- Dalla pagina su Sam Fender di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il cantautore inglese Samuel Thomas Fender (North Shields, 1994) ha debuttato con l'EP Dead Boys (2018) e con l'album Hypersonic Missiles (2019) in uno stile simile al blue-collar rock degli anni '80 ma alimentato da inutili drum machine: le travolgenti linee di sassofono in canzoni come The Borders ricordano Clarence Clemons in The River di Bruce Springsteen e i riff e i ritornelli presenti in canzoni come Hypersonic Missiles rispecchiano le ballate rock melodiche di Bryan Adams. Il pathos Springsteen-iano si materializza quasi (quasi) nell'appassionante White Privilege e soprattutto nell'inquietante Play God. C'è un po' di Lou Reed in Saturday e molto degli U2 in giro (That Sound evoca gli Inxs che reinterpretano gli U2, Will We Talk? evoca una versione rockabilly degli U2 stessi). Si mostra più sincero (o almeno meno derivativo) quando lascia che la sua voce e i suoi pensieri siano predominanti, come nell'elegia per chitarra Two People e nell'elegia per pianoforte che chiude l'album, Use.

Un ritmo dance più pronunciato caratterizza Seventeen Going Under (2021) dall'inizio alla fine, uno stile ben rappresentato dall'agitato singolo Seventeen Going Under. La magniloquenza serve principalmente a nascondere la mancanza di idee. Linee di basso rimbombanti, drum machine propulsive, linee di chitarra isteriche e sassofono ronzante si scontrano in canzoni come Get You Down che altrimenti sarebbero un dimenticabile soft rock di medio livello. È una produzione Phil Spector-iana trapiantata in studio digitale, forse ancor più evidente nel crescendo esplosivo di The Dying Light, che inizia come un'elegia per pianoforte. Le cose si calmano un po' con la ninna nanna per pianoforte Last to Make It Home e con la ballata soul-rock Mantra. Il vero pezzo forte è Aye, metà gospel e metà hard-rock, uno strano matrimonio tra Billy Idol e Aretha Franklin.


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