- Dalla pagina su Arca di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Arca, il progetto di Alejandro Ghersi, produttore newyorkese e più
tardi londinese, ma di origini venezuelane, ha debuttato con tre EP che sono
stati classificati tra le più originali revisioni dell’hip-hop di tutto il
decennio.
L’EP Baron Libre (Uno,
2012), composto da quattro brani, contiene una sorta di manifesto, Covenant, che mostra il modo in cui
Ghersi riesce a mescolare (senza rappare) voci, suoni elettronici e ritmi
trasformandoli in esseri extraterrestri organici. Rendendo questi elementi
ancor più nebulosi e fluidi, ottiene l’horror industriale e psichedelico di Is This Love. Spira, la composizione dub-hop di sette minuti, è essenzialmente un
demo delle varie sfaccettature delle sperimentazioni che Ghersi seguirà nelle
successive registrazioni.
L’EP di sei canzoni Stretch 1 (2012) è meno sconvolgente. Innanzitutto, le voci si
appoggiano a uno stile rap più tradizionale e, in secondo luogo, il collage
audio è più contenuto.
L’EP Stretch 2
(Subtrahendonist, 2012), composto da otto pezzi, funziona meglio perché Arca ritorna sulla sovrannaturale vocalità
della musica elettronica, per esempio in Fortune
e Strung. L’artista qui presenta
anche alcune canzoni spaventosamente deformate che evocano viaggi psichedelici
o almeno psicoanalitici, come Maiden
Voyage e Broke Up. La parte
finale punta il dito verso differenti e quasi antitetiche direzioni: Meditation, che possiamo quasi definire “musique concrete”, è infettata dalla
musica industriale, mentre Manners,
esotica e melodica, strizza l’occhio ai temi evocativi delle colonne sonore dei
film.
La raccolta di venticinque minuti &&&&&
(2013) si suddivide in quattordici brevi pezzi che esplorano un’eccessiva
quantità di stili. Knot è ancorata a
un tema melodico che assomiglia a un incrocio tra Bach e il pop mediorientale.
I giochi vocali, che sono il marchio di fabbrica di Arca, pervadono alcuni
pezzi come Fossil e poi troviamo
caricature enigmatiche alla Brian Eno (Anaesthetic)
e almeno uno spiritoso sketch alla Todd Rundgren (Coin). Sono presenti beatscape
torturati e un maggior numero di quelle atmosfere allucinogene predilette
dall’artista. Ultimo ma non meno importante, il malinconico carillon di Obelisk chiude la lista. È davvero
spiacevole il fatto che ogni pezzo non sia altro che un frammento o un’idea.
Il primo album ufficiale, Xen (Mute, 2014), copre una gamma ancora più ampia di format. Le ambizioni eclettiche e contorte sono riassunte bene nel brano di apertura Now You Know, i cui synth, come vernice spray, creano suspense sopra ai battiti spastici. Questo è pressoché il culmine dell’intensità. Gli unici momenti che si avvicinano a un’emozione violenta sono l’inquietante, sconclusionato e tremolante collage cubistico di Xen e la turbinosa danza industriale di Bullet Chained. C’è, di fatto, una tendenza opposta in azione, proclamata dalla sonata al piano Held Apart e pienamente espressa dal brano di spicco dell’album, Sisters, un motivo quasi neoclassico. Ma la tensione neoclassica di Wound non si risolve mai e Family Violence si divide tra violini urlanti e violoncelli pulsanti, due parti che rappresentano emblematicamente la tendenza di Arca a non giungere a una conclusione. Sul fronte più leggero, l’album vanta il balbuziente e spezzettato tv theme di Thievery, così come i più triviali dittici melodici di Slit Thru e soprattutto Lonely Thugg. In alcune parti, in questo repertorio più leggero, è necessario anche adattarsi alla surreale Fish, che assomiglia a un remix fratturato di Enya che canta in un complesso caraibico. Il limite di questa musica altamente creativa, ancora, è il fatto di essere troppo frammentata (persino all’interno di ogni canzone). C’è un’incapacità cronica di arrivare a una conclusione che, forse, è esattamente il fine ultimo di Arca.
Mutant (Mute, 2015) non è al livello del pathos brutale di Xen, nonostante il suo claustrofobico brusio elettronico abbia subito un perfezionamento. L’esuberante prima metà di Alive è un’orecchiabile brano pop vivisezionato con precisione chirurgica in migliaia di piccole parti. Mutant è l’apice dell’espressionismo in forma audio, un collage di sette minuti di “musique concrète” astratta che alla fine culmina magicamente in una sorta di melodia romantica. En emane droni asmatici creando una reazione a catena di impulsi da videogioco. Soichiro è un feroce turbine di improvvise sequenze d’organo, voci dilaniate e factory noise che, dopo una pausa surreale di un assolo d’organo Bach-iano, riprende la sua caduta libera in un buco nero. Front Load è una danza sincopata di androidi che mormorano ninnenanne smorzate. Le melodie ci sono, ma sta all’ascoltatore il compito di scoprirle. Vanity è la migliore, una sonata accompagnata da uno xilofono non intonato nel bel mezzo di un’esplosione nucleare. Quest’album da 20 canzoni contiene fin troppi pezzi incompiuti. Sarebbe stato meglio come EP da sei canzoni.
Entrañas (2016), un mixtape contenente un pezzo da 25 minuti, è per lo più improvvisazione gratuita.
Tuttavia, il capolavoro di Arca di questo periodo è stato il suo lavoro di produzione per Vulnicura (2015) di Björk.
La decisione di imitare un singer-songwriter nel suo terzo album Arca (XL, 2017) è stata probabilmente influenzata dalla sua collaborazione con Björk. Il risultato è deludente. Piel, un Lied accompagnato da un lento crooning e da un’elettronica modesta, si ispira alla musica liturgica, ma la stessa idea, applicata alla ballata Anoche od al beat house di Desafío, tende a ritorcersi contro. Sin Rumbo si concede agli stessi eccessi operistici di questo tipo di crooning catatonico. Fortunatamente, Reverie, anch’essa vittima della stessa tecnica canora ma rievocativa della musica cortigiana rinascimentale, è bombardata da uno spettacolo pirotecnico di dissonanze glitch. La sua elettronica svolge un lavoro sublime quando distrugge, annienta, ma pecca quando si tratta di costruire, mutilare, camuffare e riciclare ogni tipo di materia. Quindi, l’apocalittica Urchin e l’ingegnosa Castration, forte di influenze grime, arrivano come un sollievo.
Arca , che si trasferì a Barcellona nel 2018 e confessò successivamente di identificarsi come donna, preferendo essere chiamata Alejandra, pubblicò il mixtape di un’ora @@@@@ (2020), seguito dall’album Kick I (2020), un’asimmetrica collezione di anti-canzoni che variano da ballate sospese ( Calor e Afterwards) a decostruzioni cubistiche di voci e parti strumentali ispirate alla musica latinoamericana. Quest’ultima parte è la vera attrazione dell’album, soprattutto lo stupefacente trittico di Mequetrefe, La Chíqui e KLK, miscugli di beat intricati ed energici e voci mutilate che si scompongono e ricompongono alla velocità della luce (Rip the Slit è al quarto posto per un soffio). Quest’album avrebbe dovuto essere un EP: quattro o cinque canzoni non meritavano di essere pubblicate, di certo non in compagnia di questi capolavori cubisti.
Nel frattempo, Arca rilasciò un singolo di 62 minuti, @@@@@ (2020) e 100 remix di una delle sue canzoni, Riquiqui (2020).
A Kick I seguirono altri quattro album, pubblicati uno dietro l'altro in quattro giorni. Dopo tutta l'indigestione pop del primo volume, Kick II (2021) è diviso tra questo stile radiofonico (il noioso reggaeton Prada, le sciocche canzoncine dance Lethargy e Tiro, la ballata idiota Born Yesterday, in collaborazione con Sia Furler) e l'arte cubista astratta che è il suo forte: Arana è il puzzle più avvincente qui, seguito dal breve Confianza. La fusione di questi due stili dà vita a creature intriganti, come il canto ambientale pulsante di Luna Llena, il letargico quasi-psichedelico Munecas, e Femme, un mix di rumore bianco e dubstep. Invece, la promettente glitch-elettronica di Andro si perde dentro un banale scribacchio di sintetizzatore di cui sarebbe stato capace anche un ragazzino. Come il suo predecessore, sarebbe stato un gran bel EP se solo lei avesse rimosso tutta la fuffa.
La fuffa domina Kick III (2021), un esempio sciocco di ritmo elettronico pestato. La musica è per lo più banale dance-pop mascherato da post-modernismo intellettuale (Joya, Incendio). Al massimo, questo atteggiamento porta alla sensuale Senorita ed il tornado emotivo della seconda parte di Bruja (che sembra incompleto). Le migliori sono Intimate Flesh, che suona come world-music deformata, psichedelica, e soprattutto Rubberneck, con i suoi intricati poliritmi e giochi vocali. Dall'altro lato, Fiera è un banale esercizio di sincope e distorsione.
Kick IIII (2021) contiene un gran bel momento: la vignetta ossessiva Xenomorphgirl. E poco altro: Lost Woman Found è una delle sue migliori ballate cibernetiche dilatate. Torna al dance-pop con Queer (non proprio innovativo). Sperimenta con la ballata ambientale sia con archi classici (Paw) che con piano dissonante (Boquifloja) ma i risultati sono amatoriali.
E quindi, Kick IIIII (2021), per lo più strumentale, finì per essere imbarazzante. C’è un carillon folkeggiante nella strumentale Estrogen, e la ballata pianistica Chiquito sembra un lieder marziale espressionista, ma lo strimpellio infantile del pianoforte in Ether e La Infinita difficilmente vale un album ambient come quelli di Brian Eno e Harold Budd. Il lamento oscillante di Musculos su piano e ritmo sincopato, e la ballata spartana e sussurrata Tierno sono più una posa che vera musica. La meno imbarazzante di tutte è la litania ipnotica Crown, che non è un pezzo strumentale.
La cosa davvero fantastica di questa serie di album sono le copertine: Arca Cover Albums
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