- Dalla pagina su Laura Marling di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

La cantautrice inglese Laura Marling (Eversley, 1990) aveva solamente 18 anni quando debuttò con l'umile folk-pop di Alas I Cannot Swim (Virgin, 2008), lontano parente delle pop star della sua generazione e molto più vicino agli intellettuali romantici degli anni '70.
Le ariose trame folk di Ghosts e Failure e l'orecchiabile country-rock di You're No God minimizzano la vulnerabilità che emerge dal cupo e fragile canto funebre di Old Stone e dalla tenera ninna nanna sognante di Tap At My Window. C'è un'affascinante via di mezzo, rappresentata al meglio da Cross Your Fingers, che ripercorre il percorso caldo e malinconico di Top of the World dei Carpenters. Il suo canto è per lo più semplice e privo di eventi, ma dimostra un abile senso del tempo nell'evocare l'atmosfera inquietante e tragica di Night Terror (forse il pezzo più significativo) con il solo aiuto di batteria e tamburelli, e un talento ancora più spiccato per il pathos in The Captain And The Hourglass, a metà strada tra Bang Bang di Cher e il primo Leonard Cohen. Gli arrangiamenti sono generalmente secondari, tranne quando il violino intona una marcia gitana in My Manic And I. I sette minuti di Your Only Doll (Dora), d'altra parte, sembrano un'esagerazione dell'ispirazione.

I Speak Because I Can (Virgin, 2010) suona più come un manifesto personale che come un'opera d'arte. Investe molto di più in enfasi e drammaticità (Devil's Spoke e Rambling Man), ma a scapito della sincerità. Il hoedown greco/slavo di Alpha Shallows suona come un classico di Cat Stevens, non di Joni Mitchell. Goodbye England cerca invano di scolpire una melodia memorabile in un'epopea memorabile, ma la melodia è un déjà vu e l'epopea è solo accennata dagli archi. I Speak Because I Can è un fallimento come canto corale. La rapsodia accelerata di Darkness Descends è, quanto meno, un brano curiosamente cinematografico. In molte (troppe) canzoni succede davvero troppo poco. Non è Leonard Cohen, che poteva imbrigliare l'energia interiore del mondo con un sussurro.

A Creature I Don't Know (Ribbon, 2011) è stato un atto di liberazione catartica dalla cultura high-tech dell'inizio del XXI secolo. Utilizzando i mezzi strumentali e vocali più semplici, Marling è stata capace di creare un universo autonomo di emozioni complesse. C'è la solita palese somiglianza sonora di Leonard Cohen (Night After Night), e ci sono alcune canzoni lineari (come il blues travolgente di The Beast), ma la musica di Marling brilla davvero quando rivoluziona un genere utilizzando le convenzioni di un altro. Da qui le strutture mutevoli di All My Rage (che inizia come una danza popolare inglese e finisce come un grido gospel), l'ibrido jazz, celtico e barocco di The Muse e Sophia, che unisce armoniosamente Kenny Rogers, Joni Mitchell, il country-rock twangy alla Sheryl Crow e la musica folk hawaiana.


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