- Dalla pagina sugli Ultramarine di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Gli Ultramarine, ovvero Paul John Hammond (Chelmsford, 1965) e Ian Harvey Cooper (Derby, 1966), gettarono un ponte improbabile tra il prog-rock di Canterbury degli anni '70 e l'ambient house. La loro visione eterea e pastorale iniziò a prender forma in Every Man And Woman Is A Star (1992), che era praticamente una raccolta di brani da camera per flauti, trombe, pianoforti, sezione d'archi, campionamenti e macchine elettroniche, e sbocciò in United Kingdom (1993), che aggiunse un'atmosfera dub e jazz più marcata e la voce divina di Robert Wyatt.
Bio:
I britannici Ultramarine costituiscono il naturale anello di congiunzione fra
la scuola di Canterbury degli anni '70 e l'ambient house degli anni '90.
Paul Hammond e Ian Cooper avevano militato dal 1984 (diciassettenni) al 1987 nell'ensemble industriale A Primary Industry, producendo soltanto i singoli At Gun Point (Les Temps Moderns) e Seven Hertz (Sweatbox), un album intitolato Ultramarine (Sweatbox) e un omaggio allo scrittore Wyndham Lewis (un EP che uscì anni dopo per Les Disques Du Crepuscule).
Finita quell'esperienza, Hammond e Cooper formarono gli Ultramarine e pubblicarono l'album Folk (Les Disques Du Crepuscule, 1990), con cui gettarono le basi per una musica da ballo psichedelica coerente con quanto andavano teorizzando 808 State e KLF, con lo stesso spirito pastorale ma anche con una vena più surreale.
Le promesse di questo prog-techno-pop dolce ed effervescente sono mantenute dal secondo album, Every Man And Woman Is A Star (Dali, 1992). Due dei brani più vecchi del loro repertorio, Stella e British Summertime, tirano la volata a una sequenza di brani da camera per flauti, tromba, pianoforte, sezione d'archi, campionamenti, rhythm machine e sequencer, con un'escursione di umori che va dalla marziale Pansy all'eterea Honey (entrambe costruite su metamorfosi continue dell'orchestrazione), e un pressochè infinito serbatoio di stili (Saratoga, dagli accenti funky; la jazzata Nova Scotia; Geezer, con una forte cadenza reggae; l'incalzante danza sudamericana di Panther e così via); anche se in qualche caso è difficile stabilire le differenze con gli Spyrogyra (l'improbabile fusion con il cocktail jazz di Weird Gear) e se nella muzak di Lights In My Brain sfruttano in maniera maldestra un campionamento di Robert Wyatt.
United Kingdoms (Blanco Y Negro, 1993) è ancor più vicino al
progressive-rock degli anni '70.
L'album risuona di sonorità jazz e dub
perfettamente assimilate nel mix (nonchè del canto divino di Robert Wyatt).
Lo strumentale Source miscela fonti jazz e folk in un trascinante
saltarello che avrebbe ben figurato sul Tubular Bells di Mike Oldfield.
L'influenza del jazz-rock dadaista di Soft Machine, Gong e Caravan è palese in
Prince Rock e Urf, mentre Kingdom e
Happy Land mettono in musica canti proletari.
Queen Of The Moon e Dizzy Fox lasciano fluttuare le sillabe di Wyatt su un confuso magma di suoni effervescenti.
Con ritmi che
raramente salpano oltre gli 80 battiti per minuto e arrangiamenti minuziosi di strumenti acustici,
Hammond e Cooper si pongono un gradino sopra la massa degli autori techno.
La varietà e la frammentarietà nuocciono un po' alla coesione sul successivo Bel Air (Blanco Y Negro, 1995), che pure contiene l'incantevole Buena Vista, doppiata nello stesso periodo dal singolo Hymn.
A User's Guide (New Electronica, 1998) è un disco meno appariscente ma anche più consistente, forte di lunghe tracce ipnotiche come All Of A Sudden, What Machines Want, Ambush, Surfacing, On The Brink, Zombie, Ghost Routine, che ben riassumono la loro fusione di progressive-rock e techno e al tempo stesso la spingono verso lidi ancor più sperimentali, nel segno di un funk-jazz astratto, dimesso e spartano.
Companion (LTM, 2003) è una pessima retrospettiva della loro carriera.
Dopo una lunga pausa sono tornati con This Time Last Year (Real Soon, 2013).
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