- Dalla pagina sugli Ulcerate di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

I neozelandesi Ulcerate, che avevano debuttato con i demo Ulcerate (2003) e The Coming of Genocide (2004), entrambi raccolti su The Coming of Genocide (2006), rivitalizzarono il death metal tecnico con Of Fracture and Failure (2007), il primo album ufficiale, che aggiunse alla formazione il cantante Ben Read e il chitarrista Michael Rothwell.
Canzoni come Praise and Negation sono schiaccianti, intricate, isteriche e labirintiche. La voce di Ben Read è abbastanza malleabile da adattarsi a tutto ciò che il chitarrista Michael Hoggard e il batterista Jamie Saint-Merat escogitano, e ciò che ne esce è un caleidoscopio di tattiche.
Una delle accelerazioni più terrificanti avviene in Ad Nauseam, ma il principio non è solo "sempre più veloce"; e alcune delle grida più sensazionali emergono in The Coming of Genocide, ma l'obiettivo non è il semplice caos. La chitarra lacerante e i tamburi contorti di The Mask of the Satyr creano una cacofonia disordinata con deviazioni multidimensionali. I sette minuti di Martyr of the Soil sono un calvario musicale, a causa dell'ouverture strumentale snervante, del ritmo cronicamente instabile, dei riff "pandemici", e così via, tranne poi approdare su una melodia da inno proprio quando la chitarra trova la posa più dissonante. Il pezzo di chiusura di nove minuti, Defaeco, è meno maniacale ma ancora più orribile, con un minuto di insistente chitarra staccata nel mezzo e una seconda parte in cui la chitarra è quasi blues e melodica. L'album vanta alcune delle percussioni più creative di sempre nel death metal. Rispetto ad altri gruppi metal "tecnici" dell'epoca, il suono degli Ulcerate, molto più sterile, è piuttosto viscerale.

Everything Is Fire (2009) ha sostituito il bassista Paul Kelland alla voce, e il suo tono gutturale più scuro e basso diventa il limite dell'album. Tuttavia, il quadro generale rimane lo stesso: canzoni che sono dei frattali perché contengono innumerevoli variazioni e deviazioni, canzoni dentro canzoni dentro canzoni, ogni canzone affoga in un'ondata di tecniche chitarristiche e irregolarità di batteria, ogni canzone meticolosamente scolpita al fine di sembrare l'opposto di una scultura. I sette minuti di Drown Within, che si apre con un galoppo epico, sono emblematici grazie ai frequenti rilasci di tensione che controbilanciano la travolgente tempesta di movimenti di chitarra. Caecus fondamentalmente mette in scena un crescendo di crescendo. Allo stesso tempo, comincia a emergere un senso di struttura. Il pathos di We Are Nil raggiunge l'apice con la melodia e il ritmo panzer in contrapposizione alla furia caotica. The Earth at Its Knees è ancora più snello e la chitarra si avvicina il più possibile a un assolo romantico. Soulessness Embraced si basa su una dinamica singhiozzante che non deraglia mai ma concentra invece la tensione drammatica verso lo stoico finale. Gli otto minuti di Everything Is Fire iniziano in quella modalità "strutturata" con una canzone relativamente semplice, ma poi si avventurano in una giungla di suoni e tempi contrastanti. Tuttavia anche questa composizione tormentata trova una coerenza narrativa e si conclude con una sorta di apoteosi (seppur negativa, un bordone sporco).

Le canzoni di The Destroyers of All (Willowtip, 2011) sono più lunghe che mai. Ancora più importante, le canzoni sono diventate spettacoli di vanità della chitarra. C'è ben poco nella chitarra che si possa riconciliare con il death metal, o l'heavy metal in generale. Lo strumento di Michael Hoggard non è né un solista melodico né un contrappunto melodico e non ha nemmeno il senso del ritmo. È principalmente un torrente di suoni in forma libera, un arazzo astratto che, nella migliore delle ipotesi, evita di scontrarsi con la voce e la batteria. La parola "paesaggio sonoro", che di solito era riservata a partiture spartane, ora può essere usata anche per musica brutale, veloce e discordante. È ancora la batteria, però, a gonfiare Burning Skies fino a raggiungere proporzioni epiche: i ritmi esplosivi e la sincope sembrano capaci di levitare una canzone che è una semplice litania. Verso la fine la caotica batteria combatte una battaglia cosmica con gli ipnotici anti-riff di chitarra. Sorprendentemente, da tutti i contrasti e le opposizioni il trio mette insieme una narrazione. Per esempio, il glorioso finale di Dead Oceans è la conseguenza matematica della paralisi musicale della sezione centrale.
I pezzi più solenni, pesanti e lenti, ovvero Beneath e Cold Becoming, sono catastrofi di armonia e consonanza. Una montagna di droni di chitarra disfa The Hollow Idols, lentamente ma metodicamente. Omens di otto minuti è un concerto cacofonico in forma libera di forme di chitarra travestite da pezzo death metal (solo a causa dei ritmi esplosivi e delle voci ringhianti); e i dieci minuti di The Destroyers of All accumulano sfumature drammatiche lasciando che droni e riff di chitarra raggiungano proporzioni sovrumane al di sopra della batteria epilettica fino a sembrare quasi un muro di rumore; per poi sfumare dolcemente in due minuti di languore onirico.

Per rafforzare l'idea che il suono degli Ulcerate sia diventato una pura astrazione, Vermis (2013) si apre solo con l'atmosfera, Odium; ma poi offre una delle canzoni più convenzionali e melodiche della band, Vermis. Anche la sezione più lenta di Clutching Revulsion sembra rivolgersi a un pubblico più vasto (la loro versione di una "power ballad"?).
E successivamente Weight Of Emptiness investe così tanto nella sua grandezza che sembra quasi i King Crimson con uno strano cantante (tuttavia l'effetto è affascinante). I pezzi più difficili, d'altra parte, sembrano puntare semplicemente alla massima confusione e volume, vale a dire Confronting Entropy e The Imperious Weak. Deludente è anche il finale, piuttosto tranquillo e senza identità, Await Rescission. Non c'è nessun colosso in questo album ma ci sono cinque canzoni che durano più di sette minuti.

Gli Ulcerate non hanno deluso su Shrines of Paralysis (2016). Abrogation (5:50) è un riassunto di ciò che sanno fare meglio: un ringhio bestiale con i bassi più bassi possibili, riff di chitarra come rintocchi mortali, un muro di rumore denso e abrasivo, e una pausa con l'atmosfera gotica di fangoso doom-metal. Il miasma ossessivo di Chasm Of Fire (8:07) trova un efficace compromesso tra marcia gotica e rumore tonante (fino a rallentare troppo a tre minuti dalla fine). Stanno ovviamente cercando di espandere i propri orizzonti, ma alcune cose semplicemente non riescono bene come il death metal. Yield To Naught (7:44) abbina un ritmo sconnesso, che evoca un robot goffo, con loop di chitarra melodici mid-tempo. There Are No Saviours (8:04) si apre con droni surreali e la chitarra intona riff magniloquenti degni dei primi King Crimson che guidano il pezzo nel territorio del prog-rock melodrammatico. Il tempo è ancora più lento nel pezzo più lungo, Shrines Of Paralysis (9:25), e il caos strumentale qui è così intricato e flessibile da ricordare più la musica jazz che l'heavy metal. Non c'è niente di sbagliato in queste idee, ma l'implementazione è ancora un po' goffa. Il rituale diventa sempre più oscuro, sempre più cupo, man mano che ci avviciniamo al marziale Extinguished Light (8:43) e al funebre End The Hope (7:52), dove Doom Metal e Death Metal si scontrano. Quest'ultimo è decisamente melodico nonostante tutto il clangore, e molto più vicino al pathos dei King Crimson che al nichilismo del death-metal.
Ciò che impressiona, anche quando non fa centro, è il loro progetto a lungo termine di coniare un nuovo linguaggio spaziale da uno dei generi musicali più angusti e claustrofobici, il death-metal.


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