosferico.
Espvall and Batoh (Drag City, 2008) è stata una collaborazione tra la violoncellista e cantante svedese Helena Espvall degli Espers e Masaki Batoh dei Ghost. Ahimè, gli Espers sono l'influenza principale sulle ballate folk erratiche e tortuose (tre cover) e sulle jam (in particolare Kyklopes).
Tuttavia la collaborazione migliorò su Overloaded Ark (Drag City, 2009). Il feroce saltarello medievale di Little Blue Dragon è l'antipasto per gli undici minuti di baccanale di Overloaded Ark, che termina in un crescendo diabolico. I dodici minuti di Until Tomorrow sono più astratti e dilatati, un volo psichedelico con voci distanti e rifratte che sorvolano un tenero arazzo di chitarra e violoncello. Le radici neoclassiche e folk di Espvall permeano i dieci minuti di Over The Luminesce Land, sebbene la "traduzione" di Batoh sia tutto un ronzio massiccio e una dissonanza caotica. Sham No Umi è una rielaborazione di una canzone da A Ghost From The Darkened Sea (1995) di Masaki Batoh. C'è un enorme divario di qualità tra le canzoni (piuttosto banali) e le parti strumentali (astutamente sperimentali), e tra i pezzi più brevi (per lo più ridondanti) e i tre pezzi più lunghi (tre picchi della carriera di Batoh).
Brain Pulse Music (2012) di Batoh utilizzava le onde cerebrali come fonti sonore (accanto ai tradizionali strumenti acustici giapponesi e alle percussioni, ai canti e al theremin) ed era inteso come un requiem per le vittime del drammatico terremoto e dello tsunami del 2011.
- Torna alla pagina sui Ghost di Piero Scaruffi -