- Dalla pagina su Ichiko Aoba di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

La cantautrice giapponese Ichiko Aoba (Urayasu, 1990) era ancora un'adolescente quando debuttò con le canzoni semplici, sommesse e folk per voce e chitarra di Kamisori Otome/ Razor Girl (2010), un album di 28 minuti: dolci ninne nanne come Fuwarin, delicate elegie come Michishirube e fragili litanie come Tooi Akogare.

Origami (2011) è ancora più breve, 21 minuti, ed è di gran lunga inferiore. L'eccezione degna di nota è Sundial, una canzone drammatica in cui la sua chitarra e il suo mezzosoprano sono entrambi molto espressivi, non si completano ma si esaltano a vicenda.

Utabiko (2012) vanta composizioni più complesse come i sette minuti di Imperial Smoke Town, in cui la chitarra si alterna tra il suono di un'arpa e l'iniezione di un ritmo blues propulsivo. Per una melodia orecchiabile bisogna aspettare fino al ritornello di Watashi no Nusutto, ma il pezzo forte è la sesta canzone, 3-Biki no kuma, che si svolge con eleganza rinascimentale. Notevole è anche l'elegiaco lavoro chitarristico dello strumentale Hadashi no Niwa, non lontano dall'impressionismo trascendentale di John Fahey.

0 (2013), della durata di un'ora, segnala l'avvento di una compositrice matura con lunghe canzoni che vagano, fluiscono e rifluiscono, e incorporano persino suoni della natura. Il vivace pezzo di apertura da sette minuti Ikinokori Bokura/ Survival contrasta con la seguente e quasi letargica I am Pod (0%), e con i sei minuti di Haru Natsu Aki Fuyu/ Spring Summer Fall Winter che chiude l'album in tono quasi funebre. Gli otto minuti di Mars 2027 quasi scompaiono a un certo punto, quando la musica quasi si ferma per far entrare le onde dell'oceano. Si prosegue senza soluzione di continuità nei dodici minuti di Ichiguchi, con le onde continua ad andare e venire, e la voce, più fragile che mai, quasi scivola nella brezza. Questa volta la musica si ferma davvero, lasciandoci assorbire il canto degli uccelli per qualche minuto prima di riprendere lo stesso tema ma con un tono infantile. Un'altra canzone di dodici minuti, Kikai Shikake Osamu Uchu/ Mechanical Universe, è un trascinante singalong in stile napoletano in cui il suo mezzosprano brilla davvero, trasformando la canzone in un sofisticato gioco psicologico.

Aoba formò anche il duo Nuuamm con un musicista chiamato Mahito.
Hanno pubblicato Nuuamm (2014) e W/ave (2017).

Mahoroboshiya (2016) è l'esatto opposto: una raccolta di undici brevi canzoni sussurrate che richiamano il suo primo album, a partire dall'invocazione spettrale di The End attraverso le soavi elegie di Mahoroboshiya e Yume Shigure e con un picco di anemia nelle fragili urla al rallentatore di Umi Tengu. Cerca di diversificare il proprio stile con una sonata per pianoforte di due minuti. Il pezzo forte melodico è Kamisama no Takurami, uno dei suoi carillon più memorabili, che si staglia in un mare di serena bellezza.

Avendo padroneggiato la sua arte minimalista, QP (2018) continua nella vena impressionista di Mahoroboshiya. L'invocazione senza parole di La Fontana di Valle Giulia all'Alba, di un minuto, allo stesso tempo pacifica e triste, è un buon riassunto dello stato d'animo dell'album, così come i sei minuti di chiusura , Funeral Procession at the Seashore, che potrebbe essere l'ultima scena di una colonna sonora cinematografica. Trasuda pura malinconia autunnale in Minashi go no ame/ Orphaned Rain, ma più sostanziali sono le meditazioni magiche a metà strada tra il colloquiale e il filosofico come Dareka no sekai/ No One's World e Anthony the Sheep.
La maggior parte dei brani conserva una struttura stabile, ma The Rain from Light and Shadow subisce un improvviso cambio di ritmo, trasformandosi in un motivo cabaret, e poi la sua voce diventa un ululato dilatato che sembra diffondersi nello spazio e nel tempo. È l'espediente più disorientante di un album che altrimenti scorre calmo e umile. Le affascinanti melodie di Tsuki no oka/ Moon Hill e Fairy of the Shoreline sono abbinate alla chitarra pastorale in stile John Fahey e rappresentano forse l'apice della sua arte sottile.

Ayukawa no Shizuku (2019) è un album di suoni naturali.

Aoba si è convertita al folk da camera per Adan no Kaze/ Windswept Agan (2020) e il cambiamento non potrebbe essere più traumatico. Oltre alla magia di Prologue (clarinetti ronzanti, onde dell'oceano, canto trascendentale), il meglio che il nuovo stile possa offrire è il madrigale neoclassico Pilgrimage e il vivace formicolio dal suono medievale Dawn in the Adan. Ma in generale l'arsenale di pianoforte, flauto, violino, vibrafono e così via non le è di grande aiuto. In alcuni casi l'esecuzione è del tutto amatoriale (il pianoforte in Parfum d'Etoiles). Una melodia toccante emerge in Hagupit (ma che noioso accompagnamento di violino...).
Le canzoni che contengono solo la chitarra (come era tipico nei suoi album passati) sono di gran lunga inferiori ai suoi standard. Più promettenti sono l'inno religioso Kirinaki Shima e lo strumentale cosmico Chinuhaji, pezzi che però durano soltanto un minuto.


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