- Dalla pagina sugli Algorithm di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Gli Algorithm, che in realtà sono soltanto il musicista francese Rémi Gallego (1989) assieme al batterista di turno, prende in prestito dall'heavy metal e dal post-rock per la musica dance elettronica di Doppler Effect (2009) e Polymorphic Code (2012).
I loro brani strumentali raramente si stabilizzano in un formato stabile. Quest'ultimo era l'espressione matura della loro estetica. Handshake inizia nel filone del caotico hardcore digitale, come una jam tra Atari Teenage Riot e Morton Subotnick, ma poi gira su un ritmo costante che è quasi deludente. La straziante nevrosi industriale di Null decade in un poliritmo aggraziato e quasi neoclassico. Istinto tempestoso e istinto propulsivo convivono in Bouncing Dot producendo un effetto narrativo e cinematografico, per poi essere spazzati via dalla seconda metà tonante e circolare, che suona come Bach accelerato. Il ritmo a mitragliatrice multistrato di Trojans espelle riff metal e svolazzanti arpeggi elettronici, ma poi decolla come una martellante locomotiva disco-metal che continua a stabilire nuovi record di frenesia. Penseresti che Access Granted sia solo un concentrato isterico di distorsione e violenza ma, quando meno te lo aspetti, si trasforma in pigra musica dub, e poi intuisci che, prima o poi, tornerà all'isteria maniacale. La prima metà di Warp Gate Exploit riesce a evocare l'elettronica vintage dell'era synth-pop e il melodramma prog-rock degli anni '70 nonostante l'implacabile beat-machine. Panic, di dodici minuti, è il tentativo di Gallego di aggiornare le suite metronomiche di Giorgio Moroder ai ritmi esplosivi del nuovo secolo.
L'unico limite della musica di Gallego è che molti pezzi sembrano vagare non per motivi di design ma per mancanza di ispirazione. Dove (e mentre) funziona, tuttavia, la sua musica è dinamite.

Meno violento e più ipnotico, persino pensoso, Octopus4 (2014) vira verso una decostruzione robotica della canzone pop: melodica (Discovery), perfino canticchiabile (Synthesiz3r), anche gentile e classica (Void), anche troppo facile (Recovery Fail). La techno teatrale di Pythagoras è quindi un ibrido tra l'esuberanza cinematografica del primo album e un'umanità più equilibrata. In Damage Points lo spirito umano cerca di rimontare ciò che lo spirito meccanico ha smontato. Questa volta il pezzo lungo è quello più importante: Octopus4, di nove minuti, suggella la musica industrial-metal-dance inaugurata dal primo album (nonostante un fiacco finale lounge-ish).

Brute Force (2016) è una continuazione formalmente barocca del progetto techno-metal di Gallego. Progettate per ballare senza sosta, le canzoni si susseguono l'una nell'altra, cucite insieme, senza chiari confini. L'album è una lunga fantasia. Boot e Floating Point costituiscono un'ouverture sinfonica e frenetica che, al massimo del fervore, diventa una toccata di Bach suonata a tripla velocità o una colonna sonora ipercinetica di un videogioco, salvo poi declinare in una languida jam di chitarra blues-rock. Il tamburo disorganizzato delle mitragliatrici ha introdotto il primo elemento umano, una melodia elettronica che diventa sempre più melodrammatica (Pointers e Brute Force). Un elemento robotico in stile Kraftwerk si scontra con droni simili a requiem in Userspace, il pezzo forte dal punto di vista emotivo. Il fragoroso baccanale iniziale riprende in Shellcode, seguito dalla danza cosmica di Hex, altro interludio melodico, e poi dall'eruzione heavy-metal più devastante, Deadlock, seguito a turno dal ritmo house più selvaggio e martellante, Rootkit.
Nel complesso, questo è un viaggio positivo, se non rivoluzionario, nell'etica di Gallego.

Compiler Optimization Techniques (2018) è un album di suite progressive lunghe, sfaccettate, meticolosamente arrangiate, con un suono più raffinato che mai, qualcosa come un incrocio tra Meshuggah e l'utopia di Todd Rundgren. Gli undici minuti di Cluster sono il compendio per eccellenza di questo progetto. La magniloquente Fragmentation potrebbe essere utilizzata nella colonna sonora di un film horror. Superscalar sembra più futuristico e distopico, prendendo a prestito contemporaneamente dalle atmosfere sinistre dell'hardcore digitale e dall'eleganza barocca degli Yes. Binary Space è un festival percussivo, che spazia dai blastbeat ai blip dei videogiochi. L'album si conclude con il sintetizzatore che intona un inno solenne nei nove minuti di Sentinel Node, ancora il suo pezzo strumentale più orecchiabile e radio friendly.


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