- Dalla pagina sui Liars di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Liars, guidati dall' australiano Angus Andrew alla voce e dal chitarrista Aaron Hemphill,si sono formati a New York per suonare musica dance-punk.
Il loro effervescente album di debutto, They Threw Us All In Trench And Stuck A Monument On Top (Gern Blandsten, 2001), era un festival di vocals ostili e ritmiche gargantuesche che si estendevano su una gamma che andava dal passo ska di Grown Men Don't Fall In The River Just Like That , al grottesco rap-metal sincopato di Loose Nuts On The Velodrome. L’approccio febbrile ed abrasivo produce una quintessenziale dance funk-punk, Mr Your On Fire Mr, leggermente reggata e sfregiata da dissonanze elettroniche. Non è tutta furia ed asprezza però. Gli stessi mezzi sono impiegati per modellare la nevrotica Nothing Is Ever Lost Or Can Be Lost My Science Friend e per scolpire l’incubo psicologico di otto minuti This Dust Makes That Mud, una jam post-psichedelica che sbanda calma tra uno psicodramma vocale, un battito selvaggio e delle voci campionate, prima di declinare in un loop senza fine di stridenti note di chitarra (che continua per 22 minuti ma potrebbe andare avanti per sempre).
Dopo aver perduto la sezione ritmica i Liars hanno virato verso sonorità meno disco e più sperimentali con They Were Wrong So We Drowned (Mute, 2004), ispirato dalla caccia alle streghe del sedicesimo secolo. Solo There's Always Room on the Broom, un grottesco dance-rock alla Pere Ubu ritorna al mood più leggero dell'album precedente. Broken Witch, ricorda il roots-rock demenziale dei Violent Femmes e il rock pagano tribale dei Virgin Prunes, Hold Hands and It Will Happen Anyway, un pow-wow demoniaco e distorto, We Fenced Other Houses with the Bones of Our Own, un canto/esorcismo etereo su sottile ritmo industriale, They Don't Want Your Corn They Want Your Kids, un'infantile danza macabra con sintetizzatore fibrillante, il funereo pezzo di chiusura Flow My Tears the Spider Said, così come il meglio dei brevi intermezzi surreali (Steam Rose From The Lifeless Cloak e Read the Book That Wrote Itself), tendono verso il lato più oscuro delle cose, misterioso, inquietante e spettrale. Si tratta di un progetto diverso da quello che aveva debuttato tre anni prima, un po' scialbo, ma comunque intrigante.
La progressione verso un suono più astratto, ben lontano dagli archetipi, continua e possibilmente culmina con
Drum's Not Dead (Mute,
2006), un lavoro che unisce una vena espressionista e una surrealista (per
coincidenza, la band si è appena trasferita in Germania).
Il lato espressionista si mostra nella ouverture estroversa
e piena di suspence Be Quiet Mt Heart Attack, per deraglianti droni di chitarra su tamburi
fluttuanti e voci spettrali (e che termina bruscamente proprio quando comincia
ad avere un senso), e la subliminale, epica chiusura The Other Side
of Mt Heart Attack, una ballata
che innesta la pop music aliena di Brian
Eno nel pessimismo decadente di Lou
Reed. Il cantico
estatico e sospeso Drum Gets a Glimpse segna
la transizione nel surrealismo, con Let's Not Wrestle Mt Heart Attack (tutto
tensione ritmica e armonie vocali deformate) e A Visit From Drum (battiti
tribali, sussurri drogati e rumori casuali), che conducono nel bizzarro
paesaggio elettrificato di Drum and the Uncomfortable Can, raschiato da percussioni
trottanti e voci robotiche. In mezzo i Liars dipingono vignette, o meglio,
miraggi evanescenti che non sembrano interessati a divenire musica, come la
fiaba spettrale It Fit When I Was A Kid, il pulsante ma tutto sommato tranquillo Hold You Drum e la
cantilena al rallentatore The Other Side of Mt Heart Attack; un
attitudine che diventa incurabile con lo strumentale statico It's All
Blooming Now Mt Heart Attack. Un senso di alienazione trasuda dai paesaggi
anemici che i Liars architettano per le loro ninne nanne senza senso.
I Liars
rimangono una band dotata di una musicalità mediocre (il vocalist, il
chitarrista e la sezione ritmica difficilmente sono virtuosi), ma con una forte
visione che si sta evolvendo più rapidamente di tutto l’universo musicale che
li circonda.
I Liars si ritrassero dai loro picchi astratti verso un suono più terreno in Liars (Mute, 2007). L’album flette i suoi muscoli rock in Plaster Casts of Everything (percussioni pestate, riff di basso ripetuto, chitarra fibrillante), in Freak Out, una danza voodoo à la Cramps, e in Clear Island (una declamazione pseudo-rap su un baccanale folk). Lo spettro è largo, e l’album oscilla fra la litania indiana dilatata su una base di sincopati battiti elettronici di Houseclouds, e la musica industriale spaziale di Leather Prowler, fra la nenia rumorosa di What Would They Know e la caotica ninna nanna Barrett-iana di Pure Unevil.
Il bassista dei Liars, Pat Noecker, lasciò la band e si unì alla vocalist e chitarrista Anna Barie per formare i These Are Powers, che pubblicarono Terrific Seasons(Hoss, 2007), Taro Tarot (Hoss, 2008) e All Aboard Future (Dead Oceans, 2009).
Sisterworld (Mute, 2010), apparentemente un concept su
Los Angeles, suona prevalentemente come un bagaglio di trucchi molto vecchi.
Ovviamente non c’è nulla di spettacolare in canzoni come Scissor
e I Still Can See An Outside
World, che
alternano modi tenui e forti. Il fagotto di Mary Pearson, il
violino di Daphne Chen, il violoncello di Richard Dodd e il coro lamentoso sono
sprecati. Il piagnisteo Goodnight In Everything
mobilita fagotto, trombone, violino e violoncello, ma non ha alcun senso. Proud Evolution esala
profumi raga-psichedelici dei Sixties, e Too Much Too Much richiama
la psichedelia shoegaze degli Anni Novanta. Alla fine, un po’ di vita viene
iniettata nella “murder ballad” Scarecrows On A Killer Slant, un
incubo che certamente non è Nick
Cave, ma che
almeno può pretendere di essere vera musica e non solo carta da parati. The Overachievers saltella
con effervescenza punk, ma dozzine di band di Los Angeles possono fare meglio
di così. La sommessa e calma dizione di No Barrier Fun e Drip, immersa in eventi sonori inquietanti, è ciò che è
davvero unico nei Liars. Questa è una collezione di canzoni tradizionali,
cantate in modo tradizionale e arrangiate in maniera tradizionale. L’enfasi
sulle liriche è probabilmente ciò che debilita l’intero progetto,
trasformandolo in uno sterile esercizio di studio.
Al picco del revival del synth-pop
Anni Ottanta, i Liars rilasciano la loro versione di quello stile su WIXIW(Mute, 2012), che si pronuncia “wish you”.
I sintetizzatori analogici e il drumming digitale che permea ogni canzone non
riescono a nascondere la complessiva scarsità di idee. Ad eccezione
dell’ambient-pop di The Exact Colour of Doubt e del synth-pop gotico di No 1
Against the Rush, tutto suona incredibilmente triviale. Alla fine Brats ha un proprio valore per le piste da ballo,
con il suo stile ibrido fra la techno martellante di Moby e la musica industriale dei Ministry. Ancora una volta dozzine di band hanno fatto le stesse cose prima e meglio di loro.
La prima metà (piuttosto pop) di Mess (2014) sembra inventare tutto nel pop industriale di Mess On A Mission, e nelle sue varianti I'm no Gold e Vox Tuned D.E.D. (tutti derivati dai balletti robotici degli anni '80), mentre la seconda metà è dedicata a paesaggi sonori cupi come Left Speaker Blown.
I Liars si sono ridotti al solo Angus Andrew su TFCF (2017) che suona come se fosse un quaderno di appunti, con idee per future pubblicazioni.
The Apple Drop (Mute, 2021) vede la partecipazione del batterista avant-jazz Laurence Pike (Szun Waves, PVT, Triosk) e del polistrumentista Cameron Deyell (Sia, The Streets of Laredo) mentre i testi delle canzoni sono scritti in collaborazione con la scrittrice Mary Pearson, compagna di vita di Andrew.
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