Marlene Kuntz
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(Franci: il numero dei brani significativi sul numero dei brani dell’album
Scaruffi: voto in decimi)


Catartica (Polygram, 1994) dodici su quattordici , 6/10
Il vile (Polygram, 1996) dieci su undici, 6.5/10
Come di sdegno (Polygram, 1998) quattro su sei , 6/10 (mini)
Ho ucciso paranoia (Polygram, 1999) dodici su tredici, 5/10
Spore(Polygram, 1999), 6/10
Che cosa vedi (Virgin, 2000) undici su tredici, 5.5/10
Cometa (Virgin, 2001) quattro su otto , 5/10 (mini)
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Marlene Kuntz are an Italian quartet (Cristiano Godano on vocals, Riccardo Tesio on guitar, Luca Bergia on drums, Dan Solo on bass) whose existential noise-rock sounded like a synthesis of European and American moods. They embodied the zeitgeist of their age in the convoluted, angular, discordant ballads of Catartica (1994) and the angst-filled Il Vile (1996), an even more cerebral and claustrophobic work.

The mini-album Come di sdegno (Ep, 1998) contains the colossal jam La Vampa delle Impressioni, which somehow stopped and reversed the progression towards a darker and harsher sound.

Ho Ucciso Paranoia (1999) steered towards a more accessible sound and a lighter mood, somehow reminiscent of semi-Italian noise-pop stalwarts Blonde Redhead. Nonetheless, the band released a complementary album, Spore (1999), of improvised post-industrial instrumental soundscapes. Che Cosa Vedi (2000) continued the trend towards more conventional post-punk power-ballads, and Senza Peso (2003) sounded derivative of other bands (Blonde Redhead, Girls Vs Boys), despite a new (16-minute long) instrumental Spora. Bianco Sporco (Virgin, 2005) was even less ambitious and included more mainstream songs.

(Scheda di Tommaso Franci)

La musica dei Marlene Kuntz da Cuneo è un diagramma cartesiano fatto a tavolino le cui ascisse sono i Sonic Youth e la ordinate Nick Cave. Digià questa scelta programmatica (non tanto di modelli quanto di vere e proprie miniere sonore di cui servirsi di sana pianta e senza intermediazione) non può lasciare dubbi sull’ottimo (e raffinato) risultato. Per giungere tuttavia alla dichiarazione di predominio soggetto del diagramma, i Marlene Kuntz passano (e in questo passare c’è un continuo ri-tornare e ri-affacciarsi) da altre garanzie di qualità musicale (e profondità esistenziale = anti-pop) come Einsturzende Neubauden, Metallica, Blonde Redhead, Gun Club, Public Enemy, Birthday Party, Mission of Burma, Husker du, Faith No More, Dinosaur Jr, Killing Joke, Swans, Mudhoney. Anni 80, zero 70, meno 60. La forma di una canzone dei Marlene Kuntz è, né più né meno, quella di una canzone dei Sonic Youth: i Marlene Kuntz hanno tante (e quelle) "forme-canzone" quante (e quali) ne hanno i Sonic Youth. Il messaggio finale di un testo di Cristiano Godano è quello di uno di Nick Cave. E se Nick Cave è uno dei pochi "rocker" i cui testi meritano una lettura, questo vale (in misura anche maggiore) per Godano, seguace di Vladimir Nabokov e John Keats. I Marlene Kuntz del 1989 avevano una chitarra sofisticata e potente (bellissima, sempre: al di là, e fregandosene, delle effettive qualità tecniche) come quella di Riccardo Tesio (= Thurston Moore), una batteria jazz/metal come quella di Riccardo Tesio, un basso alla Maroccolo come quello di Gianluca Viano e, infine, un punto interrogativo: Cristiano Godano, l’ultimo arrivato, quello che scriveva i testi delle canzoni del gruppo, chitarrista (stile: alter ego "pubblico"="amplificato" di Riccardo Tesio) con attitudini microfoniche, per ora occultate da un cantante, Alex. Dopo qualche anno il punto interrogativo sarà scancellato dalla perfetta (=maledetta, amorosa, stonata, tenue, grunge, unica, anti-sanremese) gola (GOLA) di Godano. Una voce fioca/alta calda/bassa con un’escursione simile a Marilyn Manson. La poetica di Godano è antistorica: egli avrebbe detto le cose che dice in qualsiasi tempo fosse vissuto; le cose che dice (il piacere dello stare male che gli consente di vivere) valgono (vere o false) indefinitamente. Perché la sua è una poesia anti-sociale. Elitaria. Quando riesce, tale da immunizzarsi anche dagli sporchi effluvi di una folla di scioperanti, mercanti o tifosi. A-sociale = esistenziale; e, siccome l’esistenziale è informe, il plasmare di Godano ha come fisso e costante punto di riferimento l’amore: amore non coniugale, non carnale: con la lettera grande: Cupido, quando scade nell’eccesso (come gli stilnovisti del valore dell’amare in quanto amare), situazionale quando dà il proprio meglio; e situazionale qui significa la tragica e congenita necessità di avere, con una donna (tutta aurea nulla volto o corpo) un incontro, un interesse, una relazione a livello di scambio di esistenze, per sentirsi sentendo-la (salvo poi, immancabilmente, veder negato questo sentirsi in quanto l’altra sfugge o svanisce e non consente di sentirla = ritorno al nichilismo). L’importante (per vivere) comunque è avere la possibilità di questo approdo, di questa passante, direbbe Baudelaire. Il mondo di Godano è fatto di passanti: questo è ciò che vede e tenta di riflettere il suo occhio, fisso e speranzoso nella venuta di una prossima presenza. Gli altri componenti del gruppo tacciono e cercano, con le loro forze, di tenere le palpebre aperte a questo occhio.

Catartica (Polygram, 1994).

L’ex bassista e quarto di anima Litfiba, Gianni Maroccolo, impegnato nel suo progetto C.S.I., non ha perso lo smalto e la lucidità dei fruttuosi anni ’80: Maroccolo non fa nulla ai Marlene Kuntz: offre solo loro i mezzi materiali per poter diffondere i propri suoni (e con questi poter, anche economicamente, vivere). I Marlene Kuntz, con il distacco che li contraddistingue, sono lontani da tutto: e quindi anche da Maroccolo: rimane la curiosità dei sapere come un muto e un cieco possano essersi parlati. La possibilità c’è stata (e si ripeterà costantemente), confezionando nel ’94 il primo capitolo del libro capolavori. Il produttore artistico è Marco Lega. Se Catartica oggi appare acerbo significa che siamo troppo maturi (o trapassati) noi. M.K., si può solo erroneamente considerare un intro o, peggio, un’autocelebrazione: è un vero ed indipendente inno che rappresenta due cose: 1. il migliore (a parimerito con ciò di cui fra breve daremo notizia) brano e dell’album presente e dei Marlene; 2. il modo in cui i Kuntz cambiano (quando cambiano) il tessuto sonico dei Sonic Youth: i Marlene Kuntz danno ciò che i Sonuc Youth non sono mai riusciti o non hanno mai voluto dare: il pestaggio, la deflagrazione metallica non attenuata da alcun arpeggio o volo pindarico. I Marlene Kuntz esasperano gli stilemi Sonic Youth, risultando più violenti e diretti (catartici appunto). La differenza di competenza tecnica, artistica, elaborativa tra i padri e i figli non necessita una evidenziazione: tuttavia, se vogliamo essere attaccati alla "fine", possiamo dire che i Marlene Kuntz sono "migliori" dei Sonic Youth in quanto offrono una conclusione (e quindi un messaggio/i) chiarificatore ed evidente. Non si perdono, quando (rifuggendo da gratificanti urla) i Sonic Youth indugiano nell’epopea (fino a che punto speculazione e fino a che punto fine a se stesso e/o scusa …) della perdizione noise. I Marlene Kuntz hanno una catartico in più (dato loro da una maggiore semplicità), quando i Sonic Youth, alla lunga, finiscono per innervosire. Siamo, ovviamente, in mezzo a due "preziosità", per le quali, ovviamente, può sempre sembrare "stonata" o "ingiusta" una critica. Festa mesta è "la" canzone. Non teme confronti con alcuna canzone rock. Se ne possono trovare di pari livello, ma non di superiore. Fa parte del "filone assoluto" di Overkill, Anarchy in U.K., Touch me I’m sick, Smells like teen spirit, El diablo. Perfetta, violentissima, bastante a se, solo concetto, senza storia o tempo o compromesso, totale. È un’offesa, una bestemmia, all’unico dio di Godano: la donna, la donna-visione con la quale si vorrebbe instaurare un rapporto-dialogo di trascendentalità. Senza in nulla smentire quanto appena detto è doverosa una precisazione. La versione di questo "supremo" contenuta in Catartica non è la versione "usuale" e classica del pezzo: o meglio, lo in tutto tranne che nella voce di Godano. Qui (e il motivo potrebbe essere che, sciaguratamente, i Marlene non ci avevano ancora pensato) la voce non irrompe: non inizia già esplosione e devastazione. Sta in un imbarazzante sottotono serafico. Dal vivo e in ogni altra occasione il gruppo (fortunatamente) adotterà sempre e soltanto l’ "edizione" con la voce-urlo-grunge. Se l’album finisse qui, meriterebbe comunque l’acquisto. Anzi, se finisse qui, sarebbe fra i demo must della storia del rock (italiana e non ). Continua inevitabilmente non a questo livello, ma ad uno sicuramente altissimo con Sonica (che il gruppo farà un classico del proprio repertorio), un ancestrale serpentone tra noise e metal: batteria sincopata alla Twisted sister, incedere alla Metallica di Master of Puppets, abrasioni e scandagliamenti di tintinnii alla (di) Sonic Youth. Cupo, nero, tenebra cosmica: o primitivo o post-moderno; basta abbia la bestialità del primordiale. Nuotando nell’aria: sciabolate al petto su un tappeto volante (il gruppo, dal vivo, ne resterà eccessivamente legato, finendo per renderla antipatica). Giù giù giù, un sadismo alla Fear. Lieve: preghiera al proprio io, un po’ altisonante ed arida di fantasia, mediocre (media) nei timbri come nella qualità: dimostra tuttavia che i Marlene Kuntz, qualsiasi cosa facciano, non possono fare ballate: non compromesso: o piano o forte: questo, è un medio "forte". Trasudamerica: unica storia da menestrello evocata da Godano che eccezionalmente cita luoghi e persone: il gruppo si ostinerà a ripresentarla sempre nelle sue uscite, ma il brano, pur forte di un impianto arioso e vario che contribuisce a far essere l’album anni luce fuori dalla monotonia, non merita (come invece altri brani meriterebbero) tale privilegio. Fuoco su di te: uno dei primi brani del gruppo, tematicamente affine a Giù giù giù (con il quale accentua la dimensione "invernale" da neve sporca intrinseca a tutto l’album), pur sostituendo, nel tono, l’attacco sadico di questi ad una desolazione senza redenzione: il nascere morto della speranza (di dialogo con la Lei, di, quindi, sentirsi). Merry x-mas: l’essere anarca che non tollera l’anarchico: nel canticchiare ci si istupidisce, ma serve a rimanere vivi (o morti, ma almeno vedenti): nell’urlo finale lo sconforto totale di Rozz Williams. Gioia (che mi do) più vicino a Nick Cave che ai Sonic Youth questa volta non solo nei concetti ma anche nei modi di trattarli (nella musica): il migliore brano dell’album (con una delle migliori scritture di Godano bianco di sonno alcolico: ho un arto appeso in aria senza vita e a nulla serve se non a ricordarmi che è mio), dopo i primi due, dai quali differisce quanto l’epica dall’elegia. Il gruppo non lo sfrutterà né dal vivo né in altre occasioni. Canzone di domani: ottima vivisezione di una disperazione cronica e senza via uscita (per primo senza la volontà di uscire): cambiamenti di tempo, accelerazioni, adagiarsi, partenza. Mala mela: delirio socio-politico come il discorso elettorale di presentazione dell’onorevole del partito dei suicidi (l’essere umano in quanto tale è persona banale e non speciale a cui Dio concede gesti assai banali): inizia tenue, sale falcidiante, termina sordo. 1°2°3° brano dei tempi di Fuoco su di te tra echi industrial, rap ed hardcore: la voce di Godano, ed è un gran merito, sembra quella di un cane con la rabbia e la bava alla bocca. Con quest’album il miglior album rock che si sia mai fatto in Italia (gli sono pari, per spessore poetico/evocativo, anche se su tutt’altra dimensione, soltanto alcuni lavori-Litfiba): dal vivo i Marlene Kuntz offrono quanto di meglio si può trovare in Italia (per quanto riguarda il pre-94, ancora, solo i Litfiba possono essere confrontati loro). 1994: nella penisola il gruppo è sconosciuto, a quasi tutti i livelli. Non esiste. Zero pubblicità, zero fama, zero vendite. Bene, per le anime-Marlene, che così possono continuare, in pace, sul tema "il male di vivere".

Il vile (Polygram, 1996).

Come di Sdegno (Polygram, 1998)

Questo, che non è definito dal gruppo un album ma un mini-album (anche se dura 40 minuti) andrebbe acquistato solo per il titolo (tra i più significativi di sempre e in assoluto, anche semanticamente) e la copertina dell’amico-pittore Daniele Galliano: realismo stralunato e fotografico che tratteggia tra marroni ed avana un individuo in atto conativo. Un terzo motivo: La vampa delle impressioni parte II: un minuto e mezzo di prosa dove Godano espone (con la solita raffinata e ricercata sapienza) tutta la sua filosofia dell’‘Indignazione’ che è rara quella vera. E io odio il carcere (=il mondo). Il resto è costituito da tre inediti: Aurora è uno standard dello stile Marlene, con un testo sempre di alto livello riferito ad un ennesimo/a caduto/a nella malia della mediocrità; Donna L un live del ’96 che alterna strascichi ubriachi tipo Tom Waits a rappresaglie hardcore efficacissime; Questo ed altro il brano migliore del mini-album, sorta di Ape regina minore: è la chitarra a cantare, in un giro che sa di cammino verso il definitivo salto nel vuoto successivo all’opprimente e vitale sopportazione di tutti i pesi che il nascere porta con sé: l’unica catarsi sembra l’autodistruggersi distruggendo (certe cose son da fare/ una è detta eliminare/ la seconda è cancellare). Completano la raccolta una (prima) versione remix di Come stavamo ieri ed una lunga sequela strumentale (30 minuti filati), ennesimo omaggio ai Sonic Youth (distorsioni, sgozzamenti di melodie, distorsioni di mantenimento, distorsioni fine a se stesse significanti la non significanza del tutto al di là del rumore stupido), ennesima riconferma del "candore" intrinseco ad ogni componente del gruppo che nella più abietta o maledetta delle situazioni riesce comunque sempre ad esprimere, consentendo così di distinguersi da ogni altro: i 30 minuti di solo strumentale de La vampa delle impressioni parte I precedono (ottimamente nell’idea e non importa se si è già vista milioni di volte) il minuto e mezzo della Parte due di solo sibilo parlato.

Ho ucciso paranoia (Polygram, 1998)

Che cosa vedi (Virgin, 2000).

Cometa (Virgin, 2001)

Altro mini-album stile Come di sdegno. A parte versioni più o meno discutibili/noiose di La mia promessa, Nuotando nell’aria, Trasudamerica, Infinità, Come stavamo ieri vi sono due capolavori assoluti. Cometa è uno dei massimi componimenti dei Marlene che dimostrano piena salute: al ritmo di Canzone di oggi, ne esaspera le asperità e le raffinatezze; vanta un testo plurireferenziale; Godano, in voce, si supera. È un Amore sconvolto: lascia che ti dica che sto male/ lascia e continua a non parlare. Bergia fa un gran lavoro alla batteria, protagonista assoluta. Un brano-manifesto. Elegia hard-core che improvvisamente si interrompe per dar spazio ad una seconda parte intermente strumentale e psicadelicamente corrotta (psicadelia sublime e delicata: tintinnii di cristalli, vellutatezze di yogurt). La vampa delle impressioni è proposta in una versione live imperdibile: inizio recitativo di Godano della parte II , tono disumano, rassegnazione totale, alienazione, stato comatoso: poi in costante crescendo continuo ma sortendo comunque una violentissima impennata, l’urlo, lunghissimo, sconvolgente, slabbrato, fino a raggiungere il fioco e l’ammutolimento (vedi Nirvana di Endless Nameless per capirne il significato): prima dell’ampio finale strumentale cicli noise chiudentisi e richiudentisi in se medesimo fino a morire del suo stesso peso.


Marlene Kuntz: Catartica (1994)
I M.K. esordiscono nel '94 quasi sconosciuti ma non tarderanno ad affermarsi. Propongono una interessante comunione di punk-rock e psichedelia tenuti assieme da una spiccata predilizione per i suoni rumorosi, distorti, di chiara matrice Sonic Youth (da loro dichiaratamente idolatrati) ed anche se non raggiungeranno mai lontanamente le loro vette espressive, almeno cui provano. Portano una bella boccata di aria fresca nello stagnante paesaggio rock italiano cosparso di gruppi di ragazzini che altro non sanno fare che copiare modelli stranieri stra-obsoleti, e grazie ad un buon occhio per la melodia e la orecchiabilita' riescono a fare breccia anche nel pubblico piu' vasto. Il primo pezzo, "M.K.", e' un punk suonato con chitarre quasi metal, pesante e martellante su cui la voce di Godano, acida, risalta. C'e' da dire che hanno un'ottima cura per i suoni, accuratamente studiati e soppesati per ogni traccia, quasi piu' per la canzone in se'. "Festa mesta" prorompe col suo linguaggio un po' da ragazzini sguaiati e i suoi testi che provano a provocare. Cambia ritmo cosi' tante volte che e' inutile starle ad elencare tutte, costituendo con la sua elettricita' e adrenalina l'ottimo preludio a "Sonica" (anche qui come piu' avanti si nota come pure la scaletta sia assolutamente curata, ma sono dettagli minori in fondo), il pezzo forse piu' blasonato del disco. Questo inizia con un sottofondo di chitarre sclerotiche che si agitano nel silenzio e che accompagneranno gli altri strumenti per tutto il brano riapparendo di tanto in tanto per poi evolvere in una spirale centripeta con basso e batteria sempre piu' martellanti, chitarre e voci epiche e ripetitive. Peccato che alla fine scada un po' in un banale ritornello. Ma il gruppo non e' solo rumore e ritmo, bensi' sanno pure confrontarsi anche con struggenti ed eteree ballate come "Nuotando nell'aria", "Lieve", "Gioia che mi do" dove la divagazione in sentimentali ed epico-tragiche suonate e' d'obbligo. Ma come non e' tutto oro quello che luccica, e' pure vero che anche la bigiotteria a volte puo' essere fatta veramente bene, e loro ne sono l'esempio. Il loro pregio piu' grande, ed anche il maggiore limite, e' quello di proporre sonorita', ritmiche e idee diverse dal solito circo di MTV agli spettatori di MTV stessa, che un suono di chitarra alla Thurston Moore non la sentono neanche una volta all'anno. Ovviamente devono pagare un pegno in dinamica e originalita' che, se in questo disco non e' cosi' spiccato per via della "giovanilita'" dei brani, piu' avanti e soprattutto dal terzo disco risalteranno decisamente. 5.5/10. Fabio Tonti
Marlene Kuntz: Che cosa vedi (Sonica, 2000)
"Che cosa vedi" e` il primo album dei Marlene Kuntz ad essere distribuito da una major (la Virgin).Questo fatto,insieme alla maggiore levigatezza del loro sound,ha procurato loro l'accusa di venduti.Innanzitutto,l'etichetta di riferimento del gruppo rimane sempre l'indipendente Sonica Factory,in secondo luogo l'accusa di aver prodotto un album troppo commerciale non ha senso,poiche` i quattro ragazzi di Cuneo hanno ormai superato la trentina abbondantemente,e non si pu• piu` pretendere da loro la stessa rabbia e ruvidezza dei primi dischi.Detto questo,devo per• sottlineare le sbavature commesse dai Marlene in questo album:su tutte svetta il duetto con Skin,in "La canzone che scrivo per te",inutile e inconcludente a livello musicale;non arrivo pero` a credere,come fanno alcuni,che la cantante sia stata addiriturra impostagli dalla Virgin (che e` la stessa etichetta di Skin).Anche l'uso per la prima volta delle tastiere ha fatto storcere il naso ai fans piu` intransigenti:devo pero` dire che nella maggior parte delle canzoni se ne e` fatto un uso limitato,riuscendo cosi` a risultare alla fine gradevole all'ascolto.Non e` cosi` per l'ultima traccia,"Grazie",dove le chitarre sono soffocate dal pianoforte e dall'organo,oltre che da una massiccia quantita` di effetti,tanto da far risultare alla fine la canzone addirittura imbarazzante.Comunque,anche in quest'album sono presenti canzoni degne di essere ricordate,come ad esempio "L'abbraccio" e ,sopratutto,"Quasi 20001",in cui il basso di Dan Solo si scatena in un ritmo martellante e coinvolgente (da notare la citazione cinematografica presente nel testo della canzone "...quasi 2001,odissea nello strazio").Album di transizione,da avere solo se fan accaniti.Voto 5/10.
Luca Di Meco
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