- Dalla pagina su Antony & The Johnsons di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
L’androgino cantautore transgender Antony “Anohni” Hegarty (nato in Inghilterra nel 1971, trasferitosi in California e poi a New York, dove risiede) forma i Johnsons e pubblica Antony & The Johnsons (Rebis, 2000 - Secretely Canadian, 2005), un album di sofisticate canzoni pop. L’atmosfera noir, espressionista e un baritono vibrante che ricorda il Brian Ferry dei Roxy Music forgiano un umore guasto, tutt’altro che umano, che minaccia di continuo di far deragliare i lineari arrangiamenti. La sua arte può apparire un monotono sfogo di emozioni magniloquenti, e invece oscilla dal marziale lied operistico incentrato sul piano di Twilight al funesto music-hall Hitler In My Heart fino ad arrivare a Blue Angel, quella più vicina al canto impetuoso di Nick Cave (che, in un mondo ideale, sarebbe il suo virtuoso alter-ego). Le composizioni sono abbastanza semplici ma efficaci, con il confluire di trombe e violino nell’enfatico inno di Cripple And The Starfish, di arpa e flauto per il tenero lamento di Rapture, di violino e clarinetto per la maestosa Divine. La voce è al centro della scena dall’inizio alla fine. L’album è fondamentalmente un recital.
La sua voce è protagonista anche su I Am a Bird Now (Secretly Canadian, 2005), un caldo, intimo, ritratto umano delle sue ossessioni che sembra essere l’esatta antitesi del disco di debutto. Tra esili arrangiamenti di archi e piano, quella voce incarna romanticismo come poche grandi voci del passato (Frank Sinatra, Elvis Presley), e spesso impersona l’eroe tragico di un musichall decadente in un teatro fuori Broadway. Il pathos è la "raison d’etre" dell’inno pianistico Hope There's Someone. Persino più addolorata, My Lady Story emana l’intensità di uno spiritual, mentre l’appena più estroversa For Today I Am A Boy è vibrante come un gospel. Antony ha un debole per l’accompagnamento cameristico di piano e archi, cosa che conferisce una qualità austera e, in definiva, fredda a elegie come Man Is The Baby. A fornire carburante alla musica il contrasto tra i suoi vocalizzi altamente emotivi e la relativa neutralità dello sfondo strumentale. Quando vanno di pari passo, scompare parte del fascino, come in Fistful of Love, una ballata vecchia maniera che fonde Elvis Presley e Jackie Wilson. Con un cameo di ospiti d’eccezione come Lou Reed, Rufus Wainwright, Devendra Banhart e anche Boy George dei Culture Club, e ampiamente sovrastimato da una parte della stampa, il secondo album legittima sostanzialmente l’arte auto-biasimante di Antony Hegarty.
The Crying Light (Secretly Canadian, 2009) riesce ad accrescere l’importanza degli arrangiamenti e del canto, senza che nessuna delle due componenti ne faccia spese. Da una parte l’orchestazione neoclassica (perlopiù di Nico Muhly) crea il proprio mondo di emozioni senza voce, come se lo sfondo di un ritratto riuscisse a dire qualcosa di più importante e personale della persona ritratta. I musicisti (in particolare la violoncellista Julia Kent, il violinista Maxim Moston, il cornista Doug Wieselman e il chitarrista Rob Moose) riescono ad intrecciare motivi diversi sul tema di una stessa canzone. Dall’altra parte la voce di Antony è ancor più protagonista, a tal punto che si ha la sensazione di essere davvero di fronte ad un ritratto. Her Eyes Are Underneath The Ground si affida all’elegante contrappunto tra strumenti e voce. Ma la melodia è piuttosto banale, e gli strumenti dominano la struttura che si finisce per chiedersi se Antony non stia rovinando la propria musica. Una melodia più intensa (che ricorda il Merseybeat e sonorità bubblegum pop) dà energia a Epilepsy Is Dancing. Antony sembra geneticamente incapace di riempire una canzone con più di qualche sporadica nota, mentre un’orchestrazione elegante e trasognata riempie i vuoti. A tratti sembra che la parte strumentale e le acrobazie vocali appartengano a due album diversi. Ad esempio One Dove è in miracoloso equilibrio tra sonorità neoclassiche, pop e jazz (ed è forse la migliore parte strumentale dell’album), ma vocalmente è una lagna che rende divertente anche Morrisey. Raramente le parti vocali portano a qualcosa di buono. Le uniche eccezioni alla regola sono forse il gospel agonizzante di Another World e in particolare il gospel in crescendo Aeon (per quanto si tratti di un déjà vu). Daylight And The Sun, il brano più lungo (sei minuti), trova forse il miglior equilibrio tra parte strumentale e voce, una romantica sonata per pianoforte perfettamente incastonata in un lied espressionista. Il momento più incantevole è Dust And Water, canto africano a cappella che si scontra con un coro ronzante, che si carica il peso di tutto l’arrangiamento. Il momento più commovente è Everglade, brano di chiusura, in cui finalmente una buona parte vocale (benché già sentita negli annali del pop e degli showtunes) si sposa coerentemente con l’orchestrazione. Ma sono due canzoni riuscite a spese dell’ambizione: altrove i colleghi di Antony si battono per la musica astratta free-form, mentre qui troviamo un’orchestra pop vecchio stile, o addirittura nessuna orchestra. Malgrado le evidenti ambizioni e la cura scrupolosa nella composizione della musica e delle parole, troppi momenti dell’album sono modesti e senza ispirazione. Kiss My Name è una superficiale canzone pop, da qualsiasi prospettiva la si guardi, accompagnata da uno stile lounge. Un rapido confronto con un grande concept dello stesso anno, Hospice degli Antlers, ci suggerisce che questi ultimi sono di gran lunga più creativi nell’uso sia della voce sia degli arrangiamenti.
Swanlights (Secretly Canadian, 2010), dopo l’invocazione mantra di Everything Is New, si divide armoniosamente tra vivaci inni alla vita (il lied per pianoforte Fletta, con Björk, il singolo pop Thank You For Your Love) e cupe meditazioni sulla morte (il requiem The Spirit Was Gone). L’influenza neoclassica è più forte che mai in Salt Silver Oxygen e I’m In Love (imbevuta di fiati, archi, contrabbasso e pianoforte).
Antony Hegarty cambiò di nuovo nome e pubblicò Hopelessness (Secretly Canadian, 2016) sotto lo pseudonimo di Anohni, una collaborazione col produttore inglese Hudson Mohawke (che lavorò con Kanye West) e con il maestro dei sintetizzatori Oneohtrix Point Never, che è sia un album da ballo che uno di protesta. La mezz’età può essere brutale. Inizi a protestare contro chiunque e qualsiasi cosa perché ti rendi conto che il mondo non ha più bisogno di te e che stai velocemente diventando ospite indesiderato di quel mondo che, in rapida trasformazione, non riesci più a comprendere. Antony può avere tutte le buone ragioni per scagliarsi contro i potenti ed i ricchi, ma risulta monotona ed irrilevante quando tralascia il fatto che la maggior parte delle guerre sono finite, che le vittime nel mondo sono diminuite di numero e che le nazioni che furono colonie affamate, stanno sorgendo ancor più velocemente delle vecchie nazioni imperiali. Se non ti addormenti dopo la ballata soul in apertura Drone Bomb Me, un’elegia a tutti i bambini afghani che aspettano di essere uccisi dai droni americani, c’è un po’ di dramma sinfonico nella petizione per i cambiamenti climatici 4 Degrees ed un po’ di pathos in Why Did You Separate Me From the Earth. Dalla terza canzone in poi, realizzi che questa è solo una raccolta interminabile di noiose litanie. Il picco musicale è Watch Me, sia per il suo vibrante ritornello blues che per i suoi cupi arrangiamenti. Hopelessness beneficia del maestoso arrangiamento da camera ma dopo si trasforma in una sorta di canto da piantagione con synth frenetici. Le sue proverbiali vulnerabilità e fragilità sono diventate una scusa per cantare in un tono sconsolato, appropriato al lamento della incombente ed insensata apocalisse, ma a stento musicale. La sua musica non è sempre terribile. Solo chiede disperatamente una cantante meno terribile. Uno può rispettare l’attivista eco-femminista, ma allo stesso tempo chiede qualche qualità artistica. Ed, ovviamente, lei evita di dirci come farebbe a proteggere l’Afghanistan dalle mani dei fondamentalisti islamici. È facile criticare presidenti e generali, difficile è aiutare gli afghani a diventare liberi e ricchi come lo è lei. La domanda è: l’apocalisse sta arrivando a causa di una guerra impopolare combattuta con i droni da un presidente o perché la gente dei quel paese (come Anohni) è indifferente alle tragedie delle altre nazioni? Dello stesso segno, è facile per una ricca occidentale inveire contro il vero disastro ambientale che ha reso ricco l’occidente: cosa dovrebbero fare gli altri paesi del mondo, astenersi da ciò che ha reso ricca Anohni? Lei canta: “Non voglio il tuo futuro”, non “Non voglio il mio presente”. Le canzoni di protesta sono semplici da scrivere.
Ha contribuito, attraverso Manta Ray (2016), alla colonna sonora di un film sull’ambiente.
Anohni scomparve dopo l'EP Paradise (2017).
Riemerse sei anni dopo con l'album My Back Was a Bridge For You to Cross (2023), una collaborazione con il produttore Jimmy Hogarth (Amy Winehouse, Sia, KT Tunstall) e una reunion con la sua vecchia band The Johnsons, una raccolta di malinconiche ballate orchestrali (It Must Change, Why am I Alive Now?) e lamenti tremanti (Sliver of Ice, Scapegoat) ispirati ai grandi cantanti jazz e soul (sia uomini che donne) degli anni '50.
La band prova qualcosa di blues (Rest) e qualcosa di funky (Can't), ma per lo più si tratta di un'esperienza noiosa.
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