- Dalla pagina sui Monarch di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il super-slow doom dei Thergothon ha avuto i suoi discepoli negli anni 2000. Il trio francese Monarch ha sposato la voce demoniaca di una cantante (Emilie Bresson) con ritmi catatonici, portando sostanzialmente ogni riff al limite della tolleranza umana.
Le tre colossali agonie del doppio disco 666 (Solitude, 2005), un missile di feedback squarcia ripetutamente il ritmo letargico di Dead Men Tell No Tales (14:08), preparando il terreno per l'urlo disperato del cantante in mezzo a ritmi goffi da zombie. Chitarre a combustione lenta e ritmi elefantiaci punteggiano le grida infernali del cantante nell'infinito kammerspiel espressionistico di Somewhere Below the Devil is Laughing (36:35). Il soliloquio diventa catatonico e subumano, ma si aspetta invano una sorta di risoluzione: non c'è fine all'agonia, e il finale è semplicemente un po' più enfatico. Per undici minuti Les Lumieres Have Been Blown Out (35:14) è ancora più lento, un rombo lontano e silenzioso; poi il rombo diventa più forte e la chitarra inizia a riffare sul serio; e al minuto 18 l'urlo comincia ad affiorare attraverso le fessure del lavoro monolitico. La melodia appare intorno al minuto 21 e finalmente la musica e la voce esplodono (praticamente c'era un'introduzione alla "canzone" in stile calvario di 23 minuti). Questo non è tanto lo spettacolo di un cantante quanto un'implosione collettiva. All'improvviso la musica si trasforma in puro rumore industriale.

Le due nenie confuse e sconnesse di Speak Of The Sea (Throne, 2006) trovano un equilibrio tra il kammerspiel di Somewhere Below the Devil is Laughing e l'ambient doom di Les Lumieres Have Been Blown Out. Frammenti di feedback costituiscono il panorama principale di We Are The Music Makers, evocando stati d'animo alterati, e le voci presto arrivano a corrispondere a quello stato d'animo con il loro lento e doloroso soliloquio che subisce alti e bassi ma fondamentalmente senza mai mollare. Una dinamica completamente diversa governa il maestoso stoner blues di Speak Of The Devil Speak Of The Sea: le voci sono mixate in basso nel rimbombo al rallentatore e ci vogliono circa 13 minuti per sentire un vero urlo. Sfortunatamente, questo secondo pezzo non riesce a confluire.

A quel punto l'enfasi del suono si era spostata dall'horror vecchio stile a un thriller più psicologico.
Le due strazianti cerimonie di Die Tonight (Throne, 2007 - Music Fear Satan, 2015) continuano a perforare la psiche di un buco nero. Winter Bride, a ritmo di lumaca, si apre con il solito prolungato rimbombo strumentale e poi lascia il campo aperto alla verbosa autoflagellazione del cantante, ma accade troppo poco per giustificare quella lunga attesa. La solenne distorsione ronzante di Swan Song, con la voce nascosta nel rombo invece di cavalcarlo, e usata in modo quasi percussivo (un urlo per battuta), ottiene un effetto più inquietante.

Dead Men Tell No Tales (Crucial Blast, 2007) è una compilation su doppio disco di Speak Of The Sea e Die Tonight.

I due pezzi del mini-album Mer Morte (Throne, 2008) non aggiungono molto al repertorio. Mer si affida a un rombo più sommesso e minimizza la voce. Morte rasenta il sonnolento, con languidi lamenti in sottofondo invece delle solite urla, e la sua devozione alla musica minimale finisce per creare un'atmosfera più forte.

I 16 minuti di Rapture, nell'album split con i Grey Daturas, Dawn Of The Catalyst (2007), sono per lo più degni di nota per la nuova tonalità affilata del cantante, all'interno della solita nuvola di distorsioni di chitarra.

Il pezzo di 29 minuti dell'LP Sabbat Noir (Heathen Skulls, 2010), con il batterista Robert MacManus dei Gray Daturas, e il pezzo di undici minuti dell'EP Sortilege (Heathen Skulls, 2011) virarono ancor più verso la lugubre musica ambient.

L'elemento psichedelico divenne prominente su Omens (At A Loss, 2012), alimentato da canti angelici e rumori cosmici di chitarra, mentre i 19 minuti di Black Becomes The Sun accennavano a una sintesi ancora più creativa di doom-metal e acid-rock, con le urla per lo più sostituite da echi siderali.

Ironicamente Sabbracadaver (Profound Lore, 2014), prodotto meglio, ha finito per suonare più amatoriale, con le urla di Louves che non avrebbero spaventato neppure un bambino, e una lugubre melodia che emerge dal passo marziale di Pentagrammes, che sembra prendere in giro le colonne sonore horror vintage.


- Torna alla pagina sui Monarch di Piero Scaruffi -