- Dalla pagina sugli Agalloch di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Gli Agalloch, formati in Oregon dal cantante e chitarrista John Haughm e dal chitarrista Don Anderson, mettono ancora meno metal, nel loro dark metal, rispetto a Ulver o Opeth.

Pale Folklore (End, 1999) contiene almeno due gemme ma è penalizzato da brani troppo semplici o troppo frammentati. La suite di tre brani The Painted Fire Across the Skyline si apre con il vorticoso leitmotiv dalle sfumature irlandesi, che ricorrerà in tutto il pezzo, ma poi fa una deviazione nella magniloquenza dei fraseggi di chitarra Pink Floyd-iani e nel ringhio sussurrato di Haughm, occasionalmente interrotto da un soprano operistico, prima che il pezzo ritorni alla base e la chitarra continui a ripetere l'orecchiabile ritornello folk-rock. Verso la fine, i rintocchi conferiscono sfumature gotiche alla canzone. La strumentale The Misshapen Steed è l'apice lirico dell'album, dapprima sinfonico e poi bucolico. I dieci minuti di Hallways of Enchanted Ebony vantano un riff di chitarra evocativo e orecchiabile (degno di una colonna sonora di un film western) ma presto annegato in una massiccia distorsione e un'implacabile batteria. Il canto rauco è insolitamente piatto e poco melodico, vicino al colloquiale, mentre il leitmotiv della chitarra galoppa lontano. Un muro di rumore shoegazing dà il tono a Dead Winter Days, un pezzo piuttosto monotono, a eccezione del ritornello militaresco e di pochi secondi di chitarra acustica. As Embers Dress the Sky suona semplicemente come una versione più breve di The Painted Fire Across the Skyline, a eccezione della coda strumentale in stile locomotiva. I dodici minuti di The Melancholy Spirit impiegano un'eternità per intonare il proprio tema e, quando lo fanno, questo viene presto interrotto da un assolo neoclassico di chitarra acustica. Il monologo di Haughm riprende e si ha la sensazione che la band non sappia bene come concludere. The Painted Fire Across the Skyline e soprattutto Hallways of Enchanted Ebony hanno annunciato una nuova voce nel folk-metal, ma che ancora non è matura.

The Mantle (End, 2002), prodotto da Ronn Chick (anche lui al synth), abbandonava in gran parte le posture metal per evocare un'atmosfera più misteriosa, e alternava canzoni e brani strumentali. Un'ouverture strumentale marziale e minacciosa (A Celebration for the Death of Man), che mescola fuzz di chitarra rimbombante, tom-tom e synth, introduce il leitmotiv di shoegazing di ispirazione celtica con sfumature di mandolino della lunga In the Shadow of Our Pale Companion. Le voci pulite si alternano e combattono il grugnito sussurrato; il duetto di chitarre attorno al tema; il forte ticchettio di un orologio spezza la canzone in due sezioni; la canzone riprende con un effetto di acuti e un lamento che suona come Leonard Cohen; una sezione strumentale evoca le colonne sonore western di Ennio Morricone; ritornano le due voci e la chitarra suona ancora una volta il tema solista. Il ritornello più pop emerge all'inizio e alla fine dei nove minuti di You Were But a Ghost in My Arms. Nel mezzo il ritmo riprende un tempo di valzer e le chitarre intrecciano toni melodici attorno al canto dell'altra. Ma i picchi lirici sono due strumentali, prima il solenne Odal e poi The Hawthorne Passage di undici minuti, e quest'ultimo è anche uno dei pezzi forti. La melodia è sempre la stessa, ripetuta ipnoticamente dalle chitarre, ma i cambiamenti nell'esecuzione a volte evocano fragilità e talvolta potenza. Il pezzo viene spazzato via dalla marea oceanica e da alcuni sintetizzatori (sebbene ricominci brevemente per una coda più heavy). Infine, la voce pulita intona l'elegia spettrale di And The Great Cold Death Of The Earth, il picco melodico dell'album, la cui sezione strumentale (con mandolino e trombone disfonico) conta anche come il loro miglior arrangiamento. L'album si chiude con un'altra eco di Leonard Cohen, la dolente A Desolation Song, sussurrata al mandolino e alla fisarmonica. La pesantissima I Am The Wooden Doors suona invece fuori contesto. Se questo è metal, raramente il metal viene suonato in maniera così profondamente romantica.

Avendo imparato l'arte di mescolare melodie folk con suoni pesanti, hanno ulteriormente semplificato le loro canzoni su Ashes Against the Grain (End, 2006). Se la marziale Limbs (9:50) sembra incompiuta o incerta, la virulenta Falling Snow (9:38) raggiunge l'obiettivo con il minimo sforzo. Il duetto tra parole quasi parlate e canto estatico si risolve in un coro a due voci prima del "croccante" galoppo strumentale finale. La più calma Fire Above Ice Below (10:28), il pezzo forte melodico dell'album, è un dolce valzer inondato di caldi toni di chitarra e voci sibilanti che una chitarra petulante trasforma in una canzone da campeggio.
L'elemento metal prevale in Not Different the Waves (9:15), scosso da un riff danzante e tonante. La voce pulita intona un morbido inno da chiesa, ripreso dai rumorosi assoli di chitarra. Il connubio tra suono duro e voce morbida viene disturbato solo per pochi secondi, ma in modo sinistro, quando la voce si trasforma nel grido di un lupo mannaro. La suite in tre parti Our Fortress Is Burning è un po' confusa, ma unisce la melodia più semplice (ripetuta all'infinito dalle chitarre finché non suona come i Pink Floyd o l'ipnosi Zen) e un lungo esperimento elettronico. Le canzoni centrali, Fire Above Ice Below e Not Different the Waves, torreggiano sulle altre. Le edizioni in vinile includono il pezzo strumentale da 19 minuti di Scars of the Shattered Sky.

L'EP A Grey Exploration (2004) contiene versioni remixate di alcune delle loro canzoni. Per esempio, The Lodge diventa una canzone di 13 minuti e Odal diventa un pezzo elettronico.

Marrow of the Spirit (Profound Lore, 2010), prodotto da Steven Lobdell, ha segnato un ritorno al black metal con una serie di canzoni molto meno melodiche.

The Serpent & The Sphere (Profound Lore, 2014) è un album pretenzioso le cui canzoni contengono troppa ampollosità vuota. Birth and Death of the Pillars of Creation e Dark Matter Gods sono i più lunghi, ma il più breve Astral Dialogue potrebbe essere migliore. I dodici minuti strumentali di Plateau of the Ages mostrano certamente abilità, ma non sempre questa è sufficiente per giustificare la musica. Un pasticcio senza ispirazione.


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