- Dalla pagina su Julia Holter di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Alessio Morrone, modificato da Stefano Iardella)

Julia Shammas Holter (Milwaukee, 1984), una musicista di Los Angeles che aveva flirtato con John Cage su Cookbook (2009) e con la musica concreta su Celebration (2010), è stata l'incarnazione della cantautrice donna che reinventa il dream pop per l'era digitale attraverso Nico, Kate Bush, Tori Amos, Enya, Grouper e Zola Jesus.
Le sei canzoni di Tragedy (Leaving, 2011) sono l'equivalente musicale di rivelazioni mistiche, dove ognuna appare in uno stato mentale alterato ed ognuna evoca un'altra incommensurabile dimensione.
Nei nove minuti di The Falling Age il lamento religioso primordiale in slow-motion emerge da un buco nero rotante di elettronica che suona come la colonna sonora di dolori del parto; e negli otto minuti di Tragedy Finale il carillon distorto muta in un respiro indolente per lasciare innescare al suo sussurro apatico e delicato un canto di morte che balla il walzer con i densi droni elettronici e il piano in maniera simile ad una versione molto rallentata di Rock Bottom di Robert Wyatt.
La sua libidine avanguardistica viene fuori nei dieci minuti del collage Celebration, una fusione di una dozzina di diverse tecniche, dai ritmi di drum-machine alla sporadica musica ambient da camera, dalla ballata Bjork-iana al droning minimalista melodrammatico, dai field recordings ai vocalizzi astratti fluttuanti post-psichedelici. So Lillies rappresenta il ponte perfetto tra due mondi: un rombo confuso di suoni trovati, che muove da una chiacchierata terrestre ad una trasmissione cosmica, viene invaso da una filastrocca rap decostruita, come una versione leggera degli esperimenti vocali di Meredith Monk, sospinta da un ritmo techno e una pulsazione di clavicembalo.
Le canzoni più brevi, cioè l'inno marziale à la Nico Try To Make Yourself A Work Of Art e la dolce ninna nanna robotica Goddess Eyes, il cui contrappunto maschile imita il rosario di Orinoco Flow di Enya, non alleviano affatto la tensione. In realtà intensificano qualunque atto di contrizione che Holter sta eseguendo nel proprio cervello.

Holter optò per un allontanamento meno drammatico dal formato canzone su Ekstasis (RVNG, 2012): canzoni più brevi e canto più tradizionale. Alla fine, Our Sorrows, vantando sovratoni esotici di harmonium, un ritmo militare ed un sottofondo di voci trovate, è solo un'elegia profonda (che termina in una lunga coda di desolati lamenti Gregoriani-Indiani). Fur Felix è un graziosa canzoncina luccicante barocca à la Enya. E In The Same Room è evidentemente il suo primo flirt impudente con il synth-pop mainstream. Goddess Eyes II suona come un remix di Goddess Eyes di Laurie Anderson e Terry Riley. Four Gardens mescola world-music, jazz-rock e musica dance elettronica.
Tuttavia, Marienbad mostra un processo di composizione e decomposizione, quando uno stile Rinascimentale cantato nel registro di un coro maschile lentamente si trasforma in un gioco Meredith Monk-iano di stili vocali che si ripetono e in una filastrocca minimalista in overdubbing.
Le dilatate atmosfere iper-psichedeliche del precedente album si reincarnano negli otto minuti dei droni languidi di Boy In The Moon, il quale finale si classifica come una delle più strazianti interpretazioni musicali di sempre del vuoto galattico. I nove minuti di This Is Ekstasis sono una ballata blues notturna camuffata che degenera in un surreale motivo «la la» degno delle colonne sonore dei film Francesi degli anni '60.
Questo album è sostanzialmente l'alter ego pop di Tragedy: le stesse tecniche, ma qui sono somministrate a canzoni dalla forma completa. Il senso di imminente tragedia è certamente ciò che questo album eredita dal precedente.


(Tradotto da Francesco Romano Spanò, modificato da Stefano Iardella)

Loud City Song (Domino, 2013), in teoria ispirato dal romanzo di Colette "Gigi" (1944), segnò un improvviso calo di ispirazione. Optando per un ensemble acustico invece che del suo portatile, e su una produzione elegante piuttosto che un'atmosfera intima, Holter, per la maggior parte del tempo orribilmente sedata, annaspa ripetutamente nella scelta degli arrangiamenti per le sue composizioni. Il cast sofisticato di violoncello, tromba e clavicembalo non possono elevare World molto più in alto dello standard (molto basso) delle lente canzoni da "accendino". Maxim's I sprofonda da qualche parte tra una marcia Mersey-beat ed un salmo dream-pop. Quella che sarebbe potuta essere un'interessante coda da camera, City Appearing, è rovinata, ancora una volta, da orpelli soul-jazz notturni. C'è persino una cover della soporifera Hello Stranger (1963) di Barbara Lewis, reinterpretata come un sussurro che fluisce in una nebula di droni elettronici, un effetto vicino alla musica new-age più banale. L'impressione che danno questi arrangiamenti ricercati è un senso di arrogante fasto, ingiustificato per la debolezza del materiale. Holter si sveglia nell'infantile canzoncina country In The Green Wild, ma sfortunatamente aggiunge una drum-machine che dà al pezzo la sensazione di una Joni Mitchell in una discoteca anni '90. La pulsante Maxim's II ha dei meriti, perché l'orchestra finisce per evocare (volontariamente o meno) la musica da circo e allo stesso tempo le colonne sonore dei film horror, prendendo spunto, unendoli insieme, sia dalla musica neoclassica che dal jazz. This Is a True Heart mira a un disco-pop orecchiabile che, al massimo, riporta indietro al lato leggero delle colonne sonore degli anni '60 e, nel peggiore dei casi, a della semplice musica lounge mascherata da esercizio intellettuale.


Questo tentativo raffazzonato di affermarsi come una specie di chanteuse pop post-moderna riesce molto bene solo in Horns Surrounding Me, introdotta da un po' di cacofonia, spinta da una ripetizione orchestrale minimalista e cantata da Holter svolazzando come Sinead O'Connor a metà carriera; ma anche questo è bene lontano dalla magia dei primi due album.

Il regresso artistico continuò su Have You in My Wilderness (Domino, 2015): Holter virò decisamente nel chamber pop a` la Pet Sounds dei Beach Boysse non addirittura nel pop mainstream. Il pezzo migliore è il sunnambulo melismatico Sea Calls Me Home che si svela con un ritmo psichedelico John Lennon-iano (ma con un assolo di sax rancoroso e clavicembali alla Brian Wilson). Lo shuffle country Everytime Boots è puro intrattenimento, ma veramente molto leggero. Ci sono intriganti idee strumentali, come il disorientante vortice sinfonico che termina Silhouette. E c'è un'apprezzabile buona intenzione nel variare i formati: la vocalità rauca, da "femme fatale" di How Long, Vasquez, una versione jazzata delle prime poesie in musica di Patti Smith, e Lucette Stranded on the Island, un lieder da camera con archi e piano. In ultimo, comunque, ci sono troppi riempitivi: il singolo lussureggiante Feel You, Night Song, Betsy on the Roof).

A questo lavoro Julia Holter fece seguire, tre anni dopo, un doppio CD da 90 minuti, Aviary (Domino, 2018), che fugò qualsiasi dubbio sul suo talento e la sua ispirazione, una parata di paesaggi onirici eleganti, opachi, e a volte stridenti. Distese voci fluttuanti, bordoni drammatici, violini deformati e percussioni caotiche danno vita al vortice psichedelico di Turn the Light On, un’overture scioccante. Gli otto minuti di Chaitius sorreggono tracce di musica rinascimentale, seppellita sotto violini anarchici e voci liriche che si inseguono l’un l’altra1 in una casa di specchi, finché il pezzo non si scarnifica in una miscela pop-jazz con una miriade di strumenti che fluttuano indipendenti. Gli otto minuti di Everyday Is an Emergency sono prima una sonata disorganizzata per cornamuse ronzanti e poi una tenera elegia pianistica. Le metamorfosi nei sette minuti di Underneath the Moon sono particolarmente disorientanti: prima lei sussurra su delicati poliritmi e rumori strumentali e poi guida una densa e vorticosa marcia, e dopo qualsiasi ombra di una qualche coerenza sparisce in un paesaggio sonoro dub, glitchato. L’impatto emotivo di queste composizioni cangianti meglio si svela in Voce Simul, in cui una nebula di strumenti da camera si scontra contro voci eteree che si dilettano in un gioco minimalista ed eventualmente si perdono in una giungla di echi: ciò che rimane è pura angoscia. Queste sono composizioni che difficilmente calzano in strutture predefinite, che scivolano tra le crepe della categorizzazione. Altre canzoni invece sono più coese e meno criptiche, ma nonostante ciò abbracciano un’ampia varietà di arrangiamenti, dal solo piano all’orchestra. Another Dream mischia placidi droni organici e sintetizzatori tintinnanti per una ninna nanna Enya-esca che termina in un terrificante buco nero. Il sobrio lied meccanico di Why Sad Song si libra sul jazz da camera atmosferico. Words I Heard è una lenta, sinuosa elegia orchestrale Bjork-iana. Nella neoclassica In Gardens' Muteness c’è solamente un modesto piano ad accompagnare il suo canto austero. I Shall Love 1 non è nulla di più di un coro che, nonostante un breve intermezzo di archi classici, ripete di continuo lo stesso ritornello su un festoso crescendo. Lo spettro di Nico vaga intorno al più funereo di questi lieder, per esempio nella ronzante I Would Rather See, carica di tensione. La canzone più accessibile e lineare è la timida ballata I Shall Love 2, che sembra una versione rallentata di Sunday Morning, dal primo album dei Velvet Underground. Ci sono alcuni passi falsi, segno che forse questo sarebbe dovuto essere un album più corto. Il lamento notturno di una tromba annega Colligere nella malinconia, ma un fiume di archi e voci banali ne rovinano l’umore. L’unica canzone vivace, una galoppante, è Les Jeux to You, ma è molto meno intrigante rispetto alle altre. Nel complesso, comunque, rimane un potente lavoro musicale, che incorpora pop, jazz, folk e musica classica, un lavoro che riafferma Julia Holter come una delle compositrici più visionarie della sua generazione.


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