- Dalla pagina su Father John Misty di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Il batterista super prolifico dei Fleet Foxes, Joshua Michael Tillman (Rockville, 1981), ha pubblicato gli album solisti I Will Return (Keep Recordings, 2005), Long May You Run (Keep Recordings, 2006), Documented (2006), Minor Works (Fargo, 2006), Cancer & Delirium (Yer Bird, 2007), Vacilando Territory Blues (Western Vinyl, 2009), Year in the Kingdom (2009).
Nei suoi momenti migliori, ha attinto alla verve disperata di Neil Young e del primo Van Morrison per dipingere una serie di inquietanti autoritratti al ritmo di un blues-rock, folk-rock e soul-rock rovente, seppur spartano.
Joshua Tillman, trasferitosi a Los Angeles, ha continuato la sua carriera da solista sotto un nuovo pseudonimo e una nuova personalità, l'ubriaco e arrapato Father John Misty, con Fear Fun (2012), una raccolta di canzoni vibranti, prodotte da Jonathan Wilson, che riscoprono l'arte realista di Randy Newman e Warren Zevon, tra cui le parabole eccentriche e intelligenti di Hollywood Forever Cemetery Sings (la più importante) e Funtimes in Babylon. Musicalmente, Tillman non si sforza di innovare: si accontenta del blues-rock da barrelhouse I'm Writing a Novel e della singalong country Everyman Needs a Companion.
Father John Misty ha continuato la sua missione arguta e prolissa nel concept autobiografico I Love You Honeybear (Subpop, 2015), prodotto ancora una volta da Jonathan Wilson, che offre maggiore varietà ma anche arrangiamenti d'archi in eccesso. Holy Shit è emblematica: per qualche minuto è solo una canzone appassionata, ma poi gli archi inondano la sua melodia e finiscono per seppellirla. A volte gli album suonano come il peggio del sound californiano anni '70: i cantautori commerciali infettati dal soul come Carly Simon e James Taylor (When You’re Smiling and Astride Me, The Night Josh Tillman Came to Our Apartment), le rilassate band country-rock alla Eagles (Strange Encounter) e le ultime vestigia della generazione di Frank Sinatra. L'ibrido più strano è il tex-mex Tamla-soul di Chateau Lobby #4, seguito dal frenetico passo da circo di The Ideal Husband. La comica Bored in the USA è la canzone du jour alla maniera di Randy Newman.
A Pure Comedy (Subpop, 2017), d'altra parte, un album molto più serio, ha diversi vincitori a partire dal finto falsetto soul di Ballad of the Dying Man e il sarcastico sermone e crescendo Warren Zevon-iano Pure Comedy. Qui il pianoforte è diventato la voce dialogante e l'orchestra è passata in secondo piano. Il suo commento sociopolitico è incontrollabile e srotola l'austera parabola alla Jackson Browne di When The God Of Love Returns, There’ll Be Hell To Pay, l'inno ambientalista Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution e la fanfara effervescente con echi alla Elton John di Total Entertainment Forever. Questa volta, invece di guardare con deferenza al peggio degli anni '70, sta cercando di eguagliare il meglio, come nei dieci minuti di So I'm Growing Old on Magic Mountain che evoca lo spirito dei primi Neil Young e Joni Mitchell e lo annega in una coda funebre. Leaving LA (arrangiato dal compositore minimalista Gavin Bryars) è un'epica lugubre nella tradizione di Desolation Row di Bob Dylan, Alice's Restaurant di Arlo Guthrie, American Pie di Don McLean e Piano Man di Billy Joel. Gli arrangiamenti essenziali giovano molto alla sua musica, che evita gli imbarazzanti passi falsi di Honeybear pur concedendosi occasionalmente qualche paesaggio sonoro inquietante (Birdie).
God's Favorite Customer (Subpop, 2018), un altro concept autobiografico di Father John Misty, abbandona i toni filosofici del precedente e, allo stesso tempo, adotta un sound alla Beatles. Il pop orchestrale Hangout at the Gallows è tipico del nuovo corso di Tillman, un'elegante combinazione tra Learning To Fly dei Pink Floyd, Hey Jude dei Beatles e il solito Elton John. Date Night suona come Lady Madonna con distorsioni elettroniche. Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All è John Lennon al massimo della sua idiozia. Fortunatamente, il pezzo più orecchiabile del gruppo, anche piuttosto divertente, Mr Tillman, sfugge a questo stereotipo e srotola un grande carillon in stile Hollies.
Quattro anni dopo, Father John Misty è tornato con un concept bizzarro, Chloe and the Next 20th Century (2022), un album di lussureggianti arrangiamenti d'archi che evocano le big band dell'era del jazz e della Grande Depressione con canzoni che prendono in prestito dal country, dal jazz e dal musichall, qualcosa che gente come Harry Nilsson e Randy Newman avrebbe potuto fare ai loro tempi d'oro. Nonostante sia fondamentalmente uno scherzo, è considerato il suo album più ambizioso e austero finora. Chloe evoca le piccole orchestre del jazz Dixieland. Buddy's Rendezvous e We Could Be Strangers sono overdose di jazz notturno (anche se quest'ultimo ha un ritornello alla Beatles). Il brano Q4, guidato dal clavicembalo, ricorda le canzoncine guidate dalle tastiere anni '60 come She's Like a Rainbow dei Rolling Stones. Il valzer Her Love evoca i moderni Beach Boys e Goodbye Mr Blue sembra un omaggio a Gordon Lightfoot. L'apocalittico The Next 20th Century è un canto funebre in stile Leonard Cohen, anche se deragliato a metà strada da una forte distorsione di chitarra. C'è bossanova (Olvidado) e un richiamo a Frank Sinatra (Funny Girl) degni di un musical di Broadway. Nessuno di questi è un capolavoro (tutt'altro) e il tutto è facilmente dimenticabile, ma lo sforzo è comunque impressionante.
Mahashmashana (Bella Union, 2024), intitolato con la parola sanscrita "Mahāśmaśāna" che significa “grande luogo di cremazione”, è il primo studio album di Misty ad avvalersi dell'intera sua storica band di supporto (due chitarristi, due pianisti/tastieristi, un bassista, un batterista).
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