- Dalla pagina su Knife & Fever Ray di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Basandosi sulle fondamenta della vecchia scuola gotica/industriale svedese, così come sulla tradizione della divertente musica da festa che risale agli Abba, i Knife (il duo di Olof Dreijer e Karin Dreijer) hanno concepito due album di musica dance che non stati soltanto e semplicemente ritmo e stile retrò, hanno anche profondamente influenzato la tendenza culturale degli anni 2000:The Knife (2001), con N.Y. Hotel, e Deep Cuts (2003), con Heartbeats (il loro primo successo).
Dopo la colonna sonora di
Hannah med H (Rabid, 2003), il
lavoro successivo Silent Shout
(Mute, 2006) ha sottolineato alcuni elementi sinistri del loro suono. La pulsante
Silent Shout (un balletto meccanico stile New
Order), la meditazione in stile Pet Shop Boys di Marble House e One Hit erano controbilanciate da una corrente sotterranea profondamente emotiva di arrangiamenti e voci carichi di angoscia, in particolare nella vignetta alla Brian Eno The Captain
.
Con questo album i Knife sono riusciti a trovare un improbabile punto di mezzo tra il cabaret
tedesco del periodo espressionista ed il pop soprannaturale dei Dead Can Dance
.
Al contrario, le canzoni più lunghe tendono a essere meno
coinvolgenti, prova evidente dei limiti compositivi del duo.
Karin Dreijer ha avviato il progetto solista Fever Ray, che ha debuttato con l’omonimo Fever Ray (Rabid, 2009).
La base ritmica è spesso protagonista. Il brano di
apertura If I Had A Heart è
sussurrato all’interno di una sinistra pulsazione pow-wow. L'invocazione di When I Grow Up sembra uscita fuori da un gioco di ruolo denso di suoni poliritmici. Pigri ritmi sintetici e armonie maschili-femminili intrecciano un senso di magia su Dry And Dusty. Una danza alternata permea da Seven, avvolto in una atmosfera creata da un sintetizzatore. Triangle
Walks evoca le danze techno-etniche di Peter Gabriel. I'm Not Done non è altro che una semplice ninna nanna guidata da una serie di ritmi industriali che passano dal valzer al flamenco. Il brano di chiusura Coconut torna all'incantesimo
criptico del brano di apertura.
E’ un senso di ipnosi che trasuda da Concrete
Walls, una canzone che sembra suonata al rallentatore,
mentre la solitudine fuoriesce da Keep The Streets Empty For Me, avvolto in droni tristi come se fosse una sorta di requiem, ma ravvivato da un flauto peruviano.
La voce non si avvicina nemmeno alle capacità acrobatiche
di Bjork, ma presenta un po' di pathos enfatico alla Sinead O'Connor (senza le stesse capacità virtuose) e un pò di pathos glaciale alla Nico.
Ironia della sorte, i testi sono piuttosto banali, in gran parte dedicati alla vita quotidiana, in modo che l'album potesse essere visto come un tentativo di creare un'opera pop domestica.
La trasformazione
dei Knife nel tentacolare Shaking The Habitual (Rabid, 2013), fondamentalmente
un lungo grido espressionista, ha pochi precedenti: è rimasto ben poco del loro
timido dance-pop. La danza tribale e poliritmica di A Tooth For An Eye si erge a manifesto di un formidabile
miglioramento in tale genere, e dal medesimo concetto di “world-music
dell’assurdo” è alimentata anche la danza folk pseudo-andina di Without You My Life Would Be Boring. Wrap Your Arms Around Me, invece, sembra
una cerimonia religiosa contagiata dal gotico atavico ed esotico dei Dead Can Dance. L’apice dance
è raggiunto con Full Of Fire, la cui
incessante e robotica pulsazione è accompagnata da un sussurro, e in dieci
minuti dà forma a una serie di variazioni che spaziano dall’effetto graffiante
delle prime registrazioni rap, fino agli echi dell’anti-inno del Trio, Da Da Da.
Nell’album, l’equivalente in
leggerezza è Networking, sorta di
versione comica della techno detroitiana. Notevolmente inferiori, gli undici
minuti di Stay Out Here hanno
un’atmosfera tetra che ricorda la dance inglese degli anni ‘80 (Public Image Ltd e
simili) unita a un’enfasi soul e a una frenesia brasiliana. Il nuovo stile del
duo, tuttavia, mostra un lato completamente diverso, nel percorso che prende
forma dai nove minuti dell’onirica A
Cherry On Top, a metà tra il teatro kabuki e musica da camera dissonante,
per giungere al viaggio psichedelico sballato di Fracking Fluid Injection, attraverso i diciannove minuti di Old Dreams Waiting To Be Realized, che
esplora un paesaggio sonoro inconscio e astratto, culminando in un crescendo
straziante. Quest’album ha catapultato Olof Dreijer tra i massimi compositori e
arrangiatori di musica post-dance.
Plunge (Rabid, 2017), il primo album di Fever Ray in nove anni, adotta gli arrangiamenti elettronici isterici dell'era della ghetto house e del footwork. Annunciato dalla stridente musica meccanica di Wanna Sip, l'album è specializzato nell'accostare melodie incantate con un accompagnamento irrispettoso: A Part of Us sembra Laurie Anderson che suona con gli Squarepusher, e la più dura Falling sembra Bjork che duetta con un esercito di lavatrici.
Questa idea di base produce sia numeri selvaggi da dancefloor (l'esuberante tiritera infantile pseudo-africana IDK About You) sia vignette esotiche, sexy e orecchiabili (il pezzo forte dell'album To the Moon and Back, su un incessante ritmo africano). È meno convincente quando cerca di trasmettere un messaggio, come in This Country, con il suo banale ritmo robotico e rumori industriali. E Plunge è semplicemente uno strumento elettronico vintage come quelli che facevano all'inizio dell'era dei synth. L'altro pezzo forte è la suggestiva Red Trails, un altro momento in stile Bjork, un'elegia operistica guidata dal violino.
Radical Romantics (Rapid, 2023) di Fever Ray è ancora più inutile, poiché ricicla semplicemente le stesse idee senza neppure un ritornello particolarmente degno di nota.
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