- Dalla pagina sui Prodigy di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
L'ultimo "cross-over" dance degli anni '90 fu quello tra musica techno e musica rock (o "big beat"). Ciò avvenne quasi per caso, quando diversi produttori e DJ britannici reagirono all'ala intellettuale della musica dance concentrandosi su una musica dance più accessibile, basata su breakbeat sfacciati, orecchiabili e vecchio stile e su sample spensierati e originali. Poiché questo approccio non dipendeva troppo da trucchi in studio, poteva essere eseguito dal vivo, soddisfacendo così la richiesta del pubblico rock. Proprio perché poteva essere eseguita dal vivo, riaffermò l'importanza del "front-man", un tratto distintivo della musica rock.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
I Prodigy furono per qualche mese fra i più interessanti artisti techno britannici: a un battito violento e una chitarra rock (ovvero a uno spirito punk) accoppiavano lo show di due dei massimi istrioni degli anni '90.

All'inizio degli anni '90 Liam Howlett (Braintree, 1971), in combutta con Keith Flint (Braintree, 1969) e Keith “Maxim Reality” Palmer (Peterborough, 1967), inventò la miscela ipercinetica di What Evil Lurks (1991) e soprattutto Charly (1991), tracce da ballo che facevano leva praticamente soltanto sul brio, ma che crearono di fatto un genere a se stante.

Experience (Elektra, 1992) è di fatto un'antologia dei primi successi, con qualche riempitivo. Jericho mostra come il trio virò verso uno stile più comico, nell'ottica della vecchia novelty strumentale (mutatis mutandis): i poliritmi tribali dell'elettronica, il circo di voci mandate in loop, le dissonanze accuratamente distribuite, fanno un po' la parodia del genere. Non meno divertente è Out Of Space, un sortilegio per vocina petulante che decade persino in un pigro rap da spiaggia. Hyperspeed e Everybody In The Place tornarono invece un po' agli esordi, con un frenetico battito da discoteca fino a se stesso.
Poco da dire per gli altri brani. Music Reach e Ruff In The Jungle Bizness si rifanno a stereotipi della disco music (il break che lancia la disco diva, il dj che incalza con voce roca). Una delle cavalcate più epiche è Wind It Up, che rincorre un ritornello da girotondo reggae con la solita sequenza di break "duri" e lo rilancia con un trascinante loop di pianoforte.

Music For The Jilted Generation (XL, 1995) presenta un artista più versatile e cosmopolita, capace di miscelare Nirvana e soul in Voodoo People (con il suo ritmo più scalmanato di sempre), e al tempo stesso un artista più malinconico e adulto (il rumore di cocci in Break And Enter), capace di immergersi nei problemi sociali del suo tempo. Se No Good si riallaccia alla vecchia discomusic, Poison abbraccia l'hip hop.
Eleganti spunti funk e jazz impreziosiscono anche le ballate più cupe. Howlett torna alla sua adolescenza di mostro del ritmo soltanto con il techno brado di The Heat e la carica epilettica di Full Throttle, che sembra una colonna sonora western suonata a folle velocità.
Soltanto in un episodio minore, la fanfara tropicale di One Love, Howlett si ricorda dell'ironia del primo disco. Il riff di heavy metal in Their Law (una delle tracce più potenti) apre invece nuovi orizzonti alla sua fame di violenza.
Convince di meno invece il techno di "progressivo" della Narcotic Suite, in tre movimenti, un tentativo di ricreare le elucubrazioni intellettuali di Yes o Genesis in ambito techno.
Liam Howlett ha il pregio di saper fondere un'energia esplosiva alla sofisticazione dell'artigiano.

A ruota dei singoli Firestarter e Breathe, che avevano anticipato un sound sempre più brutale, esce The Fat Of The Land (XL, 1997), un album-manifesto che in pratica serve da raccordo fra i vari generi della fin de siecle, dall'ambient all'heavy-metal.
Firestarter, un rap recitato con foga punk, e Breathe, con un rap furibondo e un riff degno degli Stooges, sono i primi singoli.
Lo scratch indemoniato di Smack My Bitch Up è vivacizzato da timbriche e salmodiare indiani. Il lungo collage di Narayan funge da summa stilistica, alternando (in maniera un po' gratuita) una canzone soul al tribalismo drums'n'bass, un carillon spaziale alla Robert Miles a una litania tibetana. Il programma di fondere hard-rock, hip hop e techno culmina semmai nel melodramma di Serial Thrilla. Forse non è, però, un caso che il brano migliore del disco sia una jam strumentale, Climbatize, suonata con un impeto sta a metà strada fra gli Who di We Won'T Get Fooled e una banda scozzese di cornamuse.
Il difetto maggiore del disco è la prevedibilità: la cantilena hip hop di Diesel Power, il "treno" techno di Funky Shit, la novelty synth-pop di Mindfields sono impeccabili, ma rimestano soltanto stereotipi.
Laddove i Chemical Brothers fanno di tutto per sorprendere a ogni piè sospinto, Howlett compie l'operazione esattamente opposta: ogni secondo di musica è assolutamente banale nel suo contesto. Prodigy dà all'ascoltatore esattamente ciò che l'ascoltatore si aspetta. La banalità ha un suo pregio, soprattutto nel campo della musica da dance ma, perso per perso, forse erano più divertenti i singoli dei primi tempi.


(Tradotto da Antonio Saluzzi, completato da Stefano Iardella)

Hell's Kitchen (XL, 2000) è il debutto solista di Maxim, incentrato sul successo della hit Carmen Queasy.

I Prodigy sono tornati con il (terribile) singolo Baby's Got A Temper (2002) e poi con l'album Always Outnumbered Never Outgunned (Maverick, 2004), di fatto un altro album solista di Liam Howlett con alcuni ospiti: il cantante Liam Gallagher degli Oasis (Shoot Down), il rapper Twista (Get Up Get Off), le Ping Pong Bitches (nel singolo Girls), Princess Superstar (Memphis Bells) e l'attrice Juliette Lewis (nella furiosa Spitfire, forse la canzone più famosa, e in Hotride, dove viene campionato il pezzo oldie dei Fifth Dimension Up, Up and Away). Solo una minoranza delle collaborazioni funziona per davvero.

Invaders Must Die (Cooking Vinyl, 2009) contiene tre idee intriganti: Omen (passi di merengue e ritmo industriale), Colours (una frenetica fanfara con timbrica elettronica) e la batucada Take Me To The Hospital. D'altra parte, Invaders Must Die vanta un'elettronica distorta ad alto volume (quasi un riff dei Deep Purple) e una batteria massiccia. Nel complesso, tuttavia, l’album suona per lo più terribilmente obsoleto e frivolo, con Warrior's Dance che evoca la classica atmosfera rave di vent'anni prima.

Nel 2019 Keith Flint, la voce di Firestarter e Breathe, si è suicidato nel suo appartamento nell'Essex, all'età di 49 anni.


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