- Dalla pagina su Cate Le Bon di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

La cantautrice britannica Cate LeBon ha cantato delicate elegie folk psichedeliche post-Donovan filtrate attraverso l'angoscia esistenziale di Nico su Me Oh My (2009).
La sua estensione vocale è limitata ma la sua gamma stilistica non è da sottovalutare: le canzoni possono essere colloquiali e timidamente tintinnanti come Sad Sad Foot così come psicologiche e quasi-jazz come Terror Of The Man; ugualmente coinvolgente nella modalità malinconica (Digging Song) così come in quella estatica (Out To Sea). Anche la struttura e l'accompagnamento variano, mettendo a confronto il country Shoeing The Bones (che ricorda sia gli Eagles che il primo Neil Young) contro un accattivante Eyes So Bright che rasenta il power-pop, fondendo allo stesso tempo folk ancestrale e rock elettrico in Burn Until The End. Synth e batteria conferiscono uno sfarzo da marcia quasi parodistico all'inno folk al rallentatore di Me Oh My.

Cyrk (Control Group, 2012) è stato un lavoro più vivace che occupava la stessa nicchia intima ma si rivolgeva più apertamente alla musica rock e pop. La vivace e orecchiabile Falcon Eyed ruba l'idea ritmica al garage-rock degli anni '60. Secondo gli standard dell'ingenua semplicità del primo album, Puts Me To Work, guidato dal pianoforte, è un inno imponente. La canzoncina pop Cyrk potrebbe essere troppo facile, nonostante il forte assolo di chitarra nel mezzo (e quella chitarra forte è sia vantaggiosa sia svantaggiosa - si veda come seppellisce l'intera seconda metà di Fold The Cloth ), ma un contrappunto strumentale più complesso mette in risalto i ritratti di Julia e Greta (quest'ultima tutta sommessa e astratta fino alla fanfara di tromba circense, alla fine del pezzo).
La lenta, solenne, ipnotica Man I Wanted e l'onirica Through The Mill rivisitano le qualità più semplici che avevano reso il primo album così prezioso. Il dissonante, martellante, quasi psichedelico Ploughing Out, Pt. 2 segna un netto allontanamento da quel sound, nel bene e nel male.

Mug Museum (Wichita, 2013) aveva trovato un equilibrio maturo tra imitazione e innovazione, assimilando e metabolizzando i classici senza sembrare derivativo e anzi suonando molto personale. Anche le canzoni più orecchiabili si affidano a trucchi inquietanti, come i duelli di chitarre dissonanti o la chitarra ritmica che interpreta il ruolo della batteria di Maureen Tucker nei Velvet Underground.
Il nostalgico I Can't Help You sposa Cars e Television e Duke sposa Velvet Underground e Captain Beefheart.
Are you With Me Now è un orecchiabile valzer spastico, e Wild una sorta di canzone di guerra indiana. La propulsiva Sisters suona come un synth-pop dei Neu!. La sua voce raramente domina, ma in Cuckoo Through the Walls si sente un incrocio tra una funebre Nico e una "fatale" Marlene Dietrich.

Cate Le Bon e Tim Presley dei White Fence hanno formato i Drinks. Il loro primo album Hermits on Holiday (2015) conteneva almeno una gemma: la disco shuffle lo-fi Hermits On Holiday, che suonava come una parodia di I Feel Love di Donna Summer e Da Da Da del Trio con la sezione ritmica dei Talking Heads.
La musica è originale, intellettualmente originale, ma ogni canzone incorpora echi di stili del passato: Laying Down Rock suona come un vivace remix di Pretty Woman di Roy Orbison, Time Between inserisce un salmo in stile Nico in una massa degli Electric Prunes, la new wave della fine degli anni '70 viene riproposta in Focus On The Street, a metà strada tra Devo e Fall, e il solenne bolero di Spilt The Beans sposa fraseggi psichedelici alla White Rabbit dei Jefferson Airplane con un organo Doors-iano.
E c'è anche il blues-rock demenziale She Walks So Fast e l'assurdo Tim Do I Like That Dog? (parole casuali che spuntano in un lungo riff di chitarra distorto e surreale). Lungi dall'essere solo una deviazione, l'avventura di LeBon nel prog-rock è più intrigante del suo lavoro da solista.

Crab Day (Drag City, 2016) di LeBon è un album di transizione che raramente entusiasma. L'eccitazione finisce praticamente dopo la prima canzone. Crab Day sposa lo spastico contrappunto ispirato a Captain Beefheart a una minacciosa melodia ispirata ai Doors. L'influenza di Beefheart si manifesta anche nei vivaci e bizzarri Wonderful e We Might Revolve, ma piuttosto senza risultato. La melodia a tempo di marcia di I'm a Dirty Attic offre la sensazione di un musichall gotico. LeBon sperimenta strani ibridi, in particolare I Was Born on the Wrong Day (corni jazz, figure di pianoforte ripetitive e voci dell'era doo-wop). Ma gran parte dell'album sembra improvvisato e incompiuto, in particolare What's Not Mine di sette minuti che non porta da nessuna parte.

LeBon si è avventurata nuovamente nel prog-rock con il secondo album dei Drinks, Hippo Lite (2018). Le danze funky squilibrate Real Outside e Corner Shops, a metà strada tra Captain Beefheart e i Pere Ubu, sono il pezzo forte, ma l'album conta anche molti esperimenti intelligenti: la serenata di chitarra lo-fi In the Night Kitchen, il meccanismo a orologeria broken blues di Ducks, la scenetta dadaista Leave The Lights On e il folle canto di You Could Be Better.

Rispetto al suono sperimentale di Crab Day, Reward (Mexican Summer, 2019), di LeBon, è l'esatto opposto: una parata di intrugli semplici, lineari e melodici. L'eccezione degna di nota è all'inizio: la trance Miami, che suona come una versione cerebrale e jazz di Enya.
Ma poi entra in uno stile da ragazzina e consegna la ballata romantica Daylight Matters, che ricorda gli ingenui idoli adolescenti degli anni '60, la fragile e orecchiabile Home to You, spinta da una figura di pianoforte cinese (che Francoise Hardy o Dusty Springfield avrebbero potuto cantare negli anni '60), il minimalismo funky da cartone animato di Mother's Mother's Magazines, l'aria in stile Burt Bacharach di The Light, e la giocosa era delle girl-group di You Don't Love Me. L'unica canzone che potrebbe essere spostata nel precedente album influenzato da Captain Beefheart è Sad Nudes, un sonnolento shuffle jazzistico. Tra il pop ingenuo e le modalità alt-rock della musica di LeBon si trova Magnificent Gestures, un incrocio surreale di techno e blues, con voci in stile hawaiano.

Pompeii (2022) contiene per lo più ninne nanne synth-pop noiose e banali come Moderation e Harbour, o anche peggio canzoni pretenziose ispirate a inni come Pompei. La raccolta è così blanda che la leggermente più surreale Dirt on the Bed suona come una canzone innovativa, ma è solamente una litania folk-jazz.


- Torna alla pagina su Cate Le Bon di Piero Scaruffi -