- Dalla pagina su Cities Aviv di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il rapper Cities Aviv, vero nome Gavin Mays (1989), di Memphis, ha debuttato con i mixtape Digital Lows (2011), influenzato dall'allora popolare movimento chillwave, e Black Pleasure (2012), che invece adottava una grinta quasi punk.

Il suo primo album ufficiale, Come To Life (2014), con beat e arrangiamenti synth ideati dallo stesso Aviv, contiene il vibrante coro singalong URL IRL, ma questo non è rappresentativo dello spirito punk che pervade le migliori canzoni. Fool innesta il rap sul funk-punk britannico degli anni '80 (Gang Of Four e simili). Head fonde il synth-pop martellante dei Pet Shop Boys con il punk-rock "oi" degli Stiff Little Fingers. Don't Ever Look Back strizza l'occhio alla lugubre disco dei New Order. Per metà dell'album è fatta di riempitivi, ma per il resto è una potente sintesi di due mondi distanti.

Your Discretion Is Trust (2015) è un album di canzoni vere, che si lascia alle spalle sia il punk che il rap, ma la maggior parte di esse sono brevi e poco sviluppate. Anticipation trasuda la cupezza e la tristezza di una certa new wave (Suicide, Joy Division). Isolation Quarters è l'opera di un cantautore depresso, forse la carriera a cui aspira veramente.

Il mixtape Raised for a Better View (2018), oltre allo strumentale minimalista Title Piece, continua su quella scia di cantautore cupo attraverso l'angoscia esistenziale di Age, la tiritera nevrotica Weight e la catatonica Marionette (su tastiere funebri tintinnanti, un ritmo disordinato e un pattern di basso di ispirazione cinese). Il nuovo elemento è il jazz, che permea Blurred, Jazz Flavored e Series of Exits.

Mays ha continuato a evolversi e a trasformarsi su Immortal Flame (2020), un'altra serie di brevi esperimenti che questa volta include il lento rap autotuned di sette minuti Buy Time, il dilatato, sussurrato e psichedelico di sedici minuti Stalemate, inondato di tastiere jazz con percussioni minime, e i nove minuti di Metal Mask, una narrazione notturna accompagnata da un sintetizzatore che suona come una fisarmonica.

Così Mays è arrivato a Power Approaches (45 minuti), il pezzo colossale di Gum (2020).
Inizia come una languida ballata soul, ma poi implode in un vortice psichedelico. Riemerge come un rilassato pezzo spoken-word con cori doo-wop di sottofondo. La musica sta per finire, ma poi la narrazione riprende su un drone d'organo e una melodia di sassofono, prima che campionamenti nostalgici conducano al tranquillo finale. È un pezzo complesso, ma non sempre riuscito.


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