- Dalla pagina su Steffen Basho-Junghans di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Marco Spagnuolo, completato da Stefano Iardella)

Il chitarrista tedesco Steffen “Basho” Junghans (Reinsdorf, 1953), già in una band chiamata Wacholder nel 1978, è il principale erede europeo della scuola di "primitive guitarists" americani (John Fahey, Robbie Basho). I suoi sono album per solo chitarra acustica; il naive e pastorale In Search of the Eagle's Voice (Blue Moment Arts) e i due volumi influenzati dai raga indiani Fleur de Lis (Blue Moment Arts, 1996), con Omar Khayyam Garden (primo volume) e Variations On Van Gogh, The Golden Sumsaidad e New Shakespeare Variations (secondo volume), indulgevano in un suono ipnotico dipingendo una natura meno metafisica rispetto ai lavori di John Fahey e una natura meno spirituale di quella di Robbie Basho ma con un più articolato intuito per il fluire delle note.


(Tradotto da Stefano Iardella)

All'epoca stava sperimentando una chitarra a dodici corde con corde nuove ma ancora non accordate, come documentato sull'album Virgin Orchestra No 1 (ottobre 1998), della durata di 3 ore e mezza, di cui fu pubblicato solo un frammento (in una compilation del 2002).
Landscapes in Exile (Blue Moment Arts, 2001), registrato nel novembre 1998, continuò quell'esperimento con Wild Geese Alightning On The Sandy Shore, 100 Birds Courting The Phoenix e Landscapes In Exile, della durata di 24 minuti.

Song of the Earth (Sublingual, 2000), il suo primo capolavoro, era invece una delicata e intensa meditazione filosofica alla John Fahey. Song Of The Earth (nove minuti) è emblematico del suo dolce chiacchiericcio colloquiale alla chitarra. The Grand Entry (dieci minuti) è invece un brano più contorto che evoca un'intensa ricerca interiore.

Il più sperimentale Inside (Strange Attractors, 2001) è una suite in tre movimenti. Il primo è blues, singhiozzante e quasi meccanico (in realtà è diviso in due movimenti, la seconda parte inizia dopo nove minuti). Il secondo movimento di 23 minuti (che si sviluppa su tre tracce) inizia con un andamento straziante, poi si trasforma in un'esecuzione arruffata e quasi da preghiera con momenti quasi dissonanti e infine si conclude con un capriccio confuso. Il terzo movimento di 20 minuti si apre con riff aggressivi che si ripetono in modo algoritmico. Il difetto dell'album è che risulta un po' troppo intellettuale, un lontano parente del serialismo.

E così le composizioni di Waters in Azure (Strange Attractors, 2002) erano austeri studi di texture e atmosfera. Waters Pt 1 abbandona il ritmo ritmico a orologeria per un accesso isterico di stridii e sibili, e Waters Pt 2 tira le corde per produrre un rumore selvaggiamente dissonante. Inside the Rain, di otto minuti, rivisita l'approccio algoritmico di Inside ma con il tono energico e colloquiale di Song Of The Earth. Il ritmo ipnotico di One No 1 Pt 1 concede solo echi e variazioni microscopiche. One No 1 Pt 3 è più teso ma anche meno organico. L'album si chiude con Azure No 1 The Suntreader, undici minuti di martellante ripetizione minimalista (ironicamente, sembra quasi un remix dell'apertura di We won't get Fooled again degli Who). Ciò che manca a questi esperimenti è il sorriso. Waters Pt 3 è l'unico pezzo che mostra un po' di emozione. Questi strumentali matematici per chitarra sono quasi l'esatto opposto di quelli di Fahey e Basho.

Rivers and Bridges (Strange Attractors, 2003) ha abbandonato i toni sperimentali dei lavori precedenti. Contiene acquerelli espansivi come Autumn II e Hear The Winds Coming, e persino un brano arioso e melodico Rainbow Dancing. Ma soprattutto include due tour de force, dimostrazioni sia di virtuoso fingerpicking che di feconda inventiva. The River Suite (22 minuti) è una vivace fantasia melodica che condensa elementi lirici, scenici e narrativi. Dopo sette minuti sembra intonare una vibrante ballata, per poi prendere velocità e "colore" come se attraversasse campi di fiori. Dopo undici minuti diventa malinconica e meditabonda, ma alla fine è ancora una corsa senza fiato attraverso un paesaggio esuberante, forse nel tentativo di evocare rapide e cascate. The Takoma Bridge Incident (17 minuti) è un intricato omaggio a Fahey.

Il doppio disco 7Books (Strange Attractors, 2004) contiene lunghe improvvisazioni che sembrano illustrare come singole note discrete arrivino a comporre un brano fluido. I (18:21) è il manuale estremo di questa metodologia, che inizia con note estremamente separate. II (22:40) è un esercizio ancor più freddo e astratto. III (14:47) è un brano più dinamico, che sale fino a un climax trottante per poi disintegrarsi di nuovo. IV (12:21) è la composizione più eloquente, nonostante la frequente incursione di glissando dissonanti. V (19:50) sembra crescere fino a un climax di riverberi nei primi sei minuti, ma poi implode in un disordinato viaggio subsonico che solo alla fine raggiunge una sorta di coerenza. È tutto molto interessante, ma poco musicale.

Unknown Music I - Alien Letter (Sillyboy, 2005) immagina come un alieno suonerebbe la chitarra.
Seguono Unknown Music II - Transwarp Meditation (2005) e Unknown Music III - O Som Naha (2010).


(Tradotto da Marco Spagnuolo)

La parte centrale di Late Summer Morning (Strange Attractors, 2006) è rappresentata dai 22 minuti di Late Summer Morning, una dolce meditazione che intesse un denso tintinnio mentre va incrementando lentamente in volume e velocità. Non sembra solo fisicamente impegnativo ma funge anche come un auto infusione di spirito, come se ogni campione di note si alimentasse nella sua propria evoluzione,spingendo se stesso in dimensioni sempre più elevate.
Gli otto minuti di Woodland Orchestra, invece, fa un passo indietro verso i primi lavori sperimentali di post folk di Junghans: i toni metallici delle corde sono rivolte per avvolgersi l’un l’altro in una sorta di effetto cupola. Di nuovo uno faceva ricordare strutture ricurve, e , ancora, il risultato è un irregolare ma saldo crescendo. In aggiunta, la qualità dello strimpellio ricorda l’antica musica giapponese.
La ripetitiva e aggressiva Azure No 3 e la propulsiva Northern Winds sono tra le più eclettiche e varie della sua carriera. In sostanza questo lavoro assomiglia a una veduta d’insieme (se non ancora una summa) delle visioni e tecniche di Junghans.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Is (Architects of Harmonic Rooms, 2009) raccoglie registrazioni casalinghe del periodo 2000-2006. When The Plains Are Singing (18 minuti) è un mugugno lamentoso, quasi una canzone da piantagione. Changes (dieci minuti) è l'opposto: un frenetico raga giovanile. Azure No 8 è un altro esperimento "Azure".

The Dancer On The Hill (Architects Of Harmonic Rooms, 2020) contiene uno dei suoi migliori brani in stile Fahey, Raga Peru, mentre Rainbow Dancer è una gioiosa riscrittura di Rainbow Dancing.

Steffen Basho-Junghans è morto nel dicembre 2022. all'età di 69 anni.


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