- Dalla pagina sui Cloud Nothings di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Ferdinando Vella)

I Cloud Nothings di Cleveland, il progetto musicale inaugurato da Dylan Baldi quando era ancora adolescente, hanno confezionato le ennesime dosi di emo-pop lo-fi da stanzetta (come se il mondo non ne avesse abbastanza) su Cloud Nothings (Carpark, 2011), in particolare Understand at All e All the Time, benché lo spirito di Forget You All the Time e Should Have sia più profondo e lirico.

Attack On Memory (Carpark, 2012), prodotto da Steve Albini, è tutta un’altra storia: una rassegna di angosciosi lamenti funebri dalle chitarre micidiali. Come se un trascinante cantautore degli anni ’70, alla guida di una punk band anni ’80, cantasse lo stato d’animo della Grande Depressione. No Future No Past, anti-anthem catatonicamente depresso, funge da overture per un rock anthem urlato come Wasted Days, potente imprecazione esistenziale che mescola contrappunti chitarristici che evocano i Television con balbettanti riff quasi ska (ed esplodono in uno spaziale intermezzo strumentale, i Built To Spill in una versione più travolgente).
I risultati migliori del compromesso tra violenza e pathos, rumore e melodia, vengono raggiunti con Fall In, una tale esplosione cow-punk che potrebbe essere una perla garage dei migliori Green Day, e con la strumentale e velocissima Separation, un incrocio tra la surf music degli anni ’60 e il rock industriale anni ’80. Il resto è di gran lunga inferiore rispetto a questi brani straordinari. Il timbro è a tratti debole (Stay Useless e Cut You), a tratti minaccioso (la lenta e tragica No Sentiment). Inutile dirlo, si potrebbe sospettare che si tratti in realtà di un album di Steve Albini sotto mentite spoglie; ovvero che egli, nell’era del revival, abbia inscenato il revival di sé stesso.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il mini-album Here and Nowhere Else (Carpark, 2014) sembra dare grande risalto al nuovo batterista Jayson Gerycz, il cui contributo propulsivo è costantemente in primo piano. Certo, la ferocemente percussiva Quieter Today dipende molto da lui. Ma l'altro (e principale) spettacolo è il modo in cui la band crea canzoni che si sviluppano verso un climax, piuttosto che ruotare attorno a un centro. La tensione sale fino a un ritornello travolgente (Giving Into Seeing) o a un urlo bestiale (No Thoughts) o a un puro melodramma (Just See Fear). Sono presenti anche strutture diverse in Psychic Trauma (in pratica, una versione accelerata di una power-ballad in stile Nirvana), I'm Not Part of Me (in pratica una versione più grintosa delle power-ballad dei Green Day) e in Pattern Walks, di sette minuti, la cui seconda metà è una novità pop.

I Cloud Nothings, ora un quartetto con l'aggiunta di un secondo chitarrista, hanno semplificato notevolmente il loro sound in Life Without Sound (Carpark, 2017). A parte Up to the Surface, che suona come una versione heavy metal dei Byrds, e una mediocre imitazione dei Green Day (Enter Entirely), c'è poco da ascoltare.

L'attacco punk di Last Building Burning (2018), un album furioso intriso di rumore fuzz (prodotto da Randall Dunn), ha ripristinato le loro credenziali. Dissolution, della durata di undici minuti, è il momento clou: un frenetico sfogo quasi punk si trasforma in una sommessa jam acid dissonante alla Dark Star dei Grateful Dead, con feedback di chitarra psichedelica abbinato a batteria free-jazz, per poi lanciarsi in un isterico ritmo locomotivo-motorio con il cantante che urla come Kurt Cobain dei Nirvana. On An Edge è un pezzo di emo-core e noise-rock con un riff di chitarra metal-pop. L'elemento pop prevale in Leave Him Now, ma ancora sviato da riff di chitarra distorti, e in Another Way Of Life, l'imitazione del momento dei Green Day. Molto meglio è il modo in cui la melodia orecchiabile viene impiegata nel punk-pop ubriaco di In Shame e nel meno punk ma più inquietante Offer An End. Peccato che gli altri tre brani siano così usa e getta.

The Black Hole Understands (2020) è stato un ritorno ingenuo al power-pop fiacco di Life Without Sound con canzoncine come Story That I Live e The Mess is Permanent.
Life Is Only One Event (2020) raccoglie gli avanzi delle sessioni di The Black Hole Understands.

È difficile dire che The Shadow I Remember (Carpak, 2021) sia stato prodotto ancora una volta da Steve Albini. Le esplosioni di rumore di chitarra e i ritmi spigolosi non riescono a nascondere il fatto che i brani siano banali (Only Light, Open Rain), al limite dell'orribile (i cori femminili di Nothing Without You).
L'anarchia sonora è efficace solo in The Spirit Of, di gran lunga il brano più vibrante. Per fortuna è un album breve (undici brani per un totale di 32 minuti).


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