- Dalla pagina sugli Oasis di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Il complesso che divenne sinonimo di "Brit-pop" fu, nel bene e nel male, quello degli Oasis. Come gran parte del Brit-pop, gli Oasis hanno goduto di un lancio pubblicitario sproporzionato agli effettivi meriti e hanno poi faticato tantissimo a mantenere le aspettative. I loro album sono tanto geniali quanto lo furono quelli dei Beatles negli anni '60: sono raccolte di melodie non particolarmente originali, e niente più che melodie. Senza quella pubblicità che venne loro fatta, i loro dischi varrebbero tanto quanto quelli di tanti cantanti di musica leggera.
A capitanare gli Oasis erano il cantante Liam Gallagher (Manchester, 1972) e il fratello
chitarrista Noel (Manchester, 1967), di cinque anni più anziano e autore di gran parte delle
musiche, cresciuti in un ambiente depresso della periferia industriale di
Manchester.
Dopo soli tre singoli, Supersonic (Creation, 1994),
con un riff-grugnito degno
del Clapton di Cocaine, la melensa Shakermaker (copiata da I'd Like To
Teach The World To Sing, vecchia canzone dei Seekers divenuta famosa grazie al fatto di essere stata usata in un commercial della Coca Cola!), e soprattutto
Rock'n'Roll Star, forte di un barrage chitarristico e ritmico in stile
Rolling Stones, il gruppo venne catapultato sulle prime pagine di tutto il
Regno.
Peccato che l'album Definitely Maybe (Sony, 1994) metta a nudo senza
pietà l'inconsistenza del progetto.
Accumuli di banalità Merseybeat, psichedeliche e pop come Up In The Sky
o le innumerevoli e smaccate imitazioni dei classici
(pedestre quella di Get It On dei T.Rex in Cigarettes & Alcohol,
subdola quella dei primi Small Faces in Digsy's Diner,
elegante quella di My Sweet Lord di George Harrison in Supersonic,
accorta quella di Cortez The Killer di Neil Young in Slide Away),
e l'obbligatorio omaggio alle suite psichedeliche di Columbia (quasi
peggio dei Beatles di Yellow Submarine) fanno tutt'al più stizza.
Live Forever, uno dei loro vertici, ruba il ritornello agli Hollies e l'assolo di chitarra
agli Outlaws di Green Grass And High Tides.
L'album stabilì comunque il record di vendite per un lavoro di debutto.
Morning Glory (Sony, 1995) esce all'apice della "Oasismania".
La produzione è chiassosa, con tutti gli strumenti in primo piano a
strillare quanto possono, in una specie di revival del "wall of sound" di
Phil Spector (ma in realtà fu l'inizio di una nuova strategia commerciale,
varata dall'industria hip-hop d'Oltre Oceano con The Chronic di Dr. Dre, di privilegiare le produzioni assordanti).
Avendo capito da che
parte è imburrato il loro toast, gli Oasis dedicano mezzo disco ai
Beatles, strizzando l'occhio a Lennon in Don't Look Back In Anger (le
figure di piano sono rubate a Imagine), a
Harrison in Wonderwall, forse la loro canzone più celebre (con violoncello alla Yesterday),
a McCartney in She's Electric (con piano da musichall).
Se il loro è un fatto soprattutto stilistico, allora dovrebbero essere
i costrutti sintattici di Whatever (il singolo del dicembre 1994)
e Roll With It (jingle-jangle dei Byrds di
Feel A Whole Lot Better, armonie vocali degli Hollies di Bus Stop)
a rappresentarli al
massimo della forma, naturalmente senza un'ombra di semantica.
Il disco si chiude con quello che è forse il pezzo migliore,
Champagne Supernova, una delicata ninnananna psichedelica che s'inalbera
in uno struggente inno su un fragoroso jamming chitarristico
(nonostante echi di Hey Jude).
La chiassosa produzione serve soltanto a mascherare la carenza cronica di idee
(e a mettere in luce la pochezza strumentale dei membri).
Nonostante le cifre pubblicizzate dalla casa discografica, gli Oasis attirano
poco pubblico. Il tour americano del 1997 dev'essere ridimensionato (dalle arene
alle aule di ginnastica).
Seguendo il trend del Brit-pop verso produzioni sempre più esasperate (leggi:
chiassose, confuse, altisonanti, quasi cacofoniche), che forse confessa la
disperazione di non saper più cosa fare dopo aver ripetuto fino alla nausea
lo stesso ritornello per tanti anni (trenta), gli Oasis sfoderano nel terzo
album, Be Here Now (Epic, 1997), una grandeur
davvero terrificante. Ogni canzone è costruita da strati e strati di suoni.
Le melodie sono ancor più ridicole di quelle dei dischi precedenti, ma
scompaiono nella baraonda semiotica degli arrangiamenti. La canzone degli
Oasis è semplicemente un accumulo ordinato di "segni", di archetipi, di
convenzioni stilistiche. Per questa ragione, fra l'altro, dura cinque/sei
minuti invece dei soliti tre.
E sono indubbiamente grandi stilisti quelli di D'You Know What I Mean
(Creation, 1997), quasi otto minuti di rumorini bizzarri, di campionamenti,
di "backmasking", di effetti percussivi e di grancasse a passo di marcia
(merito anche del produttore Owen Morris).
Altri grandi saggi di mimesi della banalità sono Be Here Now.
L'opus magnum di turno è All Around The World (dieci minuti),
altra giostra ipnotica ispirata alla coda di Hey Jude.
Il marchio di fabbrica del disco è comunque la produzione assordante, e in
tal senso My Big Mouth è il pezzo più emblematico.
I critici britannici sono troppo occupati a confrontarli con i Beatles e non si
accorgono che Magic Pie è una ballata tragica e marziale nel tipico stile
di Neil Young, che la melodia leziosa di Stand By Me si ispira a quelle
degli Smashing Pumpkins,
che l'epos infantile di Fade In Fade Out usa il
blues-rock dei Black Crowes.
I paragoni con i Beatles non reggono: i Beatles scrivevano melodie (molto elementari, ma carine), e George Martin suggeriva gli arrangiamenti. Gli Oasis "scrivono" arrangiamenti, e poi li rivestono di una melodia (generalmente insipida). Come arrangiatori e compositori in senso lato valgono ovviamente molto più degli ingenui Lennon e McCartney. Come melodisti valgono persino meno di McCartney.
Nel 1999 il chitarrist Paul “Bonehead” Arthurs e il bassista Paul McGuigan sono stati sostituiti dalla chitarra ritmica di Gem Archer (ex-Heavy Stereo) e dal basso di Andy Bell (ex-Ride).
Epigonici fino alla nausea (sono stati denunciati perlomeno da Stevie Wonder
e Gary Glitter, e in entrambi i casi sono stati obbligati ad aggiungerli fra
gli autori dei rispettivi plagi), gli Oasis sono soltanto il centesimo anello
di una lunga catena di effimeri fenomeni da classifica fabbricati a tavolino
dall'industria britannica.
Gallagher è semplicemente una pin-up al maschile sulla falsariga di Brett
Anderson dei Suede, Richard Ashcroft dei Verve, Mark Gardener dei Ride,
e del capostipite di tutti loro, Ian Brown degli Stone Roses.
Come compositore, suo fratello non ha più talento di tanti altri autori
del pop. Il resto del complesso potrebbe essere sostituito a caso.
Masterplan (Epic, 1998) è una raccolta di B-sides. Acquiesce e Going Nowhere sono canzoni di prima classe, tanto da rendere ridicoli i due album precedenti. Peccato che la metà delle canzoni sono semplicemente dei tappabuchi.
Sul soporifero Standing On The Shoulder Of Giants (Epic, 2000) le uniche
canzoni che evitano la solita monotonia degli Oasis sono le rockeggianti
Put Yer Money Where Yer Mouth Is e
I Can See A Liar.
Uno strumentale alla Led Zeppelin, Fucking In The Bushes, promette bene,
e la sua energia e fantasia si travasano quasi in
Where Did It All Go Wrong.
Ma Who Feels Love è una copia di
Leaving On A Jet Plane (di John Denver),
Little James (di Liam) assomiglia a Hey Jude e
Go Let It Out (il primo singolo) è la tipica routine di Brit-pop.
Se non altro, l'influenza dei Beatles sta diminuendo e il gruppo è meno
ossessionato con i ritornelli orecchiabili.
Il suono club-oriented è
dovuto al produttore Mark Stent, famoso per le produzioni dance-rock di Madonna
e Bjork. L’album è il canto del cigno per il chitarrista Paul
"Bonehead" Arthurs
e il bassista Paul
McGuigan di recente rimpiazzati (si
spera siano meno inetti) dal chitarrista Gem Archer (ex-Heavy Stereo) e dal bassista Andy
Bell (ex-Ride).
Heathen Chemistry (Epic, 2002) offre il solito carico di motivetti canticchiabili, tutti prevedibili come una giornata nuvolosa a Londra. The Hindu Times è forse il brano meno derivativo. Stop Crying Your Heart Out, con la sua affettazione “Prince incontra Bowie” su di un ritmo alla New Order, è diventata una hit (ma è troppo simile a Slide Away). Ciononostante, il disco ha scalato la vetta delle charts britanniche proprio come i dischi precedenti.
Don't Believe The Truth (Sony, 2005) è appena meglio dei suoi 2 predecessori (un fatto che giustifica la band a non sciogliersi). Se non altro non suona come un’auto parodia. Nondimeno è tutto un susseguirsi di riferimenti alla loro carriera : impossibile non analizzare ciascuna canzone senza pensare ai loro brani precedenti. In genere, il passato vince, e non solo perché si è più familiari con il passato che con il futuro, ma anche perché molte delle canzoni sono al massimo della banalità. Le poche eccezioni (Lyla, Turn Up The Sun, The Importance Of Being Idle e Let There Be Love) sono, bisogna ammetterlo, degne del loro canone.
Visto quanto sono stati
sopravvalutati agli esordi, Dig Out Your Soul
(2008) non è necessariamente un brutto album, anche per i loro bassi standard,
solo uno dei tanti che hanno fatto, e il brano The Shock of the Lightning (un sacco di rumore di chitarra alla AC/DC
ma con una debole litania psichedelica) non è particolarmente più
tedioso dei loro singoli precedenti. Bag
It Up è un hard rock sincopato stile i Beatles di Get Back con un ritornello alla Sgt Pepper.
Neanche i Beatles avrebbero confezionato
qualcosa di così imbarazzante ma al tempo stesso vendibile come To Be
Where There's Life (beat saltellante, drone in stile raga, canto tonante).
Almeno Ain't Got Nothin' è
un’esplosione di energia Kinks-iana. E’ incredibile che qualcuno possa mai
averli presi sul serio.
I due fratelli si separarono nel 2009 dopo aver venduto più di 70 milioni di album.
Liam Gallagher e tre ex membri degli Oasis (i chitarristi Andy Bell e Gem Archer, il batterista Chris Sharrock)) formarono i Beady Eye che pubblicarono Different Gear Still Speeding (2011), per lo più muzak per il pubblico nostalgico ma condito con un paio di canzoncine vivaci dalla vena Merseybeat (The Roller).
Nel frattempo, Noel Gallagher's High Flying Birdss (2011) continuava il noioso sound degli Oasis, occasionalmente divertente (in particolare l'ultima canzone, Stop the Clocks) ma certamente non innovativo.
Liam Gallagher ha pubblicato gli album solisti As You Were (2017), un altro album di gran successo, contenente il singolo Wall of Glass e Why Me? Why Not (2019), prodotto da Greg Kurstin (produttore di pop star come Adele, Lily Allen, Sia, Kelly Clarkson e Katy Perry) che aveva già prodotto Wall of Glass. Shockwave è stato il singolo del 2019.
Ha poi pubblicato C'mon You Know (2022) e Liam Gallagher & John Squire (2024).
I fratelli continuarono a offendersi e insultarsi per oltre un decennio, ma poi nell'agosto 2024 annunciarono che a luglio 2025 si sarebbero riuniti per un tour degli Oasis.
- Torna alla pagina sugli Oasis di Piero Scaruffi -