- Dalla pagina sui Books di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Books sono un duo (Nick “Zammuto” Willsher e
Paul DeJong)
di stanza a New York che architetetta una fusione tra musica folk,
elettronica,
samples vocali e found sounds. Zammuto ha anche realizzato su CDROM
una trilogia
elettronica dal titolo Solutiore of Stareau, registrata tra il
1998 e
2000, la terza parte è stata ristampata col titolo
Willsher (Apt
B, 2000). Il primo album dei Books, Thought For Food (Tomlab,
2002),
mostra già familiarità con le tecniche della musica
d'avanguardia
ed una inclinazione quasi John Cage-ana per la ricostruzione in studio
dei suoni.
Enjoy Your
Worries You May Never Have Them Again è un’ambientazione interessante per
una sorta di psicodramma in cui le voci sono mixate con gli strumenti in un
collage elettroacustico all'apparenza infantile. Anche negli archi oscillanti
di Excess Straussess si nascondono delle voci, ma non hanno alcuna
intenzione di costruire un dialogo che abbia senso. Se c'è qualcosa di cui
discutono, é sulla condizione umana in sé, ma nessun argomento in particolare.
Dallo
strimpellio randomico di All Bad Ends All esce fuori una mini-jam di
jazz tradizionale. Un violino guida la litania country di Motherless Bastard.
C'è una canzoncina folk che cresce dentro Getting the Done Job anche se
i due non si sforzano tanto per renderla riconoscibile. Ma la maggior parte delle
canzoni sono quanto più possibile anemiche, razionando suoni e sconnettendoli
fino all'inesistenza. Dada alla fine cercava di provocare ed essere
irriverente. I Books non cercano nulla, solo mettere giù un qualche flusso di
suoni. In pezzi come Contempt (una vignetta criptica tipica dei Books)
succede molto poco. All Our Base Are Belong to Them sembra una
registrazione di una festa tra amici partita per caso con un qualche
stripellatore di banjo anche se alla fine tutti si uniscono in un coretto suonato
alla chitarra. Thankyoubranch invece procede al contrario, con un
convulso suonare alla chitarra che decade in uno spazio evanescente di droni
subliminali. L'album parla di una specie diversa di arte sonora, diversa nel
modo in cui viene impostata, e diversa nel risultato che ottiene. Quello che
stanno cercando di dire i Books è che esiste un punto in cui la musica popolare
e quella concreta si incontrano, anche se ancora non è segnato su nessuna
mappa. La tecnica di fare musica con frammenti di musica di cui John Oswald, Negativland e Christian Marclay furono
pionieri abbraccia un formato-canzone più tradizionale.
The Lemon of Pink (Tomlab, 2003) è
ancor più
disorientatne, perché la tecnica del cut-up è ancor
più
selvaggia e gli strumenti sono ancora più dissonanti. Questa
è
la solenne demistificazione delle radici americane predicate dagli
Holy
Modal Rounders, ma trasposti dalla civiltà hippie alla
civiltà
figlia dell'alta tecnologia. Questo è il cabaret surrealistico
degli
United States Of America, ma trasposto
dentro un
videogame.
Lontana
dall'essere una semplice provocazione dadaista, ogni montaggio gode di una
propria dimensione emotiva, che sia la follia caotica di The Lemon of Pink
(con strumenti a corda e voci che occupano lo stesso spazio, ma che si
comportano come se non fossero consci gli uni delle altre) o la malinconia
mezza-cantata di The Future Wouldn't That o la frenesia percussiva di A
True Story of a True Love o lo scherzetto irriverente di That Right
Ain't Shit. A volte, dal nonsense emerge dell'ordine. Il vorticoso collage
di Tokyo si ricompone eventualmente in un'aria quasi barocca sulla
chitarra. E c'è, come al solito, un'enfasi contorta sulla voce umana. Il
dialogo instabile tra gli archi (a cavallo tra musica da camera e quadriglia
country) ed i samples vocali di S Is for Evrysing esibiscono una
consistenza interna che quasi compensa la mancanza di una vera storia da
raccontare. I samples vocali di There Is No There sono assemblati e
serviti su un vivace accompagnamento country per riprodurre la sensazione di un
coretto, anche se non dicono nulla. Take Time gioca con una polifonia di
voci. Ciò che è unico in questi esperimenti sulla voce umana è che il sostrato
musicale è una versione amatoriale della roots-music, deliberatamente lasciato
incompleto, e per lo più accompagnato da meditazioni sconnesse degli strumenti
a corda (chitarra, violino, violoncello, mandolino, banjo). Sono flussi di
coscienza criptici che dispensano dalle parole.
C'è qualcosa
di grande e nobile in questo loro grottesco procedere. Squilibrata com'è,
l'arte sonora dei Books è una metafora per un piano più alto dell'esistenza,
così come quella della psichedelia dei freak-out era metafora degli stati mentali
alterati.
Nonostante la destrezza della produzione, Lost and Safe (2005) è un album molto più debole. Nonostante l’incrementato uso delle voci senza trattamento elettronico (come accadeva in precedenza) e l’enfasi sulla melodia l’album è lento, artificioso e incompleto. Ci sono molti momenti di delizia, ma complessivamente l’album pare fluire con difficoltà. Minimi suoni disorientanti popolano il vuoto spazio sonoro di . È un mondo in cui esiste un solo lento sussurro, tremolante alla fine di una frase come quello di un moribondo, amplificato all’inizio come quello di un tossicomane. Parti enigmatiche di chitarra distorte e dilatate scorrono in Be Good to Them Always. Musica sperimentale viene accelerata e decelerata, mentre un motivo vocale gentile viene interrotto da oscillazioni di suoni elettronici. L’induismo di Vogt Dig for Kloppervok fonde droni raga e percussioni fibrillanti, e poi aggiunge uno strato di montaggio sonoro di dialoghi che si chiude in un salmo de-costruito. Smells Like Content ondula come una bossanova. Ma troppi passaggi parlati detraggono molto dall’azione e molte litanie/conversazioni diventano più prevedibili di una melodia pop (c’è un punto in cui l’avanguardia è meno innovativa della retroguardia).
La forza dei Books risiede piuttosto altrove. It Never Changes to Stop è un brillante esempio di musica da camera per ticchettio di banjo indonesiano, linee romantiche di violoncello e recitazione teatrale. An Owl With Knees è una ninnananna sognante cantata in tono apatico e sostenuta da un arrangiamento surreale, incalzante ed esotico nella vena della Penguin Café Orchestra. Questi sono i pezzi che incantano. La maggior parta degli altri, nella migliore delle ipotesi, divertono.
The Way Out (Temporary Residence, 2010) fu un tentativo poco ispirato di rivitalizzare un sound non più innovativo. L'atmosfera gioviale esalta l'esperienza della disco-music poliritmica di Beautiful People (con voci eteree degne della colonna sonora di un film anni '60) e dell'intricata pastiche fratturata di I Didn't Know That. Infatti, uno può immaginarsi ciò che probabilmente avrebbe potuto fare Frank Zappa con i dispositivi digitali moderni se fosse stato ancora in vita per usarli.
Nick Zammuto ricomparve, stavolta come solita, su Zammuto (Temporary Residence, 2012), una raccolta di musica folk high-tech orecchiabile cantata (con rare eccezioni) da voci robotiche (in "vocoder"). A un estremo dello spettro c'è Yay, la cui melodia vocale scientificamente maciullata si innesta in un organo in preghiera, e all'altro estremo abbiamo invece l'eterea synth-poppeggiante The Shape of Things to Come. Nell'orgia funk sismica poliritmica di Zebra Butt ciò che viene polverizzato é invece la melodia dei sintetizzatori, mentre Groan Man Don't Cry è relativamente lineare, una ballata afro-funk il cui lavoro sulla chitarra potrebbe evocare gli Allman Brothers Band così come i griots africani (bardi, poeti che tramandano le antiche tradizioni). La baldoria e filastrocca gioviale F U C-3PO è un'altra delizia aurale. Un elemento cruciale per la riuscita di questo progetto è Sean Dixon, il batterista. Grazie a lui l'alchimia ritmica cervellotica, acrobatica di Weird Ceiling fa sembrare banale anche la più convulsa delle jam prog-rock. Sfortunatamente ci sono quattro o cinque canzoni che sono una vera noia, altrimenti questo sarebbe potuto essere lo zenith della carriera di Zammuto.
IF (Temporary Residence, 2015) di Paul DeJong è frammentato ma contiene tanti frammenti deliziosi. Auction Block è un ibrido tra la Penguin Cafè Orchestra , Music for Airports di Brian Eno e una quadriglia psichedelica degli Holy Modal Rounders . C'è dell'allegra musica folk melodica danzabile pseudo-appalachia (Hollywald) così come una micro-sonata per motivi ripetitivi rapidamente cangianti (Golden Gate). DeJong indugia in una giostra ipnotica tribale Mad-chester (This Is Who I Am) e poi ammicca alla glitch-elettronica (IF), intona una sonata lirica neoclassica Tchaikovsky-aina per violoncello, violino e chitarra (Age of the Sea) e dopo muove una vignetta androide jazzata vivisezionata da droni abrasivi (The Art of What).
L'album successivo di DeJong, You Fucken Sucker (2018), è più digitale che musicale, con samples che invadono, si impongono e distraggono. I frammenti stavolta assomigliano più a delle canzoni, soprattutto You Fucken Sucker (un coretto orecchiabile) e It's Only About Sex, ma non sono certo innovative o molto diverse dalla musica intimista del passato e del presente. Anche le idee più eccentriche ed intriganti (il frenetico baccanale The Wind, o Doomed, che si sposta dal prog-rock della scuola di Canterbury ad uno sketch di music-hall reggae-ato) sembrano slegate. Dopodiché ci lascia con banali prove di musica ambientale (Wavehoven, di otto minuti) e minimalismo (The Jar Bell), ed un finale di sette minuti per lo più parlato (Breaking up).
Anchor (Temporary Residence, 2014) di
Zammuto si affida un po' troppo alla batteria di Sean Dixon. Daniela
Gesundheitn degli Snowblink sussurra la litania di Good Graces che
si libra in una coda in falsetto angelico ma sono i poliritmi sincopati che la
tengono in vita. Il canto alla David Byrne di Need
Some Sun e il complementare organo jazzato sono innestati in un ritmo
effervescente a 5/4. Il ritmo glitchato, unico accompagnamento di Electric
Ant, ed il convulso ed intricato tamburellamento rendono il canto hawaiano
irrilevante in Hegemony. I protagonisti di Stop Counting sono
i motivi percussivi subdoli e sommessi che duettano con maestose note di
pianoforte. La strapazzata febbre caraibica di Code Breaker é
un altro momento che ricorda i Talking Heads. Quando il ritmo non
è abbastanza creativo, la canzone languisce (si ascolti Sinker). Il
fuoriclasse melodico, Great Equator, è pop elettronico che è sia
minaccioso e robotico, la naturale conseguenza del processo di Zammuto.
Il
singolo 10, invece, é un funk-rock rumoroso che non si addice molto
allo spirito dell'album.
L'EP degli Zammuto Veryone (2016) contiene uno dei loro trucchetti ritmici più disorientanti, Smolt, e una canzone pop freddamente vivisezionata, It Can Feel So Good, nella vena di Laurie Anderson
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