- Dalla pagina sui Local Natives di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

I Local Natives, formati in California nel 2005 da Ryan Hahn, Kelcey Ayer e Taylor Rice, erano gli eredi di quel programma di rinnovamento pop avviato grazie ad Arcade Fire e Fleet Foxes; o almeno così li hanno presentati i loro singoli Airplanes (che aggiunge la malinconia caraibica a un trottante ritmo cabarettistico) e Sun Hands (un frenetico shuffle blues).

Dopo essersi trasferiti a Los Angeles, Gorilla Manor (Infectious, 2009) è tuttavia una semplice una raccolta di quei singoli e di un paio di canzoni decenti (Wide Eyes, poliritmica e che occasionalmente ricorda i Talking Heads, e l'ipnotica e tranquillamente tribale Shapeshifter) in mezzo a un sacco di noiosi riempitivi.
Se gli arrangiamenti multistrato e le armonie vocali multistrato finissero sui titoli dei giornali, i ritmi (sempre eccentrici e creativi) potrebbero rappresentare il tratto più originale, ed essere i veri protagonisti.

Passano quattro anni prima del secondo album, Hummingbird (2013), prodotto da Aaron Dessner dei The National.


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