- Dalla pagina su Ariel Pink di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

Il cantautore e polistrumentista Ariel “Pink” Rosenberg (Los Angeles, 1978), già auto-produttore di numerose audiocassette, ha iniziato il suo progetto “Haunted Graffiti” col doppio CD House Arrest / Loverboy (Ballbearings Pinatas, 2003 – Paw Tracks, 2006). L’idea generale era semplicemente una rivisitazione lo-fi dell’età dell’oro degli anni ’60.
House Arrest è poco interessante quando sembra il prodotto dell’ennesima cover band dei Beatles che prova in un garage (Hardcore Pops Are Fun) o quando scimmiotta patetiche arie facilmente orecchiabili (West Coast Calamites). Pink eccelle nei numeri più allegri che resuscitano gli spunti epici e l’esuberanza tintinnante del folk-rock (Interesting Results) o le ariette romantiche marcianti in stile Turtles (Helen). Uno slancio ulteriormente sperimentale produce buffe creature aliene che ricordano le canzoni di Frank Zappa: Flying Circles, un curioso ibrido di synth-pop e doo-wop, e il dub-voodoobilly di Almost Waiting. Sono coinvolgenti anche la parodia hard-rock psichedelica di Gettin’ High In The Morning e l’atmosfera di Alisa. Loverboy preferisce un suono più sciolto, anche avventurandosi nella dance con Don’t Talk To Strangers (una miscela di dance-punk e rap) e She’s My Girl (un ritorno alla new wave vicino a Da Da Da del Trio). I suoi intenti revivalistici spaziano dalle canzonette per organetto degli anni ’60 (Loverboy, il pezzo forte) al melodramma enfatico del prog-rock nordico (Poultry Head). Il resto, sfortunatamente, è notevolmente inferiore, nonostante il lavoro di John Maus in Ghosts, composta sul rondò di Guillaume de Machaut Rose, Liz, Printemps, Verdure.

Worn Copy (Rhystop, 2003 – Paw Tracks, 2005) sembra una collezione degli avanzi ei due CD di debutto, ma segna anche un allontanamento dalla ricerca di stile revivalistico. Il motivo melodioso di Trepanated Earth emerge da un collage estenuante di undici minuti; quello di Foilly Foilbles/GOLD segue un’introduzione ancora più astratta. Ci sono ammiccamenti alla new wave (Artifact) e alla disco (The Drummer), ma troppo spesso questo album suona come Frank Zappa senza humor né genio, benché occasionalmente le parti strumentali siano originali e surreali (Creepshow, Thespian City).

The Doldrums (2004), registrato originariamente nel 1999, presenta un artista diverso, meno interessato all’imitazione dei classici e più alla sapiente creazione di atmosfere angosciose senza immediati riferimenti musicali, come Strange Fires, For Kate I Wait e soprattutto The Ballad Of Bobby Pyn, di undici minuti. Se Haunted Graffiti può essere considerato il manifesto della sua arte revivalistica, questi pezzi più maturi cavalcano il confine tra più generi. Sfortunatamente, c’è ancora troppo materiale riempitivo (melodie triviali, esecuzione priva d’ispirazione, produzione troppo scadente, che potrebbe essere il punto critico, come no). Per arrivare a Let’s Build A Campfire There, moderatamente interessante, bisogna passare attraverso troppa spazzatura.

Pre (Human Ear, 2006), attribuito ad Ariel Rosenberg’s Thrash and Burn, raccoglie registrazioni dal 1998.

Stranded At Two Harbors (UUAE, 2006), attribuito agli Holy Shit, è una collaborazione.

Scared Famous (Human Ear, 2007) mette da parte gli ibridi confusi e si concentra su canzoni più dirette, delle quali Howling At The Moon è la più godibile. Il burlone dei Sixties torna con Scared Famous e Passing The Petal 2 You, ma altrove le sue imitazioni fanno fiasco. Molte di esse, infatti, sembrano folli parodie alla Residents (Are You Gonna Look After My Boys?, Talking All The Time, The Kitchen Club). C’è solo una traccia davvero originale: Beefbud. La acid jam da sette minuti di Jesus Christ Came To Me In A Dream arranca senza metà un po’ troppo a lungo.

Underground (Vinyl International, 2007) riassume vecchie registrazioni del 1998-99.

Oddities Sodomies Vol. 1 (Vinyl International, 2008) è stato eseguito da un coro di bambini.

Pink forma un gruppo rock vero e proprio, gli Haunted Graffiti, con cui regstra Before Today (4AD, 2010) abbandonando la vecchia linea lo-fi. La colonna sonora funk strumentale Hot Body Rub contiene suoni ben congegnati, come la ballata soul Round And Round (uno dei suoi classici), la delicata elegia soft-jazz di Can’t Hear My Eyes, e il mix disco Beverly Kills in mezzo a brutti ricordi vintage di Bee Gees e Michael Jackson. L’unico vero pezzo epico appare in Butt House Blondies, anche se rovinato da un assolo di chitarra (ironicamente, giacché Pink inserisce di rado assoli nelle sue canzoni). Il pezzo dal ritmo davvero potente è Revolution’s A Lie, un elettrizzante voodoobilly degno della new wave.

FF>> (2010) contiene registrazioni del 2000-01, compreso il clownesco synth-pop di Intro / Where Does The Mind Go, la sessione corale May The Music Never Die, la jazzistica Girl In A Tree, e specialmente l’inno onirico The Kitchen Club.

Convertitosi a facili produzioni pop, Ariel Pink ha rilasciato altre hit retrò e nostalgiche in Mature Themes (4AD, 2012), a cominciare dalla melodiosa e dolce ode Byrds-iana On My Dreams. Il suo picco revivalistico Symphony Of The Nymph riesce a mescolare un surreale motivo Merseybeat, richiami al country/western e riff di organo anni ’60 (perfino un’eco della sequenza galoppante di Telstar). Il grosso dell’album è immerso in suoni vintage anni ’60, dallo space-rock infausto di Early Birds Of Babylon alla malinconia Doors-iana di Farewell American Primitive. Il suo lato folle è ancora vivo e vegeto, ma ora attinge direttamente dalle prime operette di Zappa, producendo risultati che spaziano dall’eccellente (Kinski Assassin) al divertente (Schnitzel Boogie) al mediocre (Pink Slime). Pink affronta anche la lenta e sensuale ballata soul Baby (una cover di Donnie e Joe Emerson).


(Tradotto da Stefano Iardella)

Pom Pom (4AD, 2014) in generale è una delusione, ma è comunque degno di nota, innanzitutto e soprattutto per aver resuscitato il genio satanico di Kim Fowley (che una volta si chiese “c'è un batterista all'inferno?” sul suo glorioso capolavoro Outrageous). Fowley, che nonostante la sua età avanzata non ha paura di essere associato ai ritornelli più kitsch, ha co-scritto tre dei migliori jingle satirici dell'album: Plastic Raincoats in the Pig Parade, Nude Beach A G-Go e Jell-o. L'apice dell'umorismo musicale, tuttavia, si raggiunge con l'affascinante brano disco e spaghetti western di White Freckles, totalmente in linea con l'estetica assurda di Frank Zappa. Ci sono due picchi di follia stilistica: Exile On Frog Street e la fantasia psichedelica da cartoon della prima metà di Dinosaur Carebears. Il pop mid-tempo più serio dei suoi singoli Put Your Number in My Phone e Picture Me Gone, invece, si rivela un fiasco. Se avesse voluto vendersi come cantante pop, avrebbe avuto maggiori possibilità con la solenne e travolgente Dayzed Inn Daydreams (cosa che Gordon Lightfoot avrebbe potuto fare). Lungo la strada si prende gioco del synth-pop (Lipstick, Not Enough Violence), della nostalgia venata dagli Everly Brothers in One Summer Night, della surf music (Nude Beach A G-Go), dell'hard rock (Goth Bomb, il tipo di parodia che le Go-Go's avrebbero potuto trasformare in una hit, e Negativ Ed), del reggae (la seconda metà di Dinosaur Carebears), del blues-rock (Sexual Athletics, con il riff dei Cream in Sunshine of your Love), ecc.

Dedicated to Bobby Jameson (Mexican Summer, 2017) di Ariel Pink, dedicato a un cantautore di Los Angeles che non ha mai sfondato, è quasi l'esatto opposto di Pom Pom: una semplice raccolta di canzoni senza pretese. Le canzoni appartengono a lati diversi del musicista. C'è uno spot pubblicitario vergognosamente sold-out che imita il synth-pop più pacato degli anni '80 (Feels Like Heaven e In the Closet) ed evoca il dancefloor più idiota del suo tempo (la litania elettronica lounge soul di Acting, la jam funk robotica di Death Patrol e, nella migliore delle ipotesi, la sintetica canzoncina in stile Frank Zappa di Time to Meet Your God).
D'altra parte l'elemento nostalgico balza in primo piano in Dedicated to Bobby Jameson, che suona come il bubble-pop degli anni '60 mescolato alla chitarra stridente dei Byrds e ai motivi di organo e basso di Light My Fire dei Doors, e in Bubblegum Dreams, un miscuglio in stile Beach Boys con una melodia celestiale dei Byrds. La frenetica Dreamdate Narcissist potrebbe essere una "perla" dell'era psichedelica dei Thirteenth Floor Elevators.
L'album non si prende rischi, tranne che nell'orgiastica e martellante marcia gotica di Time to Live che ruba il ritornello a Video Killed the Radio Star dei Buggles.


- Torna alla pagina su Ariel Pink di Piero Scaruffi -