- Dalla pagina su Rapoon di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Rapoon, frutto dell'ingegno di Robin Storey (Cumbria, 1955) degli Zoviet France, ha dato un nuovo significato alla fusione tra musica indiana e occidentale in album come Vernal Crossing (1993) e The Kirghiz Light (1995), esaltate orge di campionamenti, loop e mixaggi che "usavano" droni e ritmi anziché "suonarli". Si è poi convertito allo stile mistico/contemplativo per Darker By Light (1996), Easterly 6 Or 7 (1997) e The Fires Of The Borderlands (1998), che sostanzialmente riconciliavano i suoi esperimenti con la musica new age.
Bio:
Robin Storey dei
Zoviet France ha dato vita con il progetto Rapoon a un'esperienza intensamente elettronica e ambientale.
Il suo limite maggiore è stato la prolificità: se avesse fatto un solo disco,
sarebbe stato un capolavoro universale.
Storey comincia cesellando una raccolta di mantra per campionamenti, tabla e melodie
elettroniche come Dream Circle (DOVEntertainment, 1992).
Tracce:
1. Najam Jikkah;
2. In Light;
3. Govindahal;
4. Dream Circle;
5. Lotus;
6. Wind Chime;
7. Radio Ganga;
8. Imdeepah;
9. Na Jam-fal.
Sarebbe stato ripubblicato in edizione speciale su tre CD, per un totale di 28 brani, nel 2024.
Storey
abbandona poi le percussioni per Raising Earthly Spirits (Staalplaat, 1993),
per altro propulso da pulsazioni elettroniche.
Tracce:
1. Alchiva;
2. Ochre;
3. Djang;
4. Awi;
5. Snake Belly;
6. Akkurra;
7. Sky Heroes.
Con Vernal Crossing (Staalplaat, 1993) Storey ha trovato un magico equilibrio tra percussioni ed elettronica. The Same River Once mescola esuberanti danze indiane e languidi droni galattici, mentre Bol Baya trasmette un canto lontano con ritmi frenetici di tabla e il crescendo di una maestosa onda ultrasonica. Certo, Storey è affascinato dalle percussioni come un bambino con un nuovo giocattolo (un breve intermezzo etnico come Yi si concentra sul potere ipnotico dei tamburi tribali), ma ciò che emerge è anche un genuino interesse per la scultura del suono: Rains costruisce un'atmosfera claustrofobica con il ronzio di un milione di grilli; la traccia che dà il titolo all'album è pura tragedia, avvolta in un guscio di rumori stridenti, come mille sitar che suonano insieme e monaci tibetani che pronunciano un solenne "om"; e Dahina Ta distorce la musica rituale per raggiungere non solo uno stato trascendente, ma anche un'alterazione schizofrenica e nevrotica della mente. A tratti, i sofisticati esperimenti di Storey con la world music elettronica eguagliano l'intensità (se non la sottigliezza) dei paesaggi futuristici/primitivi di Steve Roach.
Il doppio disco (18 tracce)
Fallen Gods (Staalplaat, 1994) prosegue
in quella direzione estendendo tutt'al più il ventaglio di ispirazioni tecniche al sufi (Dusk Red Walls), all'Australia, al Mediterraneo. I ritmi fanno da protagonisti.
Tracce:
1. Sanctum;
2. Iron Path;
3. Fallen Gods;
4. Breathing Gold;
5. Sataranum;
6. Sacrement;
7. Khomat;
8. Dusk Red Walls;
9. Valley.
L'impresa di Storey raggiunse il culmine con il monumentale album doppio The Kirghiz Light (Staalplaat, 1995), un'orgia sublime di campionamenti, loop e mixaggi. Storey riprende l'intuizione di Peter Gabriel con Passion e la spinge in un'altra dimensione. L'attenzione principale di Storey torna alla manipolazione del suono, lasciando il ritmo in secondo piano. Rispetto ai lavori precedenti di Storey, Jerewat giunge come uno shock: affondando in un letto di rumori trovati, una Diamanda Galas più dolce e fatalista geme a un battito cardiaco sempre più forte. Dopo che il tom-tom africano e il coro gregoriano di The Temple Shakes si dissolvono in una nuvola di elettronica, We Fell Like Rain torna alla voce umana, ora multiplata e rifratta, sospesa celestialmente ai frammenti ripetuti di molte voci simili, ciascuna in risonanza con le altre.
La sequenza delle tracce sembra evidenziare il processo compositivo. Più avanti, Jacobs Drum reintroduce l'elemento della voce dilatata e multiplata, ma questa volta accompagnata dalle percussioni.
Frostling Merge dà un nuovo significato alle "percussioni" fondendole con l'elettronica e il canto in un unico flusso organico. Sviluppando questo concetto, A Far Cry è uno dei buchi neri emozionali del disco, una polvere fine di pulsazioni, droni e voci che conclude e riassume questo programma di ricerca.
Un filo parallelo conduce nella direzione opposta, verso una scala sempre più ridotta. I crepitii nel vuoto di Rubinox e i ronzii inquietanti e fantasmatici di Evacuate (un flauto che ulula in lontananza), le vibrazioni industriali e l'organo apocalittico di Dala, il vortice cosmico di Meridia Closes, concedono poco al valore di intrattenimento e si abbandonano invece a una febbrile analisi microscopica di frammenti di psiche.
Il secondo disco si apre, a sorpresa, con un baccanale di percussioni, Omnizdum, per poi irrompere in un'aspra scorribanda industriale, We Danced Like Sticks, con voci distorte, rumori metallici e ritmo martellante. Into Light chiude l'album con un ritmo galoppante e poca o nessuna azione melodica, solo un cupo brontolio acceso da quei battiti ostinati, un'ambientazione che ricorda un incontro tra Tangerine Dream e Neu.
I dieci minuti di fiocchi di neve elettronici che compongono The Kirghiz Light ristabiliscono ordine e pace, a metà strada tra le sinfonie sacre di Constance Demby e il magniloquente impressionismo di Klaus Schulze. Rispetto alla mostruosa cacofonia del resto, la sua calma sonora è irrilevante.
Recurring (Staalplaat, 1996) vira verso un sound più "topologico", verso una musica che renda il suono del vuoto. Brani come Circle e Terran sono ardue ricerche sulle proprietà acustiche. (Tre sono semplicemente riedizioni di brani del primo album).
Darker By Light (Soleilmoon, 1996) abbandona il sottofondo di tabla a favore
di una rhythm-machine. La musica si aggira ormai nei paraggi dell'elettronica new age,
ispirandosi ai momenti più mistici e contemplativi della musica cosmica.
La partitura quasi cinematografica di Night That Thunders
(nove minuti), con la sua cadenza minacciosa e le folate galattiche
di elettronica, costituisce una svolta melodrammatica per l'arte di Storey.
I soffici droni di Winter's Edge (otto minuti) si spingono
all'eccesso della musica ambientale.
Svanito l'afflato etnico, Storey dipinge affreschi di scenari naturali
con il piglio del primo Klaus Schulze.
From Sleep Awake (otto minuti) e Prayer (dieci minuti) ottengono effetti
più subliminali e angoscianti grazie a un uso accorto dei rumori di sottofondo.
Il sound è elegante e lucido.
Dopo l'album dal vivo Errant Angels (Soleilmoon, 1997), che ritorna invece ai cerimoniali primitivi, Storey ha dato con Easterly 6 Or 7 (Soleilmoon, 1997) una sorta di summa della sua arte di manipolazione delle sorgenti etniche (Falling More Slowly, che estrae poco a poco da un flusso armonioso di suoni indistringuibili una danza indiana), o Rattling Sabers, in cui i cerimoniali aborigeni sono miniaturizzati e vivisezionati); accanto ai soliti affreschi astratti (la nebulosa metafisica di Sign, l'"om" minaccioso di Blow, i droni sibilanti di Variable 2, la stasi angosciosa di Waters Reaching). Alla fin fine però, si tratta sempre di variazioni sul vetusto concetto della musica cosmica, se non che i "corrieri" tedeschi portavano anche emozioni, non soltanto esperimenti (più di retroguardia che d'avanguardia). L'enfasi di Storey è tutta sul fatto tecnologico, un po' come negli anni '70 ci si divertiva a comporre musica elettronica per il gusto di far rumore con le macchine. Storey abusa dei loop, stiracchiando le sue musiche al limite della noia. Questo disco, come i precedenti, sarebbe dovuto durare pochi minuti.
The Fires Of The Borderlands (Release, 1998)
comprende undici nuove composizioni di medio/lungo respiro.
La tecnica di Storey è purtroppo sempre la stessa: un magma di suoni viene
fatto evolvere lentamente, ma senza mai perdere la propria identità. Così
Hollow Flight consta di un fruscio di sibili e cori galattici che cambia
lentamente, ma rimane tale per sei minuti.
Questa tecnica funziona certamente nei brani più concisi, nel
nuvolone di droni minacciosi di Groundswell, nel lugubre esperimento
etnico di Cires Divam (la sua specialità), nella vibrazione stordente di
Snake Of Earth, nella rarefazione dei cori di monaci di
Looking Not Finding (un'altra sua specialità), le percussività
legnose di Talking To A Stick,
che sono poi fondamentalmente soltanto prosecuzioni di un discorso iniziato
da Brian Eno con gli acquerelli di Before And After Science.
Alla lunga il progetto è però un po' irritante: i droni di alcuni pezzi non
vanno da nessuna parte, e chiunque abbia a disposizione le apparecchiature di
Storey può comporre brani come questo. Storey dilata semplicemente a
dismisura il vostro minuto preferito delle suite di Klaus Schulze o dei
primi Tangerine Dream.
Omaneska ha dalla sua una premessa affascinante, quella di mettere in orbita
una folla di voci cosmiche che perdono progressivamente forza, e alla fine
rimane soltanto a oscillare nel vuoto un sinistro mantra di mormorii di
fantasmi. Lo svolgimento è quasi metafisico.
Storey inflaziona il mercato di dischi mediocri e ripetitivi. E` già pronto infatti Just Say The Faith (Soleilmoon, 1998), che potrebbe essere condensato in un brano minore su uno qualsiasi dei dischi precedenti.
Nail Of Pious Bride (Soleilmoon, 1999), in collaborazione con il compositore elettronico Randy Greif, e Perfidious Albion (Soleilmoon, 1999), in collaborazione con Nigel Ayers dei Nocturnal Emissions, sono opere auto-indulgenti che fanno leva sulle qualità del collaboratore (molto ambientale la prima, molto industriale la seconda).
Oedipus Brain Foil (Soleilmoon, 1999) è una collaborazione con Nigel Ayers e Randy Greif dei Nocturnal Emissions.
La banale manipolazione elettronica di Navigating By Colour (Staalplaat, 1999), perlopiù un pretesto per pubblicizzare la sua seconda vita come pittore, e il concept album fantascientifico What Do You Suppose (Staalplaat, 2000) mostrano un compositore stanco che potrebbe aver esaurito i suoi trucchi.
Cold War (Caciocavallo, 2001) è il suo esperimento con il drum'n'bass anche se, dopo l'elaborazione e il remix dei breakbeat, quel che rimane del genere è ben poco.
Monomyth (Manifold, 2005) è una collaborazione con Birds of Tin.
From Shadows Sleep (Essence Music, 2006) è stato un remix di Just An Illusion (1990) dei Zoviet France.
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