- Dalla pagina sugli Hella di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Gianfranco Federico e Stefano Iardella)

Gli Hella era originariamente un duo di Sacramento composto dal chitarrista Spencer Seim e dal batterista Zach Hill. Lo spastico post-rock strumentale di Hold Your Horse Is (2002) riportava indietro agli Slint e ai Don Caballero, ma anche al gioviale alt-pop dei Polvo.

L’EP Bitches Ain't Shit But Good People (2003) e il mini-album Total Bugs Bunny On Wild Bass (2003), con un sintetizzatore (datato) in evidenza, incrementarono pericolosamente l’instabilità della formula.

Il mini-album strumentale The Devil Isn't Red (2004) ridefinì l’arte della mutazione all’interno di una canzone, in un gioco di perenni identità sfocate e mutevoli. La musica è deliberatamente caotica, trasognata e obliqua, ma sempre ancorata al drumming apocalittico di Hill, se non alla chitarra isterica di Seim (meno alle sue tastiere). Questi brani sono per lo più esibizioni di un virtuoso contrappunto sincopato, agonizzante e in qualche modo isterico/punk (The Devil Isn't Red,Hello Great Architect Of The Universe, The Mother Could Be You), tra un’occasionale scenetta miniaturistica atonale come Big Time And The Kid, reminescente della no wave (i DNA di Arto Lindsay) e un’occasionale, frenetica eruzione senza respiro, in grado di spingersi oltre i limiti (Top Twenty Notes). Pian piano ci si addentra nei reami del noise elettronico e percussivo con Brown Medal 2003 e Except No Subs e si percepiscono tracce di un prog-rock d’annata nel blues a là Captain Beefheart di Suistyle (che termina gloriosamente con una sorta di coda digital hardcore). La conclusiva Welcome To The Jungle Baby è il brano più “tradizionale”, quasi melodico e quasi hard-rock.

Il doppio disco degli Hella Church Gone Wild/Chirpin Hard (Suicide Squeeze, 2005) è la somma di due album, uno per ogni compositore. Questa volta il duo non rinuncia alle parti vocali.
Lo spettacolare e monumentale Church Gone Wild, di Hill,apparentemente una suite in dodici movimenti, presta una moderna facciata a due vecchi idiomi del rock d’avanguardia, la musica industrial e il noise-rock. Dopo l’ouverture fantascientifica Leaving the Arena of Anthropology, la forte ed enfaticamente gotica I'm Quitting the Cult tra la rock opera degli Who e l’hard rock dei Led Zeppelin, e il turbolento, incontrollabile drumming di Half Hour Handshake introduce caotiche parti vocali.
D'altra parte, Imaginary Friends, relativamente orecchiabile ma ancora selvaggiamente eccentrica, evoca la psichedelia naif di Kevin Ayers e Syd Barrett. Wildlife Takes the Loser by Nightsi apre con una danza latina tip tap e muta in un boogie da zombie, mentre un rumore assordante e percussioni martellanti offuscano i confini fra i generi. Una volta che ci si abitua al massiccio muro di suono (rumore?), le parti vocali ottengono più attenzione e diventano quasi una distrazione. Ma idee come il requiem spettrale Earth's First Evening Jimi Hendrix-Less and Pissed (con un sample ripetuto di pianola e coro e, come al solito, percussioni totalmente fuori sincrono), la square dance orgiastica Wish I Never Saw a White Man e il magniloquente blues sinfonico di Baby in a Coma/ Child of No Calendar (che implode rapidamente in un buco nero ritmico) sono ancora splendidi esempi di immaginazione all’opera. Un altro picco di dissonanza viene raggiunto con l’incubo organico senza parole Bodyguards Harmonic. La successiva, We Was Just Boys Living in a Dead Ass German Shepard, consta semplicemente di un matto che picchia su qualsiasi cosa riesca a recuperare, laddove un brutale riff di chitarra non riesce a placare il maelstrom di rumore e l’apocalisse jazz-metal che segue. Ogni brano è avvolto in una nebbia lisergico-industriale, incapace di procedere su binari rettilinei, soggetto a innumerevoli deviazioni, facilmente dirottato da ritmi e rumori che rompono tutte le regole. L’intensità raggiunge livelli molto critici.

Chirpin Hard di Seim aggiunge toni da videogame, con lo scopo di decostruire la new wave, e riferimenti al prog-rock. In confronto alle forze sovrumane liberate dal disco di Hill, l’album di Seim è più rilassato. Gli strumentali in evidenza includono il voodoobilly pulsante di Gold Mine Gold Yours, con sovratoni surf-horror (i Fleshtones sotto steroidi); la tirata minimalista Try Dis; il balletto spaziale cubista Mind Over Butter; e la conclusiva Chirpin Hard, con i suoi pochi minuti di artiglieria techno robusta e rimbombante (il resto del brano è riempitivo). Se questi fossero due album separati, quello di Hill sarebbe uno dei capolavori della decade.

Concentration Face & Homeboy (5 Rue Christine, 2005) è un EP con l'aggiunta di un DVD.

There's No 666 In Outer Space (Ipecac, 2007) degli Hella presentava una vera band, con il vocalist Aaron Ross, che sbandava tra stereotipi folk, pop e jazz. Le parti vocali, ad ogni modo, sono molto più “regolari” che nelle uscite precedenti. Tutti i cambi di tempo, i ritmi sincopati e i rumori anarchici di chitarra di World Series, organizzati in modo tale da emanare una pompa e una suspence post-rock, coesistono con voci degne di uno shouter da pub-rock nello stile dei Fall. Ci sono una melodia e un pathos sorprendenti in Let Your Heavies Out in mezzo alle stridenti, bestiali movenze a là Jesus Lizard e Shellac.
C’è del metodo cubista all’opera nell’appiattimento delle curve e nella creazione di discontinuità, e Soundtrack To Insecurity è particolarmente rappresentativa di ciò. Dopo qualche istante tutti i ritmi, complicati e cervellotici, e i riff iniziano a suonare simili tra loro. Se si eccettuano i sovratoni tragici di Ungrateful Dead (specialmente nella seconda metà, quando la canzone si ridimensiona alla forma della ballata) e lo spirito da musichall di Anarchists Just Wanna Have Fun, la metà dei brani sarebbero degni di essere ricordati solo come copie carbone. Il lato più confidenziale di questa musica conduce alla sperimentazione sulle armonie pop di Friends Don't Let Friends Win e al sarcastico shuffle funk-soul Hands That Rock The Cradle (il secondo brano è certamente intrigante, ma il primo è trash). There's No 666 In Outer Space punta persino all’epopea degli U2. La produzione brillante e l’esecuzione da virtuoso rappresenta un salto notevole nelle ambizioni, ma niente qui può essere paragonato allo splendore di Church Gone Wild. L’impatto degli Hella è notevolmente diminuito.

Nervous Cop  (2003) era un progetto con Joanna Newsom, il batterista dei Deerhoof Greg Saunier, il batterista degli Hella Zach Hill e il tastierista dei Deerhoof John Dieterich.

Zach Hill suonò anche in Lead Singer (2004) dei Flossin, un trio con Chris Willits e Kid 606.

Un trio guidato da Zach Hill registrò due album sotto diversi nomi: l’infernale Thank God It's Friday dei Guy Fantasy e il meditativo Louisiana Purchase degli Arctic Boys.

Gli Holy Smokes di Zach Hill, con Rob Crow, pubblicarono Masculine Drugs (2004) e Talk To Your Kids About the Gangs (2006). The Ladies era una collaborazione con Rob Crow, che pubblicò They Mean Us (Temporary Residence, 2006). Sono i lavori meno sperimentali di Hill.

Goon Moon era un gruppo composto da Zach Hill degli Hella, il chitarrista dei Marylin Manson Twiggy Ramirez e Chriss Goss dei Masters Of Reality, che debuttò con I Got A Brand New Egg Layin' Machine (Suicide Squeeze, 2005), un album rock relativamente lineare per gli standard di Hill.

Team Sleep, un supergruppo di sorta con il cantante dei Deftones Chino Moreno, Zach Hill degli Hella alle percussioni e Tom Wilkinson alla chitarra, più diversi ospiti, applicava il post-rock al trip-hop su Team Sleep (2005).

Shred Earthship (2006) era una collaborazione tra Zach Hill e il bassista degli Orthrelm Mick Barr: 19 spastiche convulsioni di jazz atonale.

Zach Hill ha suonato anche nel primo album di Marnie Stern.

Zach Hill debuttò come solista con Astrological Straits (2008), un tour de force di percussioni poliritmiche che suona spesso come gli Hella con tante tastiere, e che alterna sostanzialmente canzoni pop eccentriche (Dark Art) e suite di prog-rock (Astrological Straits). Alla valanga di beat si aggiunge una passione per gli arrangiamenti con ogni sorta di effetti sonori. Hill non sembra sapere cosa voglia davvero suonare, probabilmente perché suona tutto molto bene. L’insieme, ahime, è confuso, per dirla tutta. Il disco di accompagnamento contiene Necromancer, un duetto di 33 minuti con il pianista jazz Marco Benevento.

Zach Hill ha collaborato anche con Scott Herren dei Prefuse 73 su Ice Capped at Both Ends (2009) dei Diamond Watch Wrists.

Tripper (2011) degli Hella, con il duo originale Spencer Seim e Zach Hill alla chitarra e alla batteria, vantava la frenetica Headless e la solenne Yubacore, ma nessuno dei dieci brani erano lunghi abbastanza da giustificare la loro struttura incautamente irregolare.

Sam Coomes dei Quasi e Spencer Seim degli Hella formarono i Crock, il cui debutto avvenne con Grok (Jackpot, 2011), prevalentemente basato su deformità psych-pop molto rumorose come No More Dumb Fun e Nutritional Beast, ma che indulgeva anche in trip violenti/ipnotici come la litania Eat Your Hat Out, alimentata da frenetici blast-beats.

Il trio composto dal cantante Stefan Burnett, il batterista Zach Hill e il tastierista Andy Morin formò il gruppo hip- hop Death Grips, che debuttò con gli sproloqui di Exmilitary (Third Worlds, 2011), il primo album che dopo lungo tempo resuscitò lo spettro dei Tackhead. L’enfatica declamazione corale di Beware stabilisce il tono generale con una chitarra forte e battiti veloci, ma lo stile originale del trio è dimostrato meglio in Guillotine, un rap molto meno impudente che si disintegra in un ammasso di pulsazioni elettroniche; altrove il contrappunto vocale e i beat galoppanti intonano la sarabanda giocosa ed esuberante di Lord Of The Game. Il registro della voce cambia in ogni momento, e così anche l’accompagnamento. Takyon (Death Yon) mutua i sovratoni tragici del gangsta-rap con un basso rombante e un rapping marziale. Abbandonando per qualche minuto l’intensità da predicatore, si passa ad un tono più discorsivo con Culture Shock e lo si adatta ad una jam di spasmodica musica da robot. In un’altra esplosione di brutalità punk, viene messo in scena il caos da pista da ballo di Thru The Walls. Ancora senza fiato per quella folle corsa, un secondo dopo il gruppo innesta un ritornello di organo prog-rock nella litania di Known For It. E si chiude con il frenetico, caotico rap e drumming di Blood Creepin, quasi una danza gotica tribale.

Una sottile ed erudita tendenza alla riappropriazione post-modernista della musica rock d’altri tempi spinge il progetto verso ogni sorta di direzione. Spread Eagle Cross The Block alza la posta con la sua decostruzione di twang e riverberi di chitarra quasi surf (il classico di Link Wrai Rumble) ad un ritmo da thriller spionistico d’annata (e la parte vocale suona come un remix più arrabbiato della Rolling Stone di Bob Dylan). Klink urla e sbraita contro un muro di beat a pallettoni, ma termina in maniera criptica con il campionamento di un riff di organo da una hit garage-rock degli Anni 60 (Liar Liar dei Castaway). Uno scarno beat monocorde getta le basi per I Want It I Need It (Death Heated), ma la vera energia scaturisce dal sample strategico del riff di chitarra di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd. E’ significativo che solo Culture Shock (e in qualche modo Thru The Walls) rilasci la stessa potente energia di questo trio di gloriose rivisitazioni. Questa musica copre un vasto spettro di stili e ogni brano risulta riuscito nella propria nicchia.

I Death Grips migliorarono la qualità del sound ma ridussero l’impatto emozionale su The Money Store (Epic, 2012). L’elettronica sibilante di Get Got è una buona metafora della canzone media di questo album: grandi idee, realizzazione impeccabile, ma una fredda, impersonale attitudine che raramente tocca le corde. Blackjack è un’eccezione degna di nota, una potente progressione ritmica con assalto verbale. I've Seen Footage, che suona come un remix di Push It dei Salt-N-Pepa con un memorabile riff di chitarra, offre il momento più coinvolgente. Poi c’è la tiritera e la danza pow-wow di System Blower e c’è il martellante, fibrillante industrial di Hacker; ma tutto suona più facile e commerciale. E, ovviamente, c’è l’unico momento di follia, l’inizio di Punk Weight, qualcosa come un remix mediorientale di una hit degli Aqua suonato a velocità doppia. Questo album è ben più convenzionale del primo dei Death Grips.

Hill impiegò molto più tempo per dare un seguito ad Astrological Straits: Face Tat (2010) suona come un quaderno di appunti, un pot-pourri di idee incomplete, piuttosto che un’opera coerente. I brani coprono una gamma che va dall’orecchiabile The Primitives Talk a qualche collage di musique-concrete. Il picco di intensità è The Sacto Smile, una collaborazione con Dean Spunt e Randy Randall dei No Age e il chitarrista dei Tera Melos Nick Reinhart.

No Love Deep Web (2012) dei Death Grips continuava il declino artistico del progetto.


(Tradotto da Filippo Maranghi)

Ora i Death Grips sono la principale occupazione di Zach Hill. Government Plates (2013) vanta le detonazioni nucleari del basso di You Might Think He Loves You For Your Money e le strabilianti distorsioni di I’m Overflow, ma il vero progetto si cela nei pezzi che minimizzano il rap: nell’intermezzo cubista This is Violence Now, un collage maniacale di campionature vocali e beat robotici; nel surreale e psichedelico intermezzo Birds; nell’astratto vortice sonico di Feels Like a Wheel; e nella ripetizione minimalista e mozzafiato di Whatever I Want. Appare come un lavoro di transizione, rimaneggiando ciò che fanno per mestiere mentre timidamente mescolano nuove idee per il futuro.

The Powers That B consiste in due album che sottolineano sia le capacità che le debolezze dei Death Grips: Niggas on the Moon (Harvest, 2014) e Jenny Death (Third Worlds, 2015). Il primo, un tentativo alquanto breve e poco ispirato, riporta il rap in prima linea. La musica è molto meno inventiva, e di sicuro non mozzafiato. Emerge il relativamente leggero e umoristico Billy Not Really, e la follia cubista dell’album precedente riemerge in Have a Sad Cum. Jenny Death, un delirante ritorno alla forma, inizia con l’iperattivo I Break Mirrors with My Face in the United States, successivamente surclassato dalla frenesia esplosiva di Turned Off. Poi affonda nell’atmosfera claustrofobica di Inanimate Sensation, rapidamente sminuita dal violento incubo espressionista di Why a Bitch Gotta Lie se non dall’audio disturbante e dalla psicologia vocale di PSS PSS. Poi improvvisamente l’album cambia marcia con la musica da macchinario impazzito di Beyond Alive e dallo strano valzer di On GP, che si fionda indietro al rock industriale à la Ministry degli anni ‘90 e ai jam elettronici di Neil Young. La traccia finale e strumentale Death Grips 2.0 cementa la sensazione distopica dell’album.

Bottomless Pit (Third World, 2016) è un altro passo dei Death Grips verso un suono più amichevole, come era stato The Money Store, con canzoni più brevi e un sound più dolce. L’apertura virulenta ma anche istrionica in Giving Bad People Good Ideas, con sottofondo vocale femminile, suona come una versione teatrale dei Ministry. Ring a Bell regge al meglio l’energia nucleare dei Tackhead, e la traccia finale Bottomless Pit è un inferno rockabilly che evoca l’”hardcore digitale” degli Atari Teenage Riot, ma tracce come Hot Head suonano isteriche giusto per dover essere isteriche, e spesso il caos finisce per essere clownesco, per esempio in Spikes. Le intricate strutture beat di Bubbles Buried In This Jungle e di Three Bedrooms In A Good Neighborhood sono certamente segno di abilità nello studio, ma il rap più atmosferico è Trash, che è una canzone più modesta, con ritmi (Caraibici) sottintesi e avvolta in un sudario di elettronica.

I Death Grips hanno assemblato un brano di 22 minuti nell’EP Steroids (2017) che suona come una sequenza di canzoni differenti. Dopo due minuti il ritmo esplode in un sofisticato apparato beat. Intorno al quarto minuto, il già esaltato MC si lancia in un rap ipercinetico. A circa sei minuti il brano si sofferma in una ripetizione meccanica. Al minuto otto il rap si mescola con un delirante rockabilly. Al minuto 11:30 un synth pomposo rapisce il sound brutale per una fanfara e un umorismo alla Frank Zappa. Dopo 14 minuti il batterista si scatena in una tempesta poliritmica con la cooperazione di un synth metallaro in mezzo a un diluvio di schegge industrial. Quando siamo arrivati al minuto 19:30, il brano è diventato un collage di musica concrete e videogiochi alieni.

Questo era un antipasto per l’album Year of The Snitch (Third Worlds, 2018). I Death Grips hanno provato a ristabilire la loro reputazione dopo la confusione di Bottomless Pit con il rap metal-techno Death Grips Is Online e specialmente con il voodoobilly esplosivo di Black Paint (come una collaborazione tra i Cramps e i Rage Against The Machine). Hanno sicuramente avuto successo nella breve eruzione hardcore-digitale di Shitshow, forse la loro canzone più brutale della decade, e nell’empatico ed epilettico finale, Disappointed. Dilemma è la qui loro canzone più innovativa, un ibrido di rock progressive e punk rock (con echi dei Roxy Music degli albori e dei Sex Pistols) per un rap urlato in una voce demoniaca. Ci sono ancora delle sfumature “comiche” nella scenetta teatrale Linda’s in Custody e specialmente nel falsamente eroico, sinfonico Hahaha. Persino la controparte elettronica al rap in Streaky è qualcosa che Frank Zappa avrebbe potuto fare. Molto è ancora confuso, caotico, incoerente.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Zach Hill e Andy Morin hanno anche lanciato un progetto parallelo ai Death Grips, gli I.L.Y.'s, con il breve album I've Always Been Good at True Love (2015). Il progetto maturò su Scum with Boundaries (2016), una sorta di tributo al frenetico noise-rock degli anni '90, ma andò in pezzi con Bodyguard (2017), una strana appropriazione di orecchiabile garage-rock.

I Death Grips sono tornati con l'infantile collage di 28 minuti dell'EP Gmail and the Restraining Orders (2019).
VolThree Digital (2020) è stata un'altra collaborazione tra Zach Hill e Mick Barr.

Zach Hill, il cantante dei Tera Melos Nick Reinhart e il chitarrista Robby Moncrief dei The Advantage hanno formato gli Undo K From Hot, che hanno debuttato con l'album G.A.S. Get a Star (2021), seguito dai singoli Dumb Little Fucker (2021) e Remnants of Chris (2022).
L'album sembra quasi combinare un EP abbastanza omogeneo (le prime quattro canzoni) e un insieme di brani casuali in stili diversi. Le prime canzoni sono rumorose e inesorabili: Ziplock Quilts That Kill From Hot scatena raffiche di tempestoso noise-rock elettronico e urla furiose, qualcosa come i Napalm Death incrociati ai Jesus Lizard; 750 Dispel è un industrial-rock spastico, distorto e smembrato; e Incomplete Spanks equivale sostanzialmente a un anti-rap sepolto sotto onde di supernova radioattiva. L'altro lato dell'album è molto diverso e non altrettanto coeso. Il ballabile Back Pages prende in prestito dall'hardcore digitale degli Atari Teenage Riot, Missing Information è uno strano ibrido di drum'n'bass e techno accelerata in stile Scooter, e il ruvido Crosswalk si rifà alla dance industriale degli anni '80.


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